La percezione fisica dei cambi climatici

Ogni anno le catastrofi naturali provocano danni per 520 miliardi di dollari e spingono 26 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Dal 1996 si registra un tremendo aumento innaturale dei disatri: 11.000 eventi estremi, e 530.000 vittime, 3300 miliardi di dollari i danni economici solo tra il 1996 e il 2015. In Europa si sono registrati 70 mila morti a causa dell’ondata di calore del 2003. L’Italia al 19esimo posto, nel 2015, con 174 morti e danni economici per oltre 2 miliardi di dollari. Se non basta a convincervi che non possiamo più far finta di non vedere quel che succede, andate a cercare in questa selezione certosina di notizie quel che comporta per la banchisa artica un normale volo da Londra a New York o i livelli del cambiamento faunistico della Groenlandia: dove c’erano foche adesso pascolano tranquillamente mucche e pecore. In coda alla rassegna il commento di Alberto Castagnola

a cura di Alberto Castagnola

La ventiduesima  Conferenza delle Parti, tenuta a novembre 2016, è arrivata ed è ripartita quasi senza lasciare tracce. In effetti ha presentato ufficialmente l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, ma le scarse prospettive di una azione decisiva per lottare efficacemente e soprattutto in tempi brevi contro il cambiamento climatico in esso contenute non sono state modificate. Anzi, la presenza di un Trump, negazionista e non ambientalista, alla presidenza degli Stati Uniti è sembrata, a gran parte dei commentatori, proiettare  un‘ombra molto negativa sulle aspettative emerse (e confermate dalla rapida ratifica del trattato da parte di oltre cento paesi) solo pochi mesi fa. Sembra soltanto che all’interno delle strutture sia stato concordato un piano per aggiornare entro il 2018 gli obiettivi nazionali, comunicati volontariamente (Gli NCD) prima dell’assemblea di Parigi.  Quindi si può solo sperare che la tenacia dei funzionari dell’Onu abbia ottenuto qualche maggiore impegno durante i giorni di Marrakesh, ma è un lavoro che dovrà essere moltiplicato nei prossimi mesi ed anni se veramente si pensa che la sede Onu debba diventare il centro della strategia diretta a non danneggiare ulteriormente il pianeta. Intanto continuano a far notizia – ma non a suscitare reazioni massicce neanche nelle popolazioni più direttamente colpite – nuovi o poco conosciuti meccanismi di danno ambientale, come l’estrazione illegale di zaffiri nei paesi africani oppure il contrabbando di sabbia, sempre più richiesta nei paesi che strappano terre artificiali al mare. Inoltre, fenomeni ben conosciuti, come la fuoriuscita del metano per lo scioglimento del permafrost (lo strato di terra un tempo coperto da ghiacci perenni) vengono trascurati senza esitazione, a causa delle pressioni esercitate dalle imprese che maneggiano combustibili fossili: la Groenlandia può ancora essere presentata come una terra liberata dai ghiacci che ritrova antiche coltivazioni, mentre vi sono state individuate innumerevoli fratture per la fuoriuscita del metano, predette da molti anni da un climatologo come James Hansen.

Clima ed eventi estremi

  1. A spasso. Antartide. Il 28 ottobre i delegati di 24 paesi e l’Unione Europea hanno stabilito che il Mare di Ross diventerà un’area marina protetta, la più grande del mondo. L’accordo è stato raggiunto durante la riunione della Commissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell’Antartide, che si è svolta a Hobart, in Australia. La pesca commerciale sarà vietata, per i prossimi 35 anni, in più di 1,55 milioni di chilometri quadrati dell’Oceano Antartico. (Internazionale n.1178, 4 novembre 2016, pag. 12, con foto)
  2. Stati Uniti, gli altri voti che contano. Nello stato di Washington gli elettori decidono se adottare una carbon tax, una tassa sulle emissioni di anidride carbonica per penalizzare le aziende che inquinano di più . Sarebbe la prima misura di questo tipo in tutti gli Stati Uniti. (Internazionale n.1178, 4 novembre 2016, pag. 26)
  3. Dovere umanitario. La regione nord orientale della Corea del Nord, colpita da violente alluvioni tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, è ancora in una situazione critica, scrive NKNews. Secondo il coordinamento delle nazioni Unite a Pyongyang, almeno 140mila persone sono state colpite. Gli sfollati sono sono 69mila e trentamila case sono state danneggiate. Le attività di soccorso delle organizzazioni internazionali presenti nel paese procedono con difficoltà a causa della mancanza di fondi, di mezzi logistici e di provviste. Il 2 novembre il governo cinese ha fatto sapere che manderà aiuti per quasi tre milioni di dollari. Inoltre sul fiume Tumen, che divide la Cina dalla Corea, saranno allestiti ponti galleggianti. (Internazionale n. 1178, 4 novembre 2016, pag. 31)
  4. Marrakech Express. Accelerare la piena applicazione degli accordi firmati un anno fa a Parigi per contrastare il riscaldamento climatico. E’ il primo obiettivo della COP 22 che si è aperta ieri in Marocco. (Intera pagina con due articoli de Il Manifesto, 8 novembre 2016, pag.16)
  5. In Siberia. La costa coperta da palle di neve. Migliaia di palle di ghiaccio sono comparse nel golfo dell’Ob, formate dal mix di vento e temperature basse, La dimensioni? Da una palla da tennis a un metro di diametro. (Corriere della Sera, 8 novembre 2016, pag.27, con foto)
  6. La terra scotta. Emissione compiuta. L’Italia predica bene e poi punta sul fossile. Più trivelle, tir, inceneritori. E meno rinnovabili. Dossier smonta le promesse di Renzi, mentre a Marrakesh entra nel vivo la COP 22.(…) L’Italia è tra quei paesi che formalmente si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 (L’obiettivo nostrano è stato fissato al 33%)Tutto bene? Non proprio. (…) Lo dice il “calendario” dei principali provvedimenti approvati in Italia nell’ambito della Strategia Energetica Nazionale (Sen), varata dal governo Monti nel 2013. Nel dicembre dello stesso anno il governo Letta autorizza l’erogazione di incentivi per 20 anni per la realizzazione di una centrale nel Sulcis, in Sardegna, (secondo uno studio pubblicato a luglio, nel 2013 in Europa le emissioni delle centrali a carbone hanno causato più di 22.900 morti premature, decine di migliaia di casi di malattie e costi sanitari stimati in circa 62 miliardi di euro). Nel cosiddetto decreto “Spalma incentivi”, convertito in legge dal governo Renzi nell’agosto 2014, vengono ridotte le risorse per gli impianti fotovoltaici e i risultati sono evidenti: i nuovi impianti nel 2012 erano 150mila, l’anno scorso 40mila. Non è tutto. Il decreto “Sblocca Italia”, convertito in legge nel settembre 2014, con un voto di fiducia e fortemente avversato da opposizioni e associazioni ambientaliste, di fatto si presenta come la negazione dell’Accordo di Parigi. Gli articoli 36,37 e 38, incoraggiano l’attività estrattiva per mezzo della formula di rito che identifica le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale come “operazioni di interesse strategico e di pubblica utilità, urgenti e indifferibili” (è la storia, triste, del referendum sulle trivellazioni dello scorso aprile, con Matteo Renzi che ha tifato per l’astensione).  Lo stesso decreto sblocca alcuni cantieri per un valore di 28 miliardi e 866 milioni, soprattutto per opere autostradali e aeroporti. E ancora. L’articolo 35 sembra un inno alla Co2 e promuove la costruzione di nuovi inceneritori definiti come “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente; un altro decreto, del 10 agosto 2016, individua poi 8 aree in cui realizzare gli inceneritori. (Il Manifesto, 9 novembre 2016, pag. 8; scarica dossier : asud.net e cdca.it)
  7. La mappa globale del clima impazzito. L’allarme dei meteorologi. Dal ’96 aumento innaturale, 11.000 eventi estremi, e 530.000 vittime. 3300 miliardi di dollari i danni economici tra il 1996 e il 2015. In Europa si sono registrati 70.000 morti a causa dell’ondata di calore del 2003. Italia al 19esimo posto nel 2015 con 174 morti e danni economici per oltre 2 miliardi di dollari. In occasione della conferenza di Marrakesh, Germanwatch presenta un rapporto ventennale “Indice del rischio climatico globale”. (…) L’Organizzazione Meteorologica Mondiale torna a suonare l’allarme con una sintesi di ben 79 studi. Tutti gli indicatori confermano la tendenza al riscaldamento a lungo termine causato dai gas ad effetto serra e lo scorso anno il “termometro mondiale” ha per la prima volta superato di un grado le temperature preindustriali, tenuto conto che l’Accordo di Parigi del dicembre scorso fissa il limite da non raggiungere “ben al di sotto di 2 gradi. Ma gli scienziati sono molto preoccupati anche per l’aumento “innaturale” dei fenomeni estremi.(…) (Corriere della Sera, 10 novembre 2016, pag. 31, con mappa, tabelle e classifiche per paesi).
  8. La scommessa dell’acqua, non sprecarla e sfruttarla meglio a partire dagli scarti dei depuratori. Italia, Ecomondo a Rimini. Lo dicono gli esperti, lo ripetono le multiutility, lo certificano gli studi statistici. L’acqua in Italia è un bene a cui fare sempre più attenzione, perché spesso viene utilizzata senza criterio. Nel 2015 – secondo l’ultima rilevazione Istat – la sua erogazione nelle abitazioni è stata irregolare per il 9,2 % delle famiglie italiane, una percentuale in aumento, anche se lieve, rispetto al 2014 (8,7%). Con 188 litri in bottiglia procapite, l’Italia detiene poi il primato europeo per il consumo di acqua imbottigliata (l’805 della quale in plastica, con impatti evidenti in termini di rifiuti prodotti (Fonte Ispra). “L’Italia depura solo il 79% delle acque fognarie; il resto soprattutto nel Sud, finisce a mare. Non bastasse, produciamo pure 200 litri al giorno di liquami a testa” , a sostenerlo, questa volta, è Francesco Fatone, docente al Dipartimento biotecnologie dell’Università di Verona. (…). (Corriere della Sera, 10 novembre 2016, pag. 42)
  9. Addio al ghiaccio. Un volo da Londra a New York comporta la perdita di circa un metro quadrato di banchisa artica. Per ogni tonnellata di anidride carbonica immessa nell’atmosfera si può infatti dire addio a tre metri quadrati di ghiaccio al Polo Nord, scrive Science. Il calcolo deriva dalla misura dell’estensione della banchisa al suo minimo annuale che si registra a settembre. I ricercatori hanno messo in relazione il minimo annuale con il totale delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Secondo questo calcolo, con l’emissione di altre mille giga tonnellate di anidride carbonica(mille miliardi di tonnellate) alla fine di ogni estate l’Artico sarà completamente privo di ghiacci. Al ritmo attuale delle emissioni, pari a circa 35 giga tonnellate all’anno, l’evento potrebbe verificarsi nel 2045. Le mille giga tonnellate sono anche la quantità di emissioni che non bisogna superare per sperare di contenere il riscaldamento globale sotto i due gradi, l’obiettivo dell’accordo di Parigi del 2015. Se i calcoli saranno confermati, si può dire che, al livello individuale , un australiano causa lo scioglimento di 50,7 metri quadrati di banchisa all’anno, uno statunitense 49,7, un russo 37,9, un tedesco 30,6 e un cinese 22,3. In media, ogni abitante dei paesi ricchi contribuisce alla perdita di 30 metri quadrati di ghiaccio marino artico all’anno. Secondo i ricercatori, collegare le emissioni pro capite allo scioglimento del ghiaccio polare è un modo per dare una percezione concreta del cambiamento climatico. (Internazionale n.1179, 11 novembre 2016, pag. 102)
  10. Siccità. La siccità che ha colpito il Marocco minaccia le oasi del sud est del paese. Secondo i climatologi, l’avanzata del deserto, cominciata negli anni ’80, continua ad accelerare. (Internazionale n. 1179, 11 novembre 2016, pag. 102)
  11. Gli anni tra il 2011 e il 2015 sono stati i più caldi dall’inizio delle osservazioni. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, la temperatura globale è stata più alta di 0,57 gradi rispetto alla media del periodo tra il 1961 e il 1990. A parte l’Africa, tutti i continenti hanno fatto registrare temperature record. Anche la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata a livelli mai visti e la probabilità di eventi estremi è salita di circa dieci volte. (Internazionale n.1179, 11 novembre 2016, pag. 102)
  12. I meteorologi: “Il 2016 è l’anno più caldo della storia”. L’allarme: effetto dei gas serra e del Nino. Le foto della Nasa: in Antartide declino irreversibile. Marrakesh. Ce ne siamo accorti tutti . Adesso sono anche gli scienziati a dirlo: il 2016 è stato l’anno più caldo della storia. Almeno da quando esistono le misurazioni sul clima. E già l’Antartide è a rischio. (…). La temperatura edia della superficie terrestre è superiore di 1,2 gradi centigradi a quella del periodo preindustriale e tutto lascia presagire che il trend non cambierà. A conferma arrivano le immagini scattate dalla Nasa sull’Antartide, che testimoniano il “declino irreversibile” dei ghiacciai nell’estremo sud del pianeta. E’ stata l’Organizzazione Meteorologica mondiale a dare i numeri del surriscaldamento, in margine al vertice Onu sul clima che da oggi entra nel vivo con l’arrivo dei capi di Stato e di governo in Marocco. Da gennaio a ottobre la superficie terrestre ha superato di 0,88° le temperature medie del periodo di riferimento – 14°, tra il 1961 e il 1990 – e di circa 1,2° quelle preindustriali, polverizzando il record dell’anno scorso (+ 0,77°). Per chi ama le hit parade, i primi sedici anni di questo secolo sono stati i più caldi della storia scientifica , con l’aggiunta del 1998. (…). Mentre i negoziatori si arrovellano su come realizzare gli impegni dell’Accordo di Parigi, le misurazioni scientifiche dimostrano che l’ambizioso limite di 1,5° è quasi raggiunto, benché le emissioni di Co2 siano da tre anni stabili. Il surriscaldamento è in buona parte dovuto alla corrente di El Nino, particolarmente potente tra il 2015 e il 2016, “In alcune zone della Russia artica le temperature hanno di 6-7° centigradi le medie di lungo periodo – ha osservato il segretario esecutivo della Wmo, Petteri Taalas – noi siamo abituati a misurare le differenze in frazioni di grado, ora tutto è diverso”. La febbre non colpisce soltanto le estremità del pianeta . Oltre il 90% dell’emisfero settentrionale, fuori dai Tropici, ha superato di almeno un grado la media del periodo di riferimento. A catena, sono da record tutte le variabili climatiche, dal disgelo del Mare Artico all’innalzamento degli oceani. Il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha presentato il conto: 26 milioni di nuovi poveri ogni anno, con un costo di 520 miliardi di dollari. (Corriere della Sera, 15 novembre 2016, pag. 29)
  13. La terra brucia e non c’è muro che tenga. (…) La desertificazione minaccia un quarto delle terre del pianeta e un miliardo di persone allocate in circa 110 paesi, ma è in Africa che si registra la situazione più drammatica. La siccità in Somalia ha portato a un +32% della popolazione malnutrita e a 431.000 rifugiati in Kenya, cui si uniscono i 300mila profughi interni. Secondo la Banca Mondiale, con un aumento delle temperatura medie mondiali tra +1,5° e +2 gradi, tra il 40% e l’80% delle terre agricole dell’Africa subsahariana non sarà più adatto alle coltivazioni di mais, miglio e sorgo già tra il 2030 e il 2040. A causa delle minori rese agricole stima un aumento tra i 35 e i 122 milioni di persone in condizioni di povertà estrema. Una delle conseguenze sociali più drammatiche connesse ai dati sopra elencati riguarda il crescente fenomeno delle migrazioni climatiche. : nel 2015, su 27, 8 milioni di sfollati interni, 14, 7 milioni sono stati determinati da eventi climatici estremi. Il rapporto “I costi umani dei disastri connessi al clima” afferma che , negli ultimi 20 anni, i disastri naturali sono stati determinati per il 90% da eventi climatici estremi. Tra i paesi più colpiti anche Cina, Filippine, Indonesia e Stati Uniti.(…) (Il Manifesto –A Sud, 15 novembre 2016, pag. 5; confronta anche, nella stessa pagina, “L’ombra di The Donald crea un brutto clima”)
  14. Iran, allarme smog. Oltre 400 morti in 20 giorni, scuole chiuse. E’ allerta nella capitale iraniana . Secondo i dati diffusi dalle autorità, a causa dell’inquinamento atmosferico sono morti in 412 dal 22 ottobre al 13 novembre. Il livello di polveri sottili nell’aria ha superato di oltre tre volte i valori della soglia di guardia. Per questo è stata disposta la chiusura di tutte le scuole per il terzo giorno consecutivo. Inoltre sono state stabilite restrizioni alla circolazione di auto, consentita a targhe alterne e solo in particolari circostanze. (Corriere della Sera, 16 novembre 2016).
  15. Ogni anno le catastrofi naturali provocano danni per 520 miliardi di dollari e spingono 26 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Lo afferma uno studio della Banca Mondiale pubblicato il 14 novembre. La valutazione dell’istituto è superiore del 60% rispetto a quella fatta dalle Nazioni Unite, che è di 300 miliardi di dollari. La banca Mondiale ha spiegato che nel suo studio ha esaminato anche i danni subiti dai più poveri, cioè la perdita di benessere rappresentata dalla mancanza di generi alimentari e di servizi come la sanità e le scuole. (Internazionale n. 1180, 18 novembre 2016, pag.117)
  16. Lo smog sopra Teheran, Iran. (…) Il particolato fine (polveri con diametro inferiore a 2,5 microgrammi) trasportato dal vento ha raggiunto concentrazioni superiori a 150 microgrammi per metro cubo: le concentrazioni tra i 101 e i 150 sono considerate dannose per i soggetti sensibili come anziani e bambini. (…) Uno studio iraniano pubblicato a gennaio del 2016 dimostra che il numero dei giorni in cui la qualità dell’aria in città è buona o nella media si è drasticamente ridotto negli ultimi undici anni. I livelli consentiti di emissioni inquinanti delle auto non sono rigidi e i trasporti pubblici, per quanto potenziati, non riescono a far fronte all’aumento della popolazione. Le principali cause dell’inquinamento dell’aria sono proprio i gas di scarico di auto, camion e moto. D’inverno l’inversione termica può aggravare lo smog. Uno strato di aria calda intrappola quella sottostante, più fredda, densa e inquinata, mentre i monti che circondano Teheran impediscono allo smog di uscire dalla valle. (Internazionale n.1181, 25 novembre 2016, pag. 111, con foto da satellite)
  17. Chiude i battenti una conferenza deludente. Niente sanzioni per gli stati che non mantengono gli impegni sul calo delle temperature. (…) Le uniche buone notizie provengono da prese di posizione volontarie. Il gruppo del Climate Vulnerable Forum – 48 tra i paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, tra cui Bangladesh, Madagascar, Costarica, Vietnam -, hanno annunciato di voler agire immediatamente mettendo in piedi piani di azione per la transizione al 100% rinnovabili nel più breve tempo possibile e fissando come obiettivo il contenimento dell’aumento di temperatura entro l’1,5°. La dichiarazione segue l’annuncio diffuso all’inizio della settimana da parte di Usa, Canada e Messico: i tre paesi nordamericani hanno fissato ambiziosi obiettivi di riduzione di gas a effetto serra per il 2050. L’amministrazione Obama continua ad agire sul cambiamento climatico come se nulla fosse accaduto. In concomitanza con COP 22 la Casa Bianca ha inviato all’Onu un piano dettagliato per centrare l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050. Un obiettivo ad oggi lontanissimo ma che lo spauracchio di Trump ha spinto ad una maggiore ambizione. Anche la Germania ha annunciato il varo della Road Map al 2050. (…) (Il Manifesto, 19 novembre 2016, pag.7; vedi anche altri due articoli nella stessa pagina)
  18. La conferenza sul clima di Marrakech, in Marocco, si è conclusa con l’adozione di un piano di lavoro da qui alla fine del 2018 per definire le modalità di attuazione dell’Accordo di Parigi. Il gruppo dei paesi più vulnerabili, tra cui Etiopia, Bangladesh e Haiti, si è inoltre impegnato ad agire per mantenere l’aumento delle temperature sotto gli 1,5° e a raggiungere il 100% della produzione di energia rinnovabile il più rapidamente possibile, a condizione di ricevere il sostegno dei paesi ricchi. L’accordo di Parigi prevede l’istituzione entro il 2020 di un fondo di cento miliardi di dollari all’anno per sostenere i paesi poveri. (Internazionale n.1181, 25 novembre 2016, pag. 108)
  19. Le alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito la Repubblica Domenicana hanno costretto 32mila persone a lasciare le loro case. Novantuno località sono rimaste isolate. (Internazionale n. 1181, 25 novembre 2016, pag. 108)
  20. Siccità. Il governo boliviano ha proclamato lo stato di emergenza a causa della siccità più grave degli ultimi 25 anni. L’acqua è stata razionata in sette delle dieci città più grandi del paese. (Internazionale n.1181, 25 novembre 2016, pag. 108)
  21. Un’ondata di freddo eccezionale, con temperature di trenta gradi inferiori alla media stagionale, ha colpito il Kazakistan. Nella capitale Astana il termometro è sceso a meno 34 gradi. (Internazionale n. 1181, 25 novembre 2016, pag. 108)
  22. Nella terra dei ghiacci pecore e mucche prendono il posto delle foche. Dove vivono gli Inuit, anche a 2300 metri di quota c’è un solo grado sotto zero. La Groenlandia sta perdendo il suo fascino “polare” e diventa meta di turisti. (… ) L’agriturismo è una delle 38 fattorie esistenti in Groenlandia, la più grande isola del mondo. Un territorio con l’estensione di mezza Europa, per tre quarti ricoperto di ghiacciai perenni, e popolato quasi solo sulle coste meridionali ed occidentali da neanche 58mila abitanti. (…) Il clima impazzito degli ultimi anni sta però cambiando tutto e dov’erano un tempo distese di neve eterna si intravedono ora pascoli verdissimi e orti. Del resto, se non fosse per gli iceberg trascinati dalle correnti,, che i continui smottamenti scaricano a mare, anche la baia potrebbe sembrare un paesaggio di altre latitudini. (…) Abbiamo rilevato temperature incredibilmente alte. A 2300 metri di quota c’era appena un grado sotto lo zero, un caldo pazzesco per l’Artico (…). In questi decenni ha visto i ghiacciai dei fiordi sudoccidentali ritirarsi sempre di più e con loro sono scomparse anche le principali fonti di sostentamento della popolazione locale, cioè la caccia all’orso e alle foche. Oggi in tutto il distretto di Kujalleq, che è grande una volta e mezza la Lombardia, vivono appena seimila esquimesi. Qassiarsuk, dove si vedono ancora le rovine di Brattablid, il primo insediamento della Groenlandia, fondato nel 982 dopo Cristo da Erik il Rosso, che qui approdò con un centinaio di coloni, sono rimasti in 40. (…) E così il ghiacciaio di Qaleraliq, che s’affacciava sul fiordo di Tasermiut, si è ritirato in un ventennio di quasi cinque chilometri , con una accelerazione a partire dal 2012.
  23. Sulla rotta di Amundsen.L’estate di quattro anni fa è stata la più calda mai registrata nella zona polare”, spiega Marco Tedesco, docente di geologia marina alla Columbia University di New York, “la banchisa artica si è ristretta fino a raggiungere la sua estensione minore da quando viene monitorata via satellite e cioè dal 1979”. La scorsa estate, però, le temperature si sono avvicinate di nuovo a quel record, e la crosta gelata del Mar Glaciale artico si è ridotta quasi dell’80%. “I ghiacci hanno cominciato a sciogliersi in aprile, la stagione calda è stata eccezionalmente lunga, con picchi di temperatura  sulla costa meridionale ed occidentale della Groenlandia” continua il professore tra i massimi  esperti di glaciologia. Il disgelo ha consentito  per la prima volta ad una nave da crociera di aprirsi un varco attraverso il “Passaggio a Nord Ovest”, che collega l’Oceano Pacifico con l’Atlantico passando per il Polo Nord. (…). “Dal 1979 ad oggi, la superficie del ghiaccio marino si è ridotta di un estensione pari a undici volte il nostro Paese”, osserva Marino, ricordando che a queste latitudini le temperature crescono ad un ritmo doppio rispetto alla media: ”Il ghiaccio bianco  riflette le radiazioni solari, l’acqua scura dell’oceano le assorbe, e così lo scioglimento amplifica gli effetti del riscaldamento globale” . Se dunque l’incremento delle temperature del pianeta dovesse mantenersi, come previsto dall’Accordo di Parigi, al di sotto della soglia dei due gradi (rispetto all’epoca preindustriale) nell’Artico l’aumento potrebbe anche essere di 4-5 gradi. E con queste temperature, al massimo entro vent’anni, non resterebbero più ghiacci in tutta la regione polare.
  24. Uranio e petrolio. Una prospettiva del genere provocherebbe una serie di reazioni a catena su  tutto il pianeta: dall’innalzamento del livello dei mari , all’alterazione del loro grado di salinità, dalla distruzione di interi habitat naturali, all’ulteriore surriscaldamento delle regioni equatoriali, fino al moltiplicarsi di perturbazioni e cicloni. Nel frattempo però il cambiamento climatico sta lasciando intravedere nuove opportunità commerciali in regioni che prima erano inaccessibili. Nel sud della Groenlandia non si stanno sperimentando solo le prime produzioni agricole e zootecniche. Non lontano dalla fattoria c’è la miniera di Kvanefjeld, dove sono stati scoperti degli immensi giacimenti di uranio e terre rare. Più a sud sono stati individuati dei depositi d’oro; a nord invece filoni di rame e ferro, zinco, nickel e rubini. Per non parlare delle riserve di petrolio che potrebbero nascondersi sotto i fondali del Mar Artico. Nel 2009 la Groenlandia ha ottenuto con l’autonomia politica, anche il diritto di sfruttamento delle proprie riserve naturali, comprese quelle minerarie. Con la promessa di creare migliaia di posti di lavoro, una compagnia australiana, la Gme, si è assicurata la concessione per esplorare la miniera di Kvanefjeld, grazie ad una riforma che nell’ottobre 2013 ha abolito il divieto di estrarre uranio. Proteste però sono scoppiate in tutto il paese, a cominciare da Narsaq, la cittadina più vicina al giacimento; c’è stata una crisi di governo, e il progetto si è arenato. E a causa dell’assenza di infrastrutture e dei rigori dell’inverno , anche altri investitori stranieri del settore minerario hanno abbandonato i loro piani. (…) (SETTE n.47, 25 novembre 2016, pag. 68)
  25. Guerra all’ultima spiaggia. Sorpresa: è la sabbia il “bene” più contrabbandato. Granelli come oro. Sono anche nei dentifrici, ma alimentano soprattutto il boom edilizio delle megalopoli. Così, dall’India al Marocco, il saccheggio spinge un giro d’affari da 65 miliari di euro. E c’è chi è pronto a uccidere. “Ogni giorno si portano via mille camion di sabbia dal nostro fiume. La rubano, attraversano i nostri campi per trasportarla rovinando le colture, i loro uomini armati terrorizzano la gente e sollevano una nuvole di polvere densa che non ci fa più respirare”. Samiksha Yadav, capovillaggio di Dadutaal, nel cuore dell’India, si è messa alla testa di cento donne per difendersi, con uno sciopero della fame, dalla “Sand Mafia”, come la chiamano. Dopo gli “ottimi” monsoni di quest’anno, il fiume è grasso di sabbia, e nel distretto di banda, nell’Uttar Pradesh, sacchi su sacchi vengono “portati via illegalmente con la connivenza di politici e poliziotti”. Hanno protestato, Yadav e le altre, e bloccato le strade chiedendo di fermare il “traffico” che sta devastando la regione, “Prenderemo provvedimenti decisi, ha annunciato il district collector Ramesh Bandari. Ma dopo le parole servono i fatti. Che finora non si sono visti. (…) Perché il vero problema è che la nostra civiltà è tutta costruita sulla sabbia. Letteralmente. L’abbiamo usata per edificare fin dai tempi di piramidi e faraoni, nel Rinascimento è stata trasformata in vetro, ed ha partorito gli strumenti per le rivoluzioni tecnologiche di telescopi e microscopi, oltre che finestre per tutte le case. Oggi, sabbie di varie specie sono ingredienti essenziali di cosmetici, dentifrici, pannelli solari, elettronica. E, naturalmente, del cemento. A parte aria e acqua, ( e delle sanguinose guerre scatenate per le risorse idriche sappiamo già molto) è la sabbia (sand in inglese) la risorsa naturale più usata dall’uomo: ogni anno ne consumiamo 40 miliardi di tonnellate, sottraendola però alle rive del mare e ai letti dei fiumi, e non ai deserti, come vorremmo pensare tutti: i granelli scolpiti dal vento e non dall’acqua sono troppo “tondi “ per essere utilizzati nelle costruzioni. (…) In Cina, in appena un ventennio, il consumo di cemento è cresciuto del 437,5%, i colossali progetti immobiliari di Dubai e Abu Dhabi – le varie isole Palm e World “strappate” al mare – hanno esaurito le risorse locali  e infatti gli esportatori australiani stanno ormai letteralmente vendendo la sabbia agli arabi. Il risultato finale è che il giro d’affari globale della materia è ormai oltre i 65 miliardi di euro. Ed è qui che arrivano la “Sand Mafie”, le mafie della sabbia. La percentuale è ovviamente impossibile da definire con precisione, ma la quota di sabbia estratta nel mondo in modo illegale è elevatissima. Sembra che tra il 40 e il 50 % di quella usata dai costruttori in Marocco abbia una simile provenienza., i siti estrattivi che in India alimentano la crescita onnivora delle città (le costruzioni oggi rappresentano il 9% del Pil) sono almeno 8000, e fanno si che il Subcontinente rappresenti oggi il “fronte”  più esteso delle “guerre di sabbia”; solo nei primi dieci mesi di quest’anno, poi, la polizia di Hanoi  ha scoperto almeno 151 casi di miniere fuorilegge, arrestando 191 persone. Le isole indonesiane sparite. E decine sono stati gli ufficiali malesi messi sotto processo (nel 2010, ma le cose non sono migliorate) per aver accettato mazzette e favori sessuali per chiudere tutti e due gli occhi mentre vedevano passare i camion pieni di sabbia dalle spiagge devastate in direzione di Singapore. Quella stessa Città-Stato che si è allargata artificialmente sull’oceano per oltre 130 chilometri quadrati, ed è considerata il più grande importatore della materia al mondo: in una decina di anni, almeno due dozzine di isolette indonesiane sono state materialmente “aspirate” fino alla scomparsa dai contrabbandieri che volevano soddisfare la domanda della capitale asiatica. Quando si dicono “sabbie mobili”…(…) Gli ultimi, pochi giorni fa, ad aver lanciato la crociata contro le “miniere illegali di sabbia” sono i cambogiani. Intere comunità di pescatori hanno denunciato il “furto delle spiagge”, letteralmente dragate via. “Sette lidi non esistono più”, ha spiegato Louk Pou, un pescatore di Koh Sralau, isoletta a 300 chilometri ovest della capitale Phnom Penh. Secondo gli attivisti, appoggiati dall’Onu, negli ultimi nove anni sono sparite verso l’estero (principalmente Singapore) 72 milioni di tonnellate di sabbia, mentre alle autorità ne risultano solo tre. Una differenza che vale più di 700 milioni di euro. (…) (Sette n. 47, 25 novembre 2016, pag.59, con foto)

Foreste e incendi, miniere e suolo

  1. La carta rinasce dove muore. In Italia, dieci anni fa, il recupero produceva 10 milioni di tonnellate di materiale all’anno, ora sono quasi 9 miliardi. Siamo diventati sobri, il riciclo frutta 98,5 milioni a 5.500 comuni. Viaggio dove i fogli ( e i vecchi libri) si tramutano in nuovi fogli (e scatole). (…) (Corriere della Sera, La Lettura, 13 novembre, pag.22)
  2. In difesa delle coste. I portoghesi si mobilitano per i loro litorali. Come spiega Die Tageszeitung, le aziende petrolifere ritengono che al largo delle coste del paese ci siano ricchi giacimenti di greggio. Secondo alcune stime, le riserve potrebbero valere fino a 43 miliardi di euro. I progetti delle aziende, però, incontrano una dura opposizione nel paese: molti portoghesi temono che gli impianti petroliferi possano penalizzare il turismo, uno dei settori più vitali dell’economia nazionale. Le ricerche del greggio, infatti, dovrebbero concentrarsi nella regione dell’Algarve, nel sud del paese, la principale meta del turismo estivo. Per questo, il 12 novembre sono state organizzate delle manifestazioni di protesta a Lisbona e a Porto. (Internazionale n. 1180, 18 novembre 2016, pag. 117).
  3. Adotta un albero, salverai una foresta. Lo si sceglie on line nei vivai africani o nelle terre confiscate alla mafia in Italia. A 35 anni , Federico Garcea fa il lavoro più bello del mondo: pianta alberi. Un mestiere nato giocando a fare il contadino virtuale su In Camerun come consulente in materia ambientale, nel 2010 s’imbatté in villaggi che svendevano la foresta. Perché non invertire il giro di giostra? : ottenere soldi per ripiantare il bosco invece di ucciderlo? Nasce così a Firenze, con Tommaso Peroni, il progetto Freedom,che consente di adottare o regalare alberi dei vivai di Kenya, Camerun, Senegal, Malawi, Burkina Faso, Argentina, Haiti e dalle terre confiscate alla mafia in Italia. Freedom li fotografa, racconta e geolocalizza, cos’ che chi li adotta possa seguirne il destino. Una volta cliccati, gli alberi compiono il loro viaggio definitivo, collocati in piantagioni, boschi e aranceti reali., i frutti assegnati ai contadini. A Natale, Federico “pianterà” anche totem a Firenze e a Milano. Serviranno a entrare nelle foreste da cui è nato il mondo.

250.000 sono gli alberi piantati in cinque anni dal progetto Freedom .2,1 milioni il fatturato di Freedom previsto per il 2016. Supera ogni aspettativa. 49,90 euro il costo del baobab, l’albero più regalato fino a questo momento. (Io Donna, 19 novembre 2016, pag.30)

  1. Clima e terre. Così cambiano le migrazioni. Non ci sono solo guerre e bombe a costringere i migranti a partire. “Nel solo 2014 in 19,3 milioni hanno abbandonato la loro casa per i cambiamenti climatici”, ha spiegato ieri Stephane Jaquemet, rappresentante UNHCR per il Sud Europa, alla conferenza internazionale “Climate induced migration”, organizzata a Milano dalla Fondazione ENI Enrico Mattei. Come sottolineato da Saskia Sassen (Columbia University), “le statistiche non tengono conto dei migranti che si spostano per lo sfruttamento delle loro terre”. Emma Bonino ha sottolineato come sia necessario “rivedere la Bossi-Fini”. (Corriere della Sera, 24 novembre 2016)
  2. I dannati dello zaffiro. La corsa dei minatori in un’area protetta nel Madagascar. I principali giacimenti di zaffiro si trovano in Australia, Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Cambogia, Vietnam, Madagascar e India. Le pietre blu Rischiano di devastare una zone di inestimabile riccezza ambientale. Le pietre blu sono gli zaffiri estratti da una miniera in Madagascar in un corridoio naturale tra due aree protette, di cui una patrimonio Unesco dell’umanità.(…) Da un mese, in una remota regione delle zone nord-orientali del Madagascar, è in atto una corsa agli zaffiri. Da quando sono state estratte le prime pietre preziose, l’area è stata presa d’assalto da minatori professionisti e improvvisati, mercanti, militari che cercano di mantenere un minimo di ordine, donne e uomini accomunati da un’unica speranza : trovare la “grande pietra blu”, quella da cento carati che , si dice, è stata estratta dai primi fortunati minatori. Ma nessuno l’ha mai vista. Zaffiri e rubini sono varietà dello stesso minerale, il corindone, un ossido di alluminio che è il materiale naturale di maggio durezza dopo il diamante. La differenza è che i rubini sono rossi a causa delle inclusioni di cromo, gli zaffiri sono blu per le inclusioni di titanio e ferro. I più grandi e preziosi, quelli blu intenso, (royal blue), una volta tagliati arrivano a costare anche mille euro a carato. (…) Il giacimento si trova in un’area teoricamente protetta, un corridoio naturale tra il parco nazionale Zahamena a sud e la Riserva speciale di Mangerivola a nord ovest dove i lemuri, proscimmie che vivono solo in Madagascar, possono spostarsi da una zona all’altra. Il parco Zahamena fa parte delle foreste pluviali di Atsinanana, dichiarate nel 2007 dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Da una parte ci sono le preoccupazioni ambientaliste, dall’altra le esigenze di una delle nazioni più povere del mondo in cui le miniere artigianali sono una delle voci più importanti dell’economia e vengono difese dalla classe politica locale. Anche se la compravendita delle gemme è in mano a mercanti locali e stranieri. Quella di Ambatondrazaka è solo l’ultima delle corse allo zaffiro che si sono succedute in Madagascar a partire dal 2012. Le miniere si aprono e si sviluppano a velocità incredibile. (…) Poi, così come sono nate , improvvisamente si svuotano. Le ultime notizie dal Madagascar dicono che i minatori stanno abbandonando la zona per spostarsi verso un nuovo giacimento. Dopo il blu, è aperta la corsa al rosso: dicono che sono stati trovati i rubini.(Corriere della Sera, 24 novembre 2016, pag. 29, con foto e cartina).

 Perdita di biodiversità

  1. La strage di elefanti costa 25 milioni di dollari l’anno. Nell’ultimo decennio i paesi africani hanno perso 25 milioni di dollari all’anno in mancati introiti da turismo, a causa del bracconaggio che in quel periodo ha fatto sparire più di 100.000 elefanti. Sono i dati di una ricerca pubblicata su “Nature Communications”. “Il succo del discorso è che il ritorno degli investimenti sulla salvaguardia degli elefanti è positivo in Africa – commenta Robin Naidoo, direttore dello studio e scienziato del Wwf – in aggiunta a tutte le altre ragioni per la conservazione, c’è ne è anche una economica” (Nella foto LaPresse, elefanti tracciati con un collare all’Amboseli National Park in Kenya). (Il Manifesto, 3 novembre 2016).
  2. Gli scoiattoli delle isole britanniche sono colpiti dalla lebbra. Da 110 animali malati è stato possibile isolare due batteri rresponsabili della malattia, il Mycobacterium leprae e il M. lepromatosis. Il batterio trovato negli scoiattoli della Brownsea Island è risultato essere simile a quello isolato in scheletri di persone con la lebbra vissute 730 anni fa. Secondo Science, la scoperta dimostra la difficoltà di eradicare la malattia, eliminando tutti i serbatoi del batterio. (Internazionale n.1180, 18 novembre 2016, pag. 111)
  3. L’Argentina e il Cile hanno annunciato un piano che prevede l’uccisione di centomila castori per proteggere le foreste nell’arcipelago della Terra del Fuoco. I roditori avrebbero già distrutto 400 chilometri quadrati di vegetazione. (Internazionale n. 1180, 18 novembre 2016, pag. 112).
  4. Diverse specie di uccelli marini mangiano i rifiuti di plastica perché sono ingannati dall’odore oltre che dalla forma, scrive Science Advances. I ricercatori dell’Università della California di Davis hanno isolato sui detriti in mare una sostanza maleodorante, il solfuro dimetile, prodotta dalle alghe microscopiche predate da piccoli organismi di cui si nutrono gli uccelli marini. Quando gli albatros, le procellarie o le berte ne sentono l’odore scambiano la plastica per del cibo. Si stima che negli oceani circolino 269mila tonnellate di plastica. (Internazionale n. 1180, 18 novembre 2016, pag. 112)
  5. Caccia al lupo in Norvegia. Nelle foreste della Norvegia vivono solo 68 lupi. Pochi? Non per il governo conservatore di Erna Solberg che ha deciso l’abbattimento di oltre due terzi: 24 nel loro habitat principale, 13 nelle regioni vicine, e ulteriori dieci in altre aree del paese. D’altronde la caccia è uno sport molto popolare tra gli scandinavi, basti pensare che l’anno scorso per sparare ai 16 esemplari “messi in palio” dalla legge sono arrivate ben undicimila persone. “In questo modo tre branchi di lupi su sei potranno essere sterminati”, spiega Silje Ask Lundberg, presidentessa della Società norvegese per la conservazione della natura. E il Wwf parla addirittura di un massacro di dimensioni mai più viste dal 1911. La giustificazione addotta dal Ministero dell’ambiente, ossia che la decisione serve a limitare gli attacchi al bestiame si scontra con le disposizioni degli scorsi anni intese ad assicurare la convivenza fra greggi e animali selvatici. E con l’inserimento dei lupi nella lista delle specie in pericolo dal 2015. (Io Donna, 19 novembre 2016, pag.192)
  6. Il cambiamento climatico mette a rischio la sopravvivenza delle renne in Siberia, nel nord della Russia. Secondo uno studio, decine di migliaia di renne sono morte nel 2006 e nel 2013, quando lo scioglimento dei ghiacci artici ha causato forti piogge che hanno formato uno strato di ghiaccio sui pascoli, impedendo agli animali di cibarsi dei licheni sotto la neve.

Salute umana

  1. Anche farmaci e profumi fanno male all’ambiente. Rischiano di inquinare come metalli pesanti e diossine. I test sono fatti solo per evitare dermatiti o allergie. (…) Questa specifica ricerca che ha preso in analisi 17 fragranze largamente usate per profumare i prodotti e ne ha cercato le tracce nella laguna di Venezia, è particolarmente innovativa perché sull’argomento quasi non esiste una letteratura. (…) “ Negli anni scorsi la preoccupazione riguardo alla persistenza nell’ambiente dei profumi al muschio ha animato il dibattito scientifico. Ora però ci si è resi conto che esiste un ambito più ampio di inquinanti “emergenti”, mai presi i considerazione : tra questi rientra l’ampia categoria dei farmaci e dei prodotti per la cura personale. Rispetto agli inquinanti classici studiati da 40 anni, come i metalli pesanti e le diossine, dei quali si conoscono bene gli effetti nocivi sull’ambiente, di queste nuove sostanze, usate in modo massiccio, si sa poco: prima di essere immesse sul mercatone vengono studiati gli effetti sulla salute umana, molto meno su quella ambientale”. In pratica, uno shampoo o un detersivo vengono testati perché non provochino dermatiti o allergie a chi li usa, ma non si tiene conto che la pelle umana viene a contatto solo con l’1% del prodotto. Il restante 99% viene lavato vis e finisce nelle acque reflue che, nel migliore dei casi, passano da un impianto di depurazione che abbatte alcuni degli inquinanti, mentre, nel caso peggiore, vengono riversate direttamente nell’ambiente. Lo stesso vale per un farmaco, che viene assorbito solo in parte dal corpo umano: il resto viene espulso e finisce nell’ambiente. “Il nostro studio è stato realizzato a Venezia, un banco di prova straordinario perché, con la sua laguna, è un contesto urbano immerso in un ambiente naturale protetto, quindi c’è la possibilità di mettere questi due ambienti a confronto” , racconta Vecchiato. E continua “In tutto esistono ben 10.500 fragranze. La stessa sostanza , o un mix di sostanze, può essere usata per profumare la candeggina, un detersivo o un sapone. Noi ne abbiamo prese in analisi 17 tra quelle in commercio, scegliendo le più stabili e persistenti, e che quindi potrebbero resistere più a lungo se immesse nell’ambiente. Ci siamo focalizzati su sostanze nuove sulle quali non erano mai fatti studi: tra tutti i composti presi in esame, l’unico del quale finora è stata studiata la presenza nell’ambiente è il benzil-salicilato, inserito dalla UE tra le 26 sostanze allergeniche per l’uomo e riportato obbligatoriamente sull’etichetta dei prodotti. Negli ultimi anni i salicilati hanno avuto un aumento della produzione perché hanno un rapporto costo-efficacia molto vantaggioso. Nel 2010 la produzione mondiale di benzil-salicilato ammontava  a  500 tonnellate. Solo adesso, però, si stanno effettuando studi sui suoi possibili effetti tossici e i risultati indicano una capacità di alterare l’equilibrio ormonale paragonabile a quella del Bisfenolo A (sostanza chimica usata nella sintesi di materie plastiche e resine). Naturalmente necessari ulteriori approfondimenti per avere maggiori certezze, ma certo è che le indicazioni ottenute finora non sono rassicuranti . (SETTE n. 44, 4 novembre 2016, pag. 74)
  2. Raccolta record per l’oppio. Che venduto in Occidente finanzierà i talebani. Una nuova bomba sembra prepararsi a esplodere in Occidente, “firmata”  dai talebani: quella della droga. La produzione d’oppio, negli ultimi dieci anni di guerra afgana è andata costantemente crescendo, anche se l’anno scorso era scesa a causa della siccità. Ora, però, sta esplodendo: nel 2016 la quantità che arriverà sul mercato da qui sarà (secondo l’Onu) di 4800 tonnellate: + 43% sull’anno passato. La gran parte della droga viene dalle regioni in cui più forte è la presenza delle forze talebane: l’ sforzo internazionale di sradicare la coltivazione è fallito, visto che quest’anno i campi che hanno abbandonato il papavero sono stati pari a 355 ettari, -91% rispetto al 2015, a causa delle condizioni economiche . Gli “Studenti di Dio” guadagneranno due volte: dalle tasse che impongono ai contadini e dalla vendita d’oppio sul mercato della droga. Insomma ai giovani occidentali che finanzieranno così indirettamente il terrorismo jihadista e uno dei suoi attori principali. (SETTE n.44, 4 novembre 2016, pag. 68)
  3. La sfida di Pepsi: meno di 100 calorie a lattina entro il 2025. Davanti all’epidemia di obesità e diabete giovanile che scuote l’America, i giganti delle bibite gassate e delle merendine hanno cercato di mettersi la coscienza a posto aumentando, nel loro portafoglio-prodotti, l’offerta di acque minerali e bevande a ridotto contenuto calorico. Ma i consumatori faticano ad abbandonare le bibite classiche , dalla Coca Cola alla Pepsi, e allora PepsiCo, il gigante alimentare Usa che produce anche il Gatorade e i cibi delle linee Quacker Oats e Lay’s, promette un nuovo sforzo per la riduzione di zucchero e grassi nei suoi prodotti: meno di 100 calorie in ogni lattina di bibita entro il 2025 (oggi siamo a 150 in media) e sodio e grassi nei cibi dimezzati entro la stessa data. Il gruppo Usa, guidato dall’Indiana di Madras Indra Nooyi, tenta da tempo di mettere sul mercato alimenti e bevande meno problematiche per la salute. Ma un primo piano con obiettivi non troppo ambiziosi, varato nel 2009, ha funzionato solo in parte. I laboratori della Pepsi, però, hanno continuato a studiare i sostituti di zucchero e sale e ora si sentono in grado di proporre un piano più ambizioso. Non è detto che funzioni e di certo non basterà, ma è un segnale che conta. (SETTE n.44, 4 novembre 2016, pag.66).
  4. La Coop sostituisce l’olio di palma nelle sue filiere di prodotti. La volontà popolare crea qualche grattacapo almeno alle oligarchie che governano l’industria agroalimentare. Il caso esemplare destinato a fare scuola riguarda l’olio di palma che gode di pessima fama per via della sua nocività (contiene grassi saturi in eccesso) e perché è considerato uno dei principali responsabili della deforestazione ( ogni anno sparisce un milione di ettari di foresta per produrre 60 milioni di tonnellate di olio di palma, principalmente in Indonesia e Malesia). Un impatto insostenibile – anche per le strategie di marketing – che ha costretto le industrie a correre ai ripari per non compromettere l’immagine dei prodotti più consumati. La pressione delle associazioni ambientaliste e dell’opinione pubblica nel 2015 ha spinto 57 industrie a sottoscrivere un accordo che prevede l’impegno ad utilizzare il 100% di olio di palma “sostenibile” (non responsabile della deforestazione). Un passo avanti, ma non abbastanza poiché erano 137 le industrie che si erano impegnate ad utilizzare olio di palma certificato; solo il 17 % della produzione mondiale oggi risponde a questo criterio di sostenibilità ambientale. L’approccio “virtuoso” è stato sottoscritto e poi rivendicato anche dalla Ferrero (Nutella) che ha appena annunciato al mondo di voler continuare ad utilizzare olio di palma. “Dal punto di vista della sostenibilità ambientale il nostro olio è migliore di quelli utilizzati dai concorrenti”, ha precisato il presidente di Ferrero Italia Alessandro d’Este. Affermazione “certificata” anche da Greenpeace. Per fare di più e mglio rimane una sola strada: eliminarlo del tutto. Così ha deciso di fare Coop per circa duecento suoi prodotti a marchio (biscotti, gelati, merendine, omogeneizzati). Ci sono voluti sei mesi di lavoro per studiare e testare nuove formule nutrizionali prima di introdurre sugli scaffali la nuova linea di prodotti “palm free” (…) (Il Manifesto, 8 novembre 2016, pag. 4)
  5. Quanto costa curarsi. Una spesa di uno o due dollari al mese per persona potrebbe assicurare le 201 medicine essenziali nei paesi in via di sviluppo. Secondo The Lancet, un paese su cinque spende meno del minimo indispensabile per assicurare questi farmaci a tutti. Allo stesso tempo la spesa globale per le medicine è otto volte superiore al valore massimo necessario, pari a 1200 miliardi di dollari. Nella lista sono compresi antidolorifici, farmaci contro hiv e aids, tbc, cancro, ma anche vaccini e contraccettivi. Nel complesso, assicurare i farmaci essenziali a chi ne è escluso potrebbe costare tra i 77,4 e i 151,9 miliardi di dollari all’anno. (Internazionale n. 1179, 11 novembre 2016, pag. 101)
  6. Italia: qui i campi bio sono il doppio che nella UE. Continua la crescita dell’agricoltura bio in Italia, che nel 2015 è arrivata alla quota record di 1.492.579 ettari: l’11,7% della superficie agricola usata . Un dato che quasi doppia la media dell’UE, che si ferma al 6,2% e che assorbe 17,9 milioni di tonnellate di C02. A dirlo non sono solo gli addetti ai lavori ma anche economisti e ricercatori, che, intervenendo al 34° convegno dell’Associazione biodinamica, hanno scattato una foto del settore che non solo resiste alla crisi, ma registra, nel 2015, un incremento del 20% nella biodinamica. Questo tipo di agricoltura ha evitato, inoltre, 2,5 milioni di tonnellate di C02 all’anno. Se si rispettasse il trend di crescita, passando a coltivare ecologicamente il 20% del terreno agricolo dell’UE, il contributo all’abbattimento globale di Co2 nel pianeta potrebbe arrivare a 92 milioni di tonnellate . “ E’ una agricoltura dal sapore antico, ricorda da vicino quella dei Romani descritta da Varrone, – dice Andrea Carandini, presidente del Fai – ma oggi usa le tecnologie più moderne : non sfrutta più la terra ma la rispetta e l’aiuta”.(Corriere della Sera, 13 novembre 2016, pag. 21)
  7. Qualità dell’aria, Roma sempre più in fondo alla classifica. Dispersione nelle reti idriche, colabrodo a Roma, (il 44,4 % dell’acqua immessa), a Latina il 67%, a Frosinone il 75,4%. Rifiuti a Roma(593,7 kg/anno/ abitante), percentuale di differenziata ferma al 41,2, a Latina al 31,6, a Rieti al 21,1% e a  Frosinone  al 18,1%.  Sono i dati principali di  “Ecosistema Urbano” giunto alla XXIII edizione. I peggioramenti nella graduatoria generale per le città laziali sono evidenti: Roma scende al 85esimo posto     (dalla posizione 83 del 2015), Frosinone da 94 a 103. Anche quest’anno il rapporto di Legambiente mostra delle graduatorie nelle quali la capitale non sembra fare bella figura, peggiorando una classifica già non lusinghiera. Per la qualità dell’aria pessimo risultato per Roma con il 92esimo posto (su 95),per la presenza di biossido di azoto (No2) per valore medio annuo paria 49,4: Ancora peggiore è il risultato di frosinone, all’ultimo posto per la presenza nell’aria di PM10 in valori medi annui pari a 41,5 microgrammi per metro cubo di aria. Nella graduatoria dei consumi idrici la capitale è al 77esimo posto: Roma perde il 44,4% dell’acqua immessa. (Corriere della Sera, 15 novembre 2016, cronaca pag.2)
  8. Zika non è più una emergenza internazionale. Zika non è più una minaccia internazionale, anche se rimane fondamentale tenere il virus sotto osservazione e prendere contromisure. Lo ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui l’epidemia non è più un “emergenza di sanità pubblica internazionale, come era stato invece negli ultimi nove mesi. (Corriere della Sera, 19 novembre 2016, cronaca pag. 20)
  9. Farmaci generici: uguali, ma ancora troppo diversi. Sono identici a quelli griffati, a parte il costo, decisamente inferiore. Eppure , i farmaci equivalenti, che diventano disponibili in commercio quando scade il brevetto su un principio attivo, sono ancora poco utilizzati in Italia. Rileva il paradosso un rapporto della Fondazione Gimbe (che si occupa di formazione e ricerca scientifica), in cui si sottolinea che questi prodotti coprono appena il 19% del nostro mercato dei medicinali, contro il 24% registrato, in media nei paesi Ocse. E, poiché il Servizio Sanitario Nazionale non rimborsa la differenza tra la versione di marca e quella genrica, a pagare sono i cittadini, che nei primi cinque mesi del 2016, hanno così sborsato , inutilmente, ben 437 milioni di euro. A frenare la diffusione delle medicine equivalenti è soprattutto la diffidenza secondo un sondaggio di Nomisma, il 475 dei connazionali non le acquista perché “non si fida”. Un atteggiamento comune a medici e farmacisti che , non di rado, le ritengono di qualità inferiore. “Sono pregiudizi del tutto immotivati”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Del resto, anche la normativa in vigore costituisce un impedimento, “Oggi l’acquisto deve passare attraverso la prescrizione del medico, la proposta da parte del farmacista e la volontà del paziente”, conclude Cartabellotta. “Si tratta di un triplo passaggio che non fa che ostacolare la scelta”. (Io Donna, 19 novembre 2016, pag.190)
  10. Epatite C, ora possiamo “permetterci” le cure. Virus C, cure più rapide, efficacia vicino al 100%. Siamo oltre quota 62mila e 300, paziente più, paziente meno. Tanti sono i malati di epatite cronica da virus curati in Italia (e, nella stragrande maggioranza dei casi, guariti) grazie ai nuovi, rivoluzionari farmaci antivirali considerati di fatto risolutivi. Ma quanti ne mancano all’appello? La lunga marcia delle terapie antivirus C in Italia è iniziata nel 2015, quando l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha autorizzato il primo farmaco , il Sofosbuvir Il medicinale dello scandalo: appena introdotto, unico nel suo genere, costava tra gli 80 e i 100mila euro, soprattutto sul mercato americano)), ne ha contrattato con l’azienda produttrice il prezzo, (fra i più bassi d’Europa) e ha deciso di metterlo a disposizione , gratuitamente, a una prima tranche di 50mila pazienti quelli più gravi, grazie a un fondo iniziale di 500 milioni di euro stanziato dal governo italiano. Poi l’Aifa ha autorizzato un’altra combinazione di molecole, la cosiddetta terapia 3D, con tre nuovi medicinali più efficaci,(Ombitasvir, Paritaprevir , Dasabuvir più un vecchio composto, il Ritonavir) aumentando così l’accesso ai trattamenti per i pazienti, sempre quelli più gravi. E fra poco entrerà in gioco una nuova associazione di molecole (elbasvir e grazoprevir) anch’essa efficace soprattutto per certe categorie di pazienti, come chi soffre di insufficienza renale. Nel frattempo, con l’ultima legge di Stabilità, il governo ha stanziato un secondo fondo , sempre di 500 milioni di euro. La competizione fra aziende favorirà una progressiva riduzione dei prezzi e garantirà maggiori opzioni terapeutiche per i pazienti. Ma nel dettaglio, non è dato sapere quello che l’Aifa contratta con le singole industrie (succede anche in altri paesi europei). Dati che trapelano circa i prezzi (adesso si parla di meno di15mila euro per trattamento) e il numero dei pazienti candidati al trattamento sono solo estrapolazioni: l’unico dato certo è quello dei pazienti trattati perché sono inseriti in un Registro. Al momento l’impressione degli esperti italiani, presenti a Boston in occasione dell’Aasld (Associazione americana per lo studio delle malattie del fegato), è che il “serbatoio” dei malati più gravi si stia esaurendo. Rimangono tutti gli altri. Coloro che presentano una malattia meno grave e sono già noti al sistema sanitario e coloro che sono infetti dal virus C ma non sanno di esserlo (il cosiddetto sommerso). Tutti andranno curati, ma di che numeri parliamo? Domanda fondamentale perché , per programmare i prossimi interventi e i tempi di esecuzione occorre averli ben presenti. Partiamo dai pazienti già noti al Sistema Sanitario nazionale: secondo uno studio , condotto qualche tempo fa da EpaC, una associazione di pazienti, sarebbero 300-350 mila. Sarebbero questi, meno quelli già in cura con le nuove terapie, i primi ad avere accesso alle terapie. (…) Tempo fa si stimava che il numero totale di pazienti con il virus C in Italia si aggirassero intorno ai due-tre milioni. (…) Uno studio di Giovanni Battista Gaeta, infettivologo della II Università di Napoli, ha dato come risultato che circa il 20% di chi è risultato positivo non sapeva di esserlo; estrapolando i suoi dati in Italia dovrebbero esserci almeno 800.000 persone infette e che almeno 160mila non sanno di esserlo. Il sommerso, quindi non è così terrificante e la programmazione delle terapie è possibile. (Corriere della Sera, 27 novembre 2016, pag. 44)
  11. Alimentazione: più è sana e meno inquina, come ti rimetto in forma (anche) il pianeta. L’impatto maggiore sulle condizioni ambientali del pianeta è determinato dalle nostre scelte alimentari, dal cibo che ogni giorno mettiamo nei nostri piatti. Analizzando i dati relativi alle emissioni di gas serra delle famiglie europee, emerge infatti come sia il cibo a contribuire di più al cambiamento climatico, con il 31% del totale delle emissioni, superando sia il riscaldamento degli edifici e l’utilizzo di energia elettrica, in seconda posizione con il 23,6% ,sia i trasporti (18,5%). Nel dettaglio, solo il consumo di carne è responsabile del 12% delle emissioni complessive, mentre i prodotti lattiero caseari contribuiscono per il 5%. Le emissioni di gas serra derivanti dall’agricoltura sono tra l’altro aumentate del 20% dal 1900 a oggi e raddoppiate dal 1960. E la crescita è destinata a proseguire nei prossimi decenni se non si prenderanno provvedimenti, anche perché la popolazione mondiale continuerà ad aumentare a ritmi elevati. (…) (Corriere Economia, 28 novembre 2016, pag.26)

 Economia e ambiente

  1.  Indagine sulla Volkswagen. La procura di Braunschweig ha aperto un’ inchiesta su Hans Dieter Potsch, il capo del consiglio di sorveglianza della Volkswagen. Come spiega Die Tageszeitung, Potsch è accusato di aver manipolato i mercati finanziari : il manager avrebbe annunciato in ritardo agli investitori il coinvolgimento della casa automobilistica tedesca nello scandalo, esploso nel settembre del 2015 Stati Uniti, sulla manipolazione dei dati sui gas di scarico emessi dai motori diesel. L’inchiesta su Potsch è partita da un esposto della Bafin, l’autorità che controlla i mercati finanziari tedeschi. (Internazionale n. 1179, 11 novembre 2016, pag. 109). Inoltre l’edizione domenicale del giornale tedesco Bild und Sonntag riferisce che il California Air Resources Board (Carb) ha individuato nell’estate del 2016 l’esistenza di un software per falsificare i dati sulle emissioni anche delle vetture Audi, marchio controllato da Volkswagen (Corriere della Sera, 7 novembre 2016, pag. 17)
  2. Volkswagen, caso dieselgate: a rischio 30mila posti di lavoro. Secondo “Handelsblatt” allo studio un piano di tagli da 3,7 miliardi. Dal super premio di produzione ai maxi tagli. Sembra essere questo il destino di Vw , la casa automobilistica prima simbolo del “made in Germany” e poi protagonista del “dieselgate”. L’azienda di Wolfsburg – secondo indiscrezioni anticipate dallo Handelsblatt e rimbalzate su altre testate tedesche – starebbe valutando un piano di riduzione dei costi da 3,7miliardi di euro ogni anno fino al 2020, che potrebbe tradursi in un drastico taglio della forza lavoro, fino a 30.000 dipendenti, di cui 20.000 in Germania e 10.000 in America. Le discussioni tra manager e sindacati sul piano proseguono da mesi. Secondo alcune indicazioni iniziali le riduzioni dei costi dovrebbero essere messe in cantiere il prima possibile senza fare ricorso ai licenziamenti, ma attraverso i prepensionamenti e altri strumenti simili (…) Corriere della Sera, 18 novembre 2016, pag. 42).
  3. Volkswagen, maxi-tagli con paracadute. Con prudenza, senza eccessi, con il consenso del sindacato e della politica, come si fa nelle grandi aziende tedesche. Fatto sta che la VW ha annunciato ieri quella che è probabilmente la maggiore ristrutturazine della sua storia: taglierà 30.000 posti di lavoro entro il 2020, il 5% della manodopera del gruppo; riconvertirà una serie di produzioni investendo soprattutto sull’auto elettrica, punterà ad una redditività maggiore di quella, mediocre, avuta finora. E’ la risposta industriale allo scandalo del dieselgate: ma è anche una necessità che il maggiore produttore di auto della Germania doveva affrontare da anni. (…) La decisione principale consiste nella riduzione del personale. Dei 30mila posti che verranno tagliati, senza alcun licenziamento ma attraverso uscite naturali e incentivi, 23mila spariranno in Germania, con un aumento della produttività previsto del 25%. In compenso, il capo del marchio Vw  Herbert  Diess ha promesso che investirà buona parte dei 3,7 miliardi così risparmiati ogni anno per sviluppare la frontiera dell’auto elettrica, con la creazione di novemila posti di lavoro in nuove aree. La sfida elettrica, per tutti i produttori, è notevole, anche perché non arriva solo dai concorrenti diretti ma è guidata dagli innovatori di Silicon Valley, Google e Tesla in testa. Il gruppo tedesco costruirà anche un impianto per batterie con l’obiettivo di arrivare entro il 2025 a vendere un quarto di tutte le auto con motore elettrico. (…) (Corriere della Sera, 19 novembre 2016, pag. 39)
  4. La Cina sbarca a Chernobyl. Una centrale a energia solare nel sito del disastro nucleare. La rinascita di Chernobyl passa dalle energie rinnovabili. A trent’anni dal più grande disastro nucleare civile della storia, due società cinesi stanno pianificando di costruire un impianto a energia solare nella “zona di alienazione”, l’area con un raggio di 30 chilometri che circonda il reattore interessato dall’esplosione. L’area è dal 1986 off limits. I lavori dovrebbero partire il prossimo anno. Le due società coinvolte sono la Gcl System Integration Technology, parte del gruppo che Gcl, che installerà le componenti solari, e la China Engineering Corp, controllata dalla statale China National Machinery Industry Corp, che avrà la responsabilità complessiva del progetto. La società non ha voluto indicare il luogo su cui sorgerà l’impianto, ma un manager, che ha chiesto di restare anonimo, ha spiegato alla Reuters che il sito è già stato ispezionato più volte dai tecnici e ha ricordato che “l’Ucraina ha votato una legge che permette di utilizzare il sito per l’agricoltura e per altre cose: questo significa che le radiazioni sono sotto controllo”. Shu Hua, presidente di Gcl-SI, ha spiegato in una nota che “ci saranno notevoli benefici economici e sociali per l’area colpita grazie all’energia verde”. Intanto sono partiti i lavori per posizionare il nuovo “scudo” protettivo  del reattore nucleare: una struttura in acciaio  e cemento alta 110 metri, lunga 165, larga 257, da 36.200 tonnellate, che dovrebbe limitare le fughe radioattive per 100 anni. Una volta assicurata la nuova copertura sarà possibile cominciare a smantellare la vecchia e ciò che rimane del del reattore. La nova struttura è realizzata dal consorzio francese “Novarka”. I costi del progetto sono di circa 1,5 miliardi di euro, donati dalla comunità internazionale e dalla Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo. (Corriere della Sera, 22 novembre 2016, pag. 35)
  5. Stop dell’atomo in Francia. Chi ci guadagna e chi ci perde Una prima stima di quanto ci potrà costare lo stop di una larga fetta del parco delle centrali francesi è già stata fatta e non è di poco conto Si tratta di 1-1,5 miliardi di euro, dovuti al fatto che ci toccherà di produrre in casa elettricità che costa di più di quella importata di fonte nucleare. Le aziende nostrane, però, non solo potranno di più e guadagnare di più all’interno. Se facesse particolarmente freddo potrebbero anche arrivare ad esportare energia elettrica in Francia (sarebbero disponibili circa 1.200 megawatt) cosa quasi mai accaduta. Per il consumatore italiano oltre al danno anche una sorta di beffa. (Corriere della Sera, 24 novembre 2016; sull’uranio e sulla Areva, azienda leader mondiale del nucleare, vedi anche Le Monde Diplomatique edizione italiana, novembre 2016, pag. 4 e seguenti))
  6. Smog killer, muoiono 467mila persone all’anno. Nessun provvedimento che riduca gli inquinanti potrà essere risolutivo, quando in Europa ci sono 467mila morti premature all’anno causate dallo smog, come indica il rapporto 2016 pubblicato ieri dall’Agenzia Europea per l’ambiente (Aea). Lo stesso giorno in cui il parlamento europeo, a Strasburgo, ha approvato in via definitiva i nuovi limiti nazionali sulle emissioni delle principali sostanze inquinanti (ossidi di azoto, particolato e biossido di zolfo) da raggiungere entro il 2030. All’obiettivo dunque mancano 14 anni, che moltiplicati per il numero dei potenziali decessi danno una cifra che mette i brividi, anche se si riuscissero a ridurre le sostanze inquinanti del 50% come previsto. (…). “Si deve ammettere che abbiamo passato gli ultimi dieci anni concentrandoci sulla C02, trascurando la qualità dell’aria”. La normativa, approvata con 499 voti a favore, 177 contrari e 28 astensioni, stabilisce gli impegni nazionali per la riduzione delle emissioni di biossido di zolfo(So2),ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili –non il metano, escluso su pressione degli stata- ammoniaca e particolato fine inferiore 2,5 pm. Il verde Angelo Bonelli parla di “guerra silenziosa” e si sofferma sull’Italia – il paese europeo che registra più morti premature – sottolineando che “l’inquinamento dell’aria e i gas serra prodotti dall’industria tra il 2008 e il 2012 sono  costati al paese fra 30 e 65 miliardi di euro, con un valore medio di 45 miliardi, circa 2,5 punti di Pil”. (…) I governi e le istituzioni europee che hanno concordato i nuovi tetti alle emissioni  – accusa l’eurodeputato Piernicola Pedicini – devono anche spiegare perché hanno escluso il metano dalla lista dei gas inquinanti nonostante sia 21 volte più dannoso del biossido di carbonio”. Il rapporto sull’inquinamento dell’Aea, oltre a indicare il numero annuale dei decessi, (467mila), stima anche i costi totali che variano dai 330 ai 940 miliardi di euro all’anno, e includono i danni economici diretti, pari a 15 miliardi di euro per i giorni lavorativi persi, a 4 miliardi di euro per le spese sanitarie, a 3 miliardi di euro per la minor resa delle colture, e a 1 miliardo di euro per i danni agli edifici. Nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana della UE è stato esposto alle polveri sottili ad un livello ritenuto pericoloso dall’OMS. Il rapporto, elaborato sulla base di dati provenienti da più di 400 città europee, con riferimento all’Italia conferma l’alto numero di decessi attribuiti allo smog a causa del traffico automobilistico, ma anche per gli impianti di riscaldamento e le emissioni industriali: 66.630 morti attribuiti al particolato (Pm 2,5), 21040 al biossido di azoto ( No2), e 3380 all’ozono –totale 91050. Seguono la Germania (86.510), la Francia (65.130), la Polonia (51.030), il Regno Unito (50.580), e la Spagna (29.980). (Il Manifesto, 24 novembre 2016, pag. 7)
  7. In Europa soffia sempre di più il vento dell’eolico. E’ la terza principale fonte di produzione di energia nella UE e ha superato l’idroelettrico, con il 15,6% della capacità installata (ultimo rapporto della European Wind Energy Association). (SETTE n.47, 25 novembre 2016, pag. 94)
  8. L’italo-hawaiana che non vuole il telescopio sulla sua montagna sacra. (…) Da 15 anni , poi, gli astronomi sognano di fare un altro salto di qualità sistemando un osservatorio con una lente (in realtà un sistema di specchi esagonali) larga trenta metri, vasta come un campo da tennis, in cima a un monte molto alto: Mauna Kea, un vulcano spento nelle isole Hawaii, con un intero oceano che lo isola dalla civiltà luminosa delle grandi metropoli americane e asiatiche. Dopo anni di studi e discussioni con leader politici, operatori economici e rappresentanti della società, il progetto, denominato TMT, sembrava ai blocchi di partenza: inizio della costruzione nel 2018, inaugurazione del telescopio nel 2024. Ma gli astrofisici e la Hawaii University , responsabile del progetto, avevano sottovalutato la resistenza di una parte delle poche migliaia di indigeni rimasti sull’isola che considerano Mauna Kea, la vetta sulla quale dovrebbe sorgere l’osservatorio, una montagna sacra. “In molte storie della civiltà polinesiana, vecchie di millenni, Mauna Kea è Wao Akua, Il Regno del Creatore, Il tempio dell’Essere Supremo. E’ luogo dal quale provengono Papa (Madre Terra) e Walea (padre Terra), i progenitori del popolo hawaiano. Qui sono sepolti i nostri avi “, spiega Lealoha, lanativa dell’isola che è presidente della Native Hawaiian Organization. E’ partita da lei la crociata per la difesa del valore religioso di Mauna Kea. (…). Dopo ondate di protesta contro il via libera politico a questo progetto da 1,4 miliardi di dollari, Kealoha Pisciotta un anno fa ha ottenuto dalla Corte Suprema la sospensione a tempo indeterminato dei lavori. (…) (SETTE n.47 25 novembre 2016, pag.44)

Una riflessione

Anche scorrendo rapidamente questa rassegna, è difficile rimanere non  colpiti dal moltiplicarsi dei fenomeni che aumentano il riscaldamento dell’atmosfera terrestre. In primo luogo  i dati dell’ultimo anno, il più caldo dal 1880:  ormai dovrebbe essere chiaro che il clima sta influendo pesantemente sugli equilibri conquistati dal pianeta nel corso dei secoli e che l’umanità (in misura diversa man mano che vengono investite le diverse fasce geografiche) vede trasformati i territori abitati; che gli eventi estremi sono in rapido aumento e quindi che aumenta il rischio di un “punto di non ritorno”, oltre il quale qualunque politica o intervento sarebbero di fatto inutili al fine di recuperare l’equilibrio preesistente. In secondo luogo, specie nel mese di novembre, l’attenzione degli Stati e delle popolazioni più coinvolte è stata dolorosamente colpita dal deterioramento della qualità dell’aria (da quella dei centri urbani europei allo smog sulla capitale dell’ Iran)  e in molte città ormai la percezione è fisica, non astratta e le vittime sono parenti o amici, non cittadini indeterminati. Infine, l’epatite C e il farmaco miracoloso della Gilead, ampiamente documentati nelle rassegne  precedenti, sembrano ormai entrati nella “normalità” e con molto ottimismo il problema di una malattia che in Italia è ancora così grave, appare come “risolvibile” nel sistema esistente. Trascurando tuttavia l’ammontare dei profitti che per l’ennesima volta una multinazionale farmaceutica è riuscita ad assicurarsi utilizzando l’elevato numero di malati esistente sul territorio nazionale.

 

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