La settima volta

di Alvaro Belardinelli*

La notizia è del 13 febbraio. Il Collegio dei docenti dello storico liceo classico statale Terenzio Mamiani di Roma ha di nuovo bocciato le prove Invalsi. Per il settimo anno consecutivo. A partire da una storica mozione del 2011, infatti, il Collegio del Mamiani impietosamente boccia ogni anno questi quiz come “avulsi dalla funzione docente e dalla programmazione pedagogico-didattica dei singoli docenti e del Piano dell’Offerta Formativa”.

Anche stavolta la delibera di “non collaborazione” è passata, con quarantuno voti favorevoli (il 58 per cento di quanti hanno espresso un voto) e ventinove contrari. Dodici docenti si sono astenuti.

In un’Italia che non prende posizione, in un sistema scolastico nazionale i cui lavoratori sembrano aver ingoiato il boccone amaro della legge 107/2015 (la cosiddetta “buona Scuola”), il liceo Mamiani si permette il lusso di “disubbidire” ancora una volta, malgrado l’appiattimento generalizzato sulle posizioni governative, malgrado il consueto silenzio delle organizzazioni sindacali “maggiormente rappresentative assai”.

Che cosa ha spinto questi docenti a rifiutare ancora una volta i quiz Invalsi? Forse la paura di esser valutati sulla base degli scadenti risultati dei propri alunni? Improbabile, visto che a parlar bene del liceo Mamiani è nientepopodimeno che la Fondazione Agnelli: ossia uno dei più importanti fan e committenti dell’Invalsi stesso. Sul suo portale eduscopio.it la Fondazione Agnelli ha incoronato, per il secondo anno consecutivo, il Mamiani quale migliore liceo classico (e scientifico) di Roma, nonché tra i migliori d’Italia. Il criterio di valutazione, stavolta, non è quello del superamento degli indovinelli Invalsi da parte degli studenti, ma quello, sicuramente meno opinabile, dei risultati ottenuti dagli studenti stessi dopo il diploma di maturità classica e scientifica.

Appare quindi singolare (e paradossale) che la stessa Fondazione Agnelli sia costretta a parlar bene di uno dei pochissimi licei che ancora non si sono piegati ad accettare il rito dei rompicapo Invalsi. Evidentemente l’autonomia intellettuale degli insegnanti (e la loro capacità di insegnare secondo coscienza) giova alla scuola. Anche perché compito di ogni docente degno di questo nome è proprio educare all’autonomia intellettuale e al pensiero analitico-critico.

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L’Italia di oggi non è più, purtroppo, un Paese che possa ergersi a modello per quanto riguarda l’istruzione scolastica: lo potrebbe (come ha potuto fino a dieci anni fa) se di classifiche tra le scuole non se ne facessero affatto, se le scuole fossero tutte ben finanziate, e se quelle con i risultati più scadenti fossero aiutate, monitorate, fatte oggetto di studi e investimenti. Invece, da vent’anni a questa parte (e grazie alla cosiddetta “autonomia scolastica”) si va in direzione ostinata e contraria: ossia si cercano col lanternino le scuole da considerare “migliori” per “premiarne” il “merito” con finanziamenti e pubblici elogi. Il che, indirettamente, comunica all’opinione pubblica un subdolo (e ingannevole) messaggio subliminale, secondo il quale le scuole davvero “buone” sono ben poche.

Eppure, quand’anche fosse vero, ciò sarebbe dovuto proprio alla politica di sistematica demolizione della Scuola pubblica attuata da tutti i governi negli ultimi venticinque anni. Una politica avversata fattivamente, nell’ultimo quarto di secolo, soltanto dai sindacati di base (Unicobas Scuola e Cobas in primis): quelli “non rappresentativi”; quelli cui la conventio ad excludendum dei sindacati di Stato impedisce da vent’anni persino le assemblee sindacali in orario di servizio (per impedire che crescano), in aperta violazione dello Statuto dei Lavoratori.

La decisione dei docenti del Mamiani dimostra inequivocabilmente che è possibile opporsi comunque alla scuola-azienda, alla privatizzazione, all’autoritarismo. È possibile dire di no alla calunnia sistematica contro la Scuola Statale (l’unica pubblica), allo sfascismo di Stato che la demolisce (con fini certamente non democratici), le toglie finanziamenti, ne umilia il personale, pretende di (s)valutarla con sciarade e indovinelli che poco hanno a che fare con la pratica didattica quotidiana.

Il Collegio docenti del Mamiani non ha seguito le indicazioni dei sindacatoni ufficiali (quelli che promettevano “Vietnam in ogni scuola” e intanto invitavano i docenti d’Italia ad accomodarsi nei Comitati di Valutazione e a somministrare i quiz Invalsi “tanto ormai è legge”). I docenti del Mamiani (che l’anno scorso furono tra le non poche scuole che bocciarono anche il Comitato di Valutazione non eleggendovi i propri rappresentanti) hanno capito quello che i tanti don Abbondi e donne Abbondie sparsi per lo Stivale (e per la Scuola) non comprendono: ossia che la Costituzione tutela la libertà di insegnamento; e che i Decreti Delegati sono tuttora vigenti; e che pertanto il Collegio dei docenti ha potere deliberante in materia didattica, stando all’istituzione scolastica come il parlamento sta alla nazione; e che i docenti non sono soggetti a diktat di enti esterni, ma soltanto alle leggi, al contratto nazionale di lavoro e alla propria coscienza etica e professionale.

Siccome la Costituzione è tuttora in vigore, un docente non può essere obbligato a insegnare come vuole il Vaticano. Dunque non può essere obbligato nemmeno a insegnare come pretendono Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario internazionale, multinazionali, banche. Nemmeno se lo dice l’Invalsi, o la legge “buona Scuola”, o il ministro senza diploma mandato dal Grande Sindacatone, o il presidente degli Stati Uniti d’America. Perché la democrazia è libertà di pensiero, e perché la libertà di pensiero è l’unico bene comune che non può essere privatizzato, bloccato, recintato, conculcato.

Una scuola di qualità può fondarsi solo sulla libertà di pensiero. Altrimenti è scuola di omologazione e di obbedienza. Questo i docenti del liceo Mamiani lo sanno bene. E agiscono di conseguenza.

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* insegnante di latino e greco

 

 

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