A proposito della carica dei seicento

di Antonio Brusa*

Tanti sono i docenti universitari che hanno risposto all’appello accorato di un professore di Firenze, Giorgio Ragazzini, che si lamenta delle scarse capacità linguistiche degli allievi. Anche noi, anche nelle tesi di laurea, anche agli esami si vede che questi non sanno scrivere più. Anche in treno, aggiunge uno, che afferma di aver sentito una ragazza che non sa che cosa vuol dire la parola “penultima”.

Forse preoccupati di non mostrarsi spocchiosi, i seicento non citano un dato, una ricerca (come avrebbero immediatamente fatto se, per ipotesi, si fosse trattato di finanziamenti alla ricerca, di frequentatori dei musei, o di iscritti alle facoltà umanistiche). Si parla di scuola? E allora valgono le impressioni, le sensazioni personali. “Da molto tempo ormai”, scrivono, come si dice nelle canzonette. Si fanno ipotesi, ragionamenti sul perché di questa disfatta? Non c’è bisogno. Lo sanno tutti. Colpa della scuola elementare. Anzi delle maestre di terza elementare. All’Università è ben noto, che sono delle scansafatiche inconcludenti coi loro giochetti, l’inclusione, le piccinerie.

Che cosa si faccia nella secondaria inferiore o in quella superiore non si sa (d’altra parte quelli che hanno lanciato l’allarme sono proprio professori di secondaria). E manco a parlarne di responsabilità universitarie. Ché, anzi, poverine cercano di porre rimedio con qualche generosissimo corso di recupero.

Uno azzarda: lo sappiamo che la colpa è degli anni Settanta, quando si smise di fare grammatica e dettato. E siamo punto e daccapo. Storia vecchia, lamentela risaputa e sempre uguale. Pubblicata in giornali di allora e ripetuta, con poche variazioni, a seconda dei tempi (colpa dei fumetti, della tv, oggi dello smartphone). Basterebbe leggere i giornali di quegli anni. Ma no. Quando si parla di scuola non si legge. Nemmeno le Indicazioni Nazionali vigenti.

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Dichiara uno dei promotori che vorrebbe che nelle elementari le insegnanti promuovessero «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano».

Bene: a p. 28 inizia la parte dedicata all’italiano delle Indicazioni. C’è tutto quello che i nostri eroi vorrebbero reintrodurre, dal dettato, alla scrittura in corsivo, alla grammatica, alla comprensione dei testi, ben distribuito fra traguardi da raggiungere in terza e in quinta primaria. Volete scrivere una lettera di protesta sulle scarse capacità linguistiche dei nostri connazionali? Leggete i testi, prima, e poi cominciate a studiare seriamente il perché di questo disastro.

Se non volete farlo, allora ricorrete, come si fa tra studiosi, a quelli che hanno affrontato l’argomento prima di voi. Come ad esempio, quel Tullio de Mauro che avete appena finito di glorificare e che ora si starà già rivoltando nella tomba. Perché lui sosteneva che è un’impresa eroica insegnare in un paese con il 70 per cento e passa di analfabeti funzionali, che non sa che farsene di gente che sa leggere e scrivere per bene. Quindi, puoi imparare quello che vuoi, nelle elementari. Lo perderai nel corso degli studi e, nei casi in cui ciò non accadrà, saranno la società, il lavoro e la famiglia che ti faranno perdere qualsiasi voglia.

Chi vuole fare questa battaglia, che è fondamentale per le sorti della nostra democrazia (e non solo per la correttezza ortografica delle tesi di laurea), dovrebbe capire che due sono i settori nei quali la situazione si sta incancrenendo: il primo è quello della formazione degli adulti. Sembra strano ma è così. È la disistima per la cultura della stragrande maggioranza degli italiani e nei posti di lavoro che disincentiva rapidamente allo studio. Il ragazzo non si impegna perché l’adulto gli comunica chiaramente il messaggio che quello che fa a scuola non serve a nulla. Il secondo, è quello della formazione dei professori e dei maestri. Perché quando stai sul fronte, e la battaglia è così dura, devi essere preparato alla grande. Altrimenti, come succede oggi nelle scuole, ti devi arrangiare. Devi andare di fantasia e arrabattarti. Oppure, come fanno in tanti, alzare le mani e rinunciare a combattere.

In entrambi i casi, in prima linea su questo fronte ci dovrebbe essere l’Università. Perché gli adulti non li puoi richiamare tra i banchi delle elementari. Devi trovare i sistemi credibili per gente che ha figli, lavora, non si rende conto della sua ignoranza. Questa gente ha bisogno di dialogare con professionalità che considera al suo livello, e quindi, anche con chi sta all’Università, con buona pace dei nostri seicento. In secondo luogo: per formare i prof, occorre allestire Università in grado di prepararli a un lavoro molto difficile. In entrambi i casi “è molto tempo ormai” che vediamo le Università tirare il can per l’aia, rallentare, impegnarsi poco, quando non mettersi di traverso, come accadde per le Ssis, quando si parla di formazione insegnante; e cadere dalle nuvole, quando si tratta di formazione degli adulti.

Molto più facile prendersela con le maestre di terza.

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* docente di Didattica della Storia all’Università di Bari, direttore di Novecento.org, autore di diversi libri (tra cui Piccole storie. La grande storia raccontata ai bambini attraverso il gioco, ed. la meridiana)

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