La sinistra in Brasile e l’egemonia perduta

A partire dalle considerazioni espresse alla fine del 2016 da Toni Negri al termine del suo viaggio in Brasile, Raúl Zibechi torna sulla perdita di egemonia del Partido dos Trablhadores (PT), che ha poi comportato la riconquista del governo (e delle piazze) da parte delle destre. Non accadeva da molti anni. L’analisi di Negri manifesta grande delusione e ha il pregio di fornire argomenti politici reali, scartando dalle semplificazioni consolatorie della pura cospirazione mediatica e imperialista o dall’illusoria difesa dello stato di diritto. Vale però la pena, scrive Zibechi, di interrogarsi a fondo sulle scelte ispirate da una governabilità da difendere a ogni costo, soprattutto contro le lotte sociali. Dopo un secolo di rivoluzioni fallite, come si può pensare ancora che lo Stato sia uno strumento neutro? In un grande paese capitalista, inoltre, la corruzione non è un’anomalia ma è intrinseca al sistema. Dobbiamo smetterla di pensare di poter governare gli altri andando alla ricerca di salvatori o Messia

Dilma e Lula, quando le fortune del PT sembravano poter durare ancora a lungo. Foto La Republica

di Raúl Zibechi

Dopo un viaggio in Brasile nel quale ha incontrato dirigenti del Partito dei Lavoratori (PT), ex alte cariche dei governi di Lula e di Dilma Roussef e membri dei movimenti sociali, (nel dicembre 2016 , ndt) Antonio Negri ha considerato “terribilmente deludente” l’azione della sinistra brasiliana. Negri, in passato, non aveva nascosto le simpatie per i governi progressisti latinoamericani con i quali aveva mantenuto buoni rapporti. Per questo è significativo che uno dei più importanti pensatori contemporanei prenda le distanze dalle sinistre della regione. Negri compone la sua analisi attorno a sette domande, delle quali affronteremo solo le più rilevanti. La prima consiste nel sapere perché il PT ha represso le manifestazioni del giugno 2013. Lo sorprende che tutte le persone consultate abbiano detto che “questi movimenti minacciavano fin dall’inizio il mantenimento della nostra governabilità”. Ricordiamo che si trattava di lotte contro l’aumento del prezzo dei trasporti e contro la repressione poliziesca.

Negri non prende in considerazione le risposte che hanno detto che si trattava di movimenti ispirati dalla CIA, perché ritiene che non abbiano senso. Assicura che già a quei tempi “il PT aveva un cattivo rapporto con le popolazioni metropolitane” che dal 2013 chiedevano al governo di Dilma di abbandonare la sua svolta neoliberale.

La seconda domanda che ha formulato è perché continuano a morire tanti giovani neri. Non ha ottenuto risposte, il che gli permette di evidenziare che la mancanza di volontà del PT nel comprendere e assimilare questa problematica, ha generato “un vuoto di relazioni” con la popolazione delle favelas, che “ha facilitato la penetrazione della destra religiosa (e non) in mezzo al proletariato nero”. L’intellettuale italiano ritiene che questo è uno dei nodi della crisi del PT, che ha perso contatto con un settore chiave del proletariato, perché “rivela la crisi più pesante per la sinistra, lì dov’era egemonica”.

Quando ha chiesto perché il PT non è stato capace di rispondere all’offensiva della destra dal 2013, Negri ha concluso che le relazioni che il PT manteneva con i sindacati e i contadini senza terra, “erano diventate irrilevanti o forse sussistevano solamente per fini di propaganda”. Sostiene dunque che questo ha permesso alla nuova destra di conquistare l’egemonia nelle strade, per la prima volta dopo molti anni.

A questo punto Negri fa alcune affermazioni rilevanti. Il PT non ha affrontato una riforma costituzionale che potesse garantire la governabilità senza la necessità di corruzione. “L’idea di governare per mezzo della corruzione, ossia, riprendendo il costume della destra, non sembra aver turbato il progetto del PT fin dal suo inizio”, scrive il coautore di Impero. Va nella stessa direzione la denuncia del fatto che i governi del PT avevano stabilito “un tacito accordo di fair play con le reti mediatiche; nessun attacco nei loro confronti da parte del governo e reciproca lealtà da parte dei media”, per lo meno nel decennio in cui ha funzionato la governabilità, ossia tra il 2003 e il 2013.

Nelle conclusioni, Negri sostiene che i quadri del PT “interpretano tutto in termini di equilibrio governativo e parlamentare”, il che spiega il perché non siano stati capaci di porsi alla guida delle mobilitazioni del giugno 2013 e abbiano optato per la repressione. Quando li ha criticati per non aver puntato sui “contro-poteri dei poveri” per affrontare la destra, da loro ha ottenuto una risposta che considera “patetica” per chiunque si consideri di sinistra: “Noi difendiamo lo stato di diritto”.

Negri ritiene che il PT non tornerà ad essere una forza egemonica e che la sinistra brasiliana non potrà essere ricostruita in pochi anni. Dice che la parola passa adesso alle lotte nelle scuole superiori e a quelle dirette dalle donne. Tuttavia, il punto centrale, ancora una volta, è la questione nera, cioè quella del settore più povero e ribelle della classe operaia. “Il PT si è trasformato in una forza bianca, pallida in relazione alla questione razziale e debole nell’affrontare le politiche neoliberali”.

Fin qui, in forma molto succinta, alcune delle conclusioni di Negri. Credo siano corrette, soprattutto l’enfasi nello spiegare la crisi (della sinistra politica, ndt) con la repressione delle manifestazioni, l’allontanamento dai movimenti e l’incapacità di comprendere l’oppressione razziale. Il non guardare alla sinistra come vittima dei media e dell’impero, è un passo avanti in relazione alle mediocri analisi correnti.

Bisognerebbe tuttavia spiegare perché, di fronte alle lotte sociali e di classe, i governi del PT hanno scelto di dare priorità alla governabilità. Questo punto è importante, perché non è la prima volta che si presenta. Siamo di fronte a un tipo di comportamenti che vanno ben oltre le scelte fatte dai dirigenti del PT.

La prima questione è in relazione con i percorsi scelti. Optare per lo Stato conduce direttamente a difendere lo “stato di diritto”, la “ragion di Stato”, cosa che comporta il prendere posizione contro i movimenti e i popoli. La vecchia sinistra crede ancora che lo Stato sia uno strumento neutro, una convinzione che dovrebbe esser svanita dopo un secolo di rivoluzioni fallite.

La seconda considerazione è più complessa. Lo Stato è stato, e continua ad essere, il vivaio (per la riproduzione, ndt) della classe dominante. Da quando è arrivato al governo, il PT ha stretto alleanze con i grandi imprenditori e con il settore finanziario, è stato il grande difensore dell’agrobusiness e sotto i suoi governi le banche hanno ottenuto i maggiori profitti della loro storia. La corruzione che ora viene scoperchiata, in forma interessata da parte delle destre, non è un’anomalia, ma è intrinseca al sistema. È impossibile governare una grande nazione capitalista senza corrompersi.

Lavorare per ottenere cambiamenti di fondo comporta pertanto la necessità di percorrere altri sentieri, in particolare di abbandonare l’obiettivo di governare gli altri per assumersi invece il compito di dare impulso all’organizzazione dei popoli come primo passo per l’autogoverno. Altrimenti si continuerà a cercare messia e salvatori.

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Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo La vieja izquierda no recuperará hegemonía
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo

La nuova corsa all’oro

Società estrattiviste e rapina

È il quinto quaderno di Abya Yala, il nome con il quale il popolo Kuna, allora insediato in una regione che oggi corrisponde al nord della Colombia, indicava l’intero continente, prima dell’arrivo degli europei. Si chiama “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, l’autore, Raúl Zibechi, sulle pagine di Comune, non ha davvero bisogno di essere presentato.

sin-titulo279Il testo è inedito, le 106 pagine includono anche 5 schede di “estrattivismo” italiano le hanno curate i nostri compagni di sempre, il gruppo di Camminar Domandando, in collaborazione con Re:Common, che nella prefazione scrive:  “Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti.

oroInvestimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, “cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana”.

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l”estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è  ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

Camminar domandando (www.camminardomandando.wordpress.com)

Il libro non sarà in vendita nelle librerie e potrà essere acquistato solo ordinandolo via mail ad Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com. Il prezzo è di 7 euro, comprese le spese di spedizione.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

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