L’acqua adesso viene dal cielo

Per i 600 bambini della Scuola 21 Settembre l’acqua non c’era. Proprio a Cochabamba, la città boliviana che più di ogni altra nel mondo rappresenta l’affermazione del bene comune per antonomasia, strappato nel 2000 alle mire delle multinazionali e alla corruzione dei governi. Le conquiste della gente che lotta non sono eterne. E il “boom economico” della Bolivia del presidente indigeno Evo Morales ha imposto una politica in cui tutto deve essere risolto dallo Stato, vale a dire dall’alto. Incentivi alla produzione agricola delle piccole comunità e delle famiglie contadine non ci sono. Così la gente migra verso le città a causa della siccità e del modello economico estrattivista, pieno di mega-opere, ponti, treni, campi sportivi, aerei, armi e musei per promuovere il culto della personalità. Allora un piccolo gruppo di persone ha deciso di fare da sé, recuperando gli usi e costumi che la “modernità” dei tubi, dei rubinetti e del cloro aveva provato a cancellare. Adesso alla scuola 21 Settembre l’acqua è tornata, viene dal cielo e ha una gestione comunitaria

La soluzione alla mancanza d’acqua della scuola, raccogliere l’acqua piovana, è una pratica che proviene da tempi immemorabili, che la “modernità” aveva fatto dimenticare.

di Oscar Olivera
Sono le otto della mattina, la campanella della Scuola 21 Settembre suona senza sosta; seicento bambini e bambine gridano allegri e si aprono la strada, spingendosi, per arrivare nelle aule.

È un giorno come un altro, in una zona della periferia urbana della città di Cochabamba, Bolivia, dove 17 anni fa si è combattuta una dura battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. La cosa assurda è proprio che nella scuola di questi bambini e di queste bambine, dopo la ribellione popolare vittoriosa alla quale hanno preso parte i loro genitori e i loro nonni, non c’è acqua.

Il nome del quartiere è Sivingani, si trova a 40 minuti dal centro della città e a un’ora dall’azienda pubblica dell’acqua: acqua che in questa zona non è mai arrivata né arriverà.

La scuola si chiama “21 Settembre”, la data in cui qui, nel sud del mondo, si celebra il giorno della Primavera, della gioventù e dello studente.

Ogni due settimane, dopo penose e burocratiche trafile nell’ufficio del sindaco e del vice sindaco della zona, vengono trasportati qui 10 mila litri di acqua di dubbia provenienza, per le esigenze di base degli studenti e delle maestre e dei maestri di questa scuola primaria.

María, la tesoriera della Giunta Scolastica dei Genitori, migrante contadina dalla valle di Cochabamba, ci racconta che vive nella zona da 10 anni: è venuta in città perché suo marito aveva trovato lavoro, mentre nella sua comunità l’acqua cominciava a scarseggiare e non potevano più vivere di agricoltura. Sogna però di tornare nella sua terra, a 70 chilometri da dove vive adesso.

Come lei, come la sua famiglia, come la maggioranza delle persone che vivono in questo quartiere – dove l’indice di mortalità infantile è quattro volte superiore alla media della regione – , circa il 90 per cento delle famiglie provengono dalle zone dell’altopiano. Sono state costrette a migrare per la mancanza d’acqua necessaria ai loro campi. Alcuni studi (da confermare) affermano che negli ultimi 10 anni, quelli che coincidono con il governo di Evo Morales, il 60 per cento della popolazione rurale è migrata verso le città a causa della siccità e per la mancanza di incentivi alla produzione agricola delle piccole comunità e delle famiglie contadine: vale a dire a causa del cosiddetto “cambiamento climatico” e dei fondamenti del modello economico estrattivista, pieno di mega-opere, ponti, treni, campi sportivi, aerei, armi, gas e proiettili e musei per promuovere il culto personale. Molte di queste opere costituiscono un insulto alla realtà delle persone e un’ ostentazione: sono una truffa e uno sperpero delle nostre risorse. Tutto questo ha cambiato le città e la campagna.

A seguito di uno scambio di informazioni con funzionari dell’azienda pubblica dell’acqua di Cochabamba, siamo arrivati qui con un piccolo gruppo di persone e cerchiamo di realizzare un compito enorme: ri-costruire la COMUNITÀ, ripristinare i valori della reciprocità, della solidarietà, della fiducia reciproca. Sono i valori espressi nell’AYNI Y LA MINK’A, come eredità ancestrale dei nostri nonni e nonne, valori oggi quasi scomparsi. Ayni, più che una parola quechua è un comportamento: “Dalla nostra visione andina ayni significa il legame di solidarietà e di reciprocità che ha fondamento nella convivenza sociale, in base al criterio ‘oggi per te, domani per me’, dove le comunità praticavano la cooperazione nella coltivazione delle loro terre, nella costruzione delle loro case e nelle attività festive. La Mink’a, invece, era considerato come un lavoro comune gratuito e fatto a turno, con il quale le famiglie esprimevano la loro solidarietà, nel sostituire persone disabili, orfani e anziani” (1)

Dopo il lavoro comune, ci si riposa. Il quarto da sinistra, con il cappello bianco, è Oscar Olivera

In Bolivia, a seguito del “boom economico”, alle persone è stata imposta una politica in cui “tutto deve essere risolto dallo Stato”, vale a dire “dall’alto”. Questa condotta statale non ha fatto solo scomparire nelle famiglie e nelle comunità questo comportamento, ma ha anche distrutto il tessuto sociale, la sua autonomia e forza, demandando la costruzione del nostro presente e del nostro futuro nelle mani di padroni, capi e partiti.

L’idea è sorta dall’esperienza del “raccogliere” l’acqua piovana, una pratica che proviene da tempi immemorabili, che la “modernità” dei tubi, dei rubinetti e del cloro ci ha fatto dimenticare ma che adesso vogliamo recuperare.

Comprendendo che il tessuto sociale, la Comunità, si ricostruisce con la parola e il lavoro, abbiamo intrapreso un lavoro congiunto, con i papà, le mamme, i maestri e i direttori della Scuola, per costruire un sistema di raccolta dell’acqua piovana. Abbiamo utilizzato i tetti e il campo sportivo, tenendo conto della media della piovosità, della topografia della zona, dello spazio disponibile e del potente animo delle persone del luogo, in particolare delle donne.

Sono stati giorni di informazione, di riflessione, di discussione, di scoramento e di domande, di sforzi fisici collettivi, di giornate senza acqua né cibo. Soprattutto, però, sono stati giorni con un enorme apporto di ore, di giornate, di lavoro comunitario-volontario da parte di decine di mamme, papà, fratelli e sorelle, nel mezzo del trambusto delle ricreazioni con i piccoli che pure hanno contribuito, non solo attraverso le loro domande su quello che stavamo facendo, ma anche con gli scherzi che gli sono propri e che hanno finito per distruggere decine di placche delle cisterne, aggiungendo ulteriori ore di lavoro.

Importante, è stato il sostegno dell’azienda pubblica dell’acqua: di fatto, il primo concesso dopo che 17 anni fa queste persone con pali, pietre e molta indignazione si erano mobilitate per difendere l’acqua che non avevano, dalle grinfie delle multinazionali e dei politici, per difendere la gestione pubblica e l’acqua come bene comune.

Un mese di lavoro, un mese di attesa della pioggia e le nostre gigantesche cisterne, ognuna con una capacità di 52.000 litri, sono emerse dalle viscere della Pachamama, per saziare la sete, per proteggere la salute, per rallegrare le seicento bambine e bambini della scuola che, durante i 200 giorni dell’anno scolastico, avranno “acqua dal cielo”, senza chiedere nulla a nessuno, senza dare il voto in cambio di acqua, tenendo conto, inoltre, di tutto un sistema di riciclaggio dell’acqua che renderà questo possibile.

I benefici di questo processo di raccolta dell’acqua piovana sono immensi, in quanto a costi, partecipazione, organizzazione, informazione, presa di coscienza e mobilitazione delle persone attorno alla comprensione di quanto accade nel mondo, nelle sfere dei politici e delle autorità. Ma tutta questa fatica è servita anche a comprendere la necessità di ripristinare la nostra visione ancestrale sull’acqua, vale a dire cambiare la nostra percezione dal “VIVERE dell’acqua a CONVIVERE con l’acqua”, a stabilire che l’acqua NON è un Diritto Umano, bensì un bene comune, che appartiene alla natura, la quale, con generosità, lo ha concesso a tutti gli esseri viventi. Sappiamo ri-conoscere che l’acqua non è una risorsa, bensì un essere vivo e che prima di prenderci cura dell’acqua, dobbiamo permettere che sia lei a prendersi cura di noi.

Nel lavoro concreto e quotidiano, stiamo comprendendo sempre più che il cammino verso la vera emancipazione dei nostri popoli, passa attraverso cose semplici, quotidiane ed essenziali. Per esempio, attraverso lo stabilire collettivamente un orizzonte comune, con tutto ciò che si è appreso e che è accaduto; con le nostre vittorie e le sconfitte; con le nostre speranze e le nostre lotte, tradite da quelli che adesso sono al potere. Con i nostri sogni che sono ritornati tristezze, vale a dire con ciò che abbiamo appreso durante il cammino della parola e dell’azione contro l’oblio, per risolvere i nostri problemi, le nostre necessità. Il fine è quello di poter tenere nelle nostre mani le decisioni e ripristinare in questi piccoli spazi, in maniera gioiosa, comunitaria-volontaria e creativa, le forme di autogestione e autogoverno dove, dialogando con l’ambiente che ci circonda, costruiamo ogni giorno, in modo semplice, degno e allegro, un mondo diverso.

(1) María Eugenia Chino Colque

Articolo pubblicato su Desinformemonos con il titolo El agua de la lluvia que cae del cielo y que riega la gestión comunitaria de la vida

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

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