La cooperazione si guarda dentro

E’ un ritratto interessante, e per certi versi anche sorprendente, quello disegnato da un’indagine autogestita promossa, attraverso il portale Open Cooperazione, dalle Organizzazioni Non Governative con sede in Italia e impegnate con diverse tipologie progettuali nel mondo. I primi dati, parziali e relativi al solo 2015, aiutano a farsi un’idea piuttosto precisa delle grandi potenzialità espresse a lungo termine da un universo complesso che alimenta le sue attività per il 38 per cento con fondi privati e per il 62 attraverso le istituzioni pubbliche. Peccato che i governi italiani lo considerino da decenni la “gamba povera” della politica estera o, peggio, una testimonianza simbolica che diventa utile solo se vista come appendice del commercio. Malgrado tanta reiterata miopia, chi lavora nella cooperazione è in genere un po’ meno precario che in altri ambiti e, se impiegato in Italia, ha un contratto a tempo indeterminato nel 44.9 per cento dei casi. Rilevanti anche la prevalenza del lavoro delle donne e l’impatto positivo sull’occupazione di personale locale. Lenti, invece, il ricambio nelle strutture organizzative e la crescita delle procedure certificate

SOS Mediterranee. Il primo salvataggio della nave Aquarius. Foto COSPE Onlus

di Pamela Cioni

Lavoro a prevalenza femminile, stabile contrattualmente, con impatto positivo sulle risorse umane nei paesi di intervento, con strutture organizzative piuttosto statiche e procedure ancora poco certificate. E’ questo, in soldoni, il quadro delle associazioni che lavorano nella cooperazione secondo il portale Open Cooperation.
Una banca dati on line che da circa un anno sta raccogliendo una serie di informazioni che le ong possono inserire gratuitamente e volontariamente nel format da loro proposto e che raccolti e comparati permettono di comprendere a chi è interessato al settore, la struttura, l’organizzazione, il tipo di impegno, le risorse che vengono utilizzate e come vengono impiegate. Un format che risponde a uno standard internazionale (lo IATI) con criteri molto rigorosi di trasparenza o accountability.

Anche se parziale (sono finora 80 le ong che hanno inserito dati nel portale a fronte delle 250 ufficialmente accreditate), anche se volontario e non esaustivo, il ritratto che ne esce (relativo al solo 2015) è sicuramente fonte di riflessione: scopriamo che, ad esempio, la cooperante è donna, (90% delle espatriate vs 83% dei colleghi uomini) e la percentuale femminile è più alta anche sul totale degli operatori (51% su circa 13.100 persone) che lavorano in questo ambito. Quasi ottantamila sono poi i volontari attivi e 806 servizi civili. Le forme contrattuali rispecchiano l’andamento del nostro tempo ma, forse un po’ a sorpresa, vediamo che la cooperazione internazionale è un settore con meno precarietà di altri e che la maggioranza del personale impiegato in Italia ha contratti a tempo indeterminato (44,9%) seguiti da quelli a progetto (39%) e partite iva. All’estero un dato significativo è che l’88% delle persone impiegate hanno un contratto locale, questa indica che molte associazioni assumono personale in loco avvalendosi di competenze locali e favorendo l’impiego in questi paesi. Il range degli stipendi invece varia molto: si va da una retribuzione annuale lorda più alta di 95mila euro alla più bassa di 10500 dando poche indicazioni su una media possibile. Inoltre secondo l’analisi le ong hanno una fisionomia interna piuttosto statica per quanto riguarda le cariche e i legali rappresentanti o i segretari sono gli stessi per periodi molto lunghi (dai 5 ai 10 anni di media, ma molte anche da più di 10).

Forum per la difesa dell’accesso all’acqua in Ghana. Foto Cospe

Ma passiamo ai dati finanziari, quelli che più scatenano, periodicamente i detrattori del settore: sebbene da queste informazioni non si misuri l’efficacia del loro impiego né dove stanno, se ci sono, gli sprechi, sono senz’altro utili a capire le tendenze e la filosofia di molte delle ong esistenti: le entrate totali del 2015 sono state di 482.500 milioni di euro, per il 62% raccolti da fondi istituzionali (Cooperazione decentrata, Maeci, Aics, Ue, Echo) e il 38 % da fondi privati (fondazioni, aziende, chiese e 5×1000). Di questi fondi circa l’80-85% sono andati a finanziare circa 2500 progetti in tutto il mondo. Il restante 10-15%, di media, va a pagare la struttura e un altro 5% il comparto ella comunicazione della raccolta fondi. Certificazioni, tra le più accreditate come l’Istituto Italiano della Donazione (a cui però ricorrono solo 14 delle ong esaminate) attestano però che le organizzazioni più virtuose impiegano meno del 10% per infrastrutture e personale e meno di 3% per la promozione. La differenza tra tante organizzazioni emerge proprio da questo tipo di gestione interna- Chi più investe nella raccolta fondi da private di solito ha una struttura più orientata alle grandi charity statunitensi (Save the Children, Emergency, Action Aid, Oxfam) mentre le altre, che continuano a gestire più fondi governativi pensano, e COSPE tra questi, che la cooperazione internazionale sia davvero strumento di politica estera italiana, non a caso, quindi, finanziate con un capitolo del bilancio statale (come sancisce del resto la legge 49 del 1987).

Negli ultimi anni però questi finanziamenti sono drasticamente scesi (dal 2008 al 2011 i fondi statali sono diminuiti dell’88%) mentre come sappiamo vengono puntualmente rifinanziate le spese militari e le cosiddette missioni umanitarie. Eppure, come si evince anche qui dai dati, quasi tutte le ong sono impegnate in azioni di sviluppo che puntano a innescare cambiamento e portare miglioramenti a lungo termine: alfabetizzazione sostegno all’istruzione (80%) formazione e sostegno alla governance locale (74%). Tutte azioni che sicuramente meriterebbero più attenzione da parte del governo. C’è un’area di miglioramento molto chiara in questo quadro, e sono le certificazioni: solo 25 su 80 ne fanno uso e solo il 68% pubblica un bilancio sociale. In ottica di trasparenza interna, insomma si può migliorare. Ma anche per questo nasce questo portale. Una vetrina aperta sul nostro mondo che, più di altri, dovrebbe dare l’esempio e brillare per trasparenza e generare fiducia.

 

L’articolo è stato pubblicato anche dalla sezione news del sito del Cospe. Pamela Cioni ne dirige il settore comunicazione da molti anni

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2 Risposte a “La cooperazione si guarda dentro”

  1. 13 febbraio 2017 at 16:16 #

    E’ vergognoso, imbastire l’ipotesi di una economia basata solo ed esclusivamente sul fenomeno della cooperazione, la quale potrebbe essere ed elevata ad un atteggiamento nobile, ma vergognoso ed ignobile, fare della cooperazione un punto cardine e di riferimento futuro di una seria economia. Andando di questo passo ci si arriverà alla saturazione totale e all’impoverimento totalizzante.
    Una cosa e vedere il fenomeno sotto l’aspetto emergenziale; tutt’altra cosa è guardare al fenomeno come un affare sul quale poggiare i cardini di una economia fondata sul precariato, quest’ultimo caso è solo vergognoso . . . sarebbe, come voler vivere di assistenza senza voler produrre nulla.
    Vergognoso, vergognoso elevato all’ennesima potenza !

  2. maomao comune
    13 febbraio 2017 at 21:33 #

    beh, in fondo lei non ha tutti i torti, l’economia che domina il mondo attuale, quella che esalta la competizione e sabota anche la sola idea del poter fare insieme, ha dato sufficienti e tragiche dimostrazioni della sua serietà. Uno dei segreti del suo successo, tuttavia, resta proprio il fatto che non si vergogna (concetto assai discutibile, lo so) di eliminare con sempre maggior sistematicità i poveri (e non la povertà) e di spingere il pianeta e chi lo abita verso una corsa a perdifiato sul sentiero dell’autodistruzione. Chissà poi da dove viene l’idea che la cooperazione possa essere un fenomeno…Certo che la gente è strana.

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