La carica dei seicento parrucconi

Ragazzi e ragazze, di scuole superiori e università, a Roma per la Notte scomoda, serata di autofinanziamento per il mensile autogestito da giovani romani Scomodo (7.500 copie distribuite in spazi sociali e culturali, 50 pagine per approfondire). Foto di Camilla Dazzi, tratta dalla pag. fb Leggi Scomodo (dicembre 2016)

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di Paolo Mottana*

Cielo, di nuovo parrucconi che si scompigliano, barbogi che pontificano, megere che si scandalizzano! Quando finirà la trista e trita litania del “o tempora o mores”? Quando le anime belle del tempo che fu smetteranno di piangere e sbraitare sull’incapacità dei giovani, sui loro sbagli, sulle loro incompiutezze? Di nuovo la vecchia catilinaria della lettura e della scrittura. “Fanno errori da terza elementare!”, “Non sanno le più pallide regole della grammatica!”, “Non leggono. Non sanno far di conto, non hanno disciplina”, “Le famiglie li rovinano. Le scuole non sono abbastanza esigenti”, gli insegnanti dei mentecatti e compagnia gridando e infuriando (leggi La lettera dei seicento docenti universitari al governo: “Molti studenti scrivono male, intervenite”). Che noia!

Forse occorrerebbe che qualcuno spiegasse ai seicento parrucconi in convulsione da matita rossa e blu, che l’università da parecchio è diventata un’istituzione di massa, che la scuola stessa è diventata da molti decenni di massa e che la civiltà è progredita al punto di non poter tollerare che bambini e bambine e ragazzi e ragazze siano tenuti nel terrorismo delle punizioni, dei castighi e del ludibrio pubblico.

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Andrebbe loro spiegato che oggi gli strumenti di cultura si sono assai diversificati e non sono più racchiusi solo nelle biblioteche e nelle librerie e che la lettura ha ceduto il posto a infinite altre occasioni di informazione e di evasione (leggi anche Il paese dei balocchi. La scuola chiusa? di Giuseppe Campagnoli), visto che, fino a prova contraria, coloro che leggono, nella stragrande maggioranza dei casi, leggono soprattutto per evasione, e scrivono solo quando è strettamente necessario e non certo per professione.

Sì, strappiamoci i capelli sulla triste sorte di una giovinezza perduta, ignorante e arrogante. Avanti il concerto: da Galimberti a Mastrocola, da Tamaro a Lodoli, dall’Accademia della Crusca (alcuni) a quella del Politecnico! Giovani senza il dio della scrittura, alla mercé di preposizioni disarticolate, predicati immorali e complementi senza oggetto.

E allora? Irrigidire, disciplinare, sanzionare, moltiplicare i controlli, ergere sbarramenti. Perché non tornare anche ai ceci sotto le ginocchia?

Io credo che li faccia sentire bene, i (o ai?) nostri accademici, schizzare un po’ di merda di tanto in tanto sulle giovani generazioni. Forse gli dà un qualche motivo di esistenza, chissà.

Finiamola una buona volta. Oggi i ragazzi e le ragazze leggono infinitamente più di una volta, anche grazie ai loro dannati telefonini, anche grazie a internet, e scrivono, scrivono molto di più. Leggono e scrivono ciò che interessa loro e non ciò che vogliamo noi. E leggono e scrivono bene o male, ma si intendono.

Io insegno al primo anno di un corso di laurea di educazione, dove approdano studenti che vengono con titoli di studio anche molto poco à la page, eppure scopro tesori di intelligenza, maestria di scrittura, poetica e prosaica, e lettura tutt’altro che banali. Certo in alcuni, come è sempre stato peraltro, in molti altri avverto difficoltà, come sempre è stato peraltro.

Capisco che essi comunicano attraverso linguaggi differenti, anche scritti, la cui grammatica e semantica è talvolta differente da quella del toscano cruscante, ma non meno ricca, anche articolata. Le loro faccine sulle chat sono forse più economiche che scrivere del “rumor di croste” della biada, eppure hanno una loro densità, specie quando moltiplicate e associate.

La verità è che non gli stiamo dietro, che loro sono veloci e che se ne fregano delle nostre auree regole. Più o meno come sempre hanno fatto i giovani sani, non quelli già gobbi che immancabilmente finiscono a far marcire le loro frustrazioni dentro le Accademie.

Rassegniamoci: occorre un movimento esattamente inverso. Siamo noi che dobbiamo adattarci, non loro. Siamo noi che dobbiamo aggiornarci, non loro.

Non solo. Se davvero ci teniamo a fargli volgere l’attenzione verso qualcosa che riteniamo cruciale (e qui potrei trovarmi anch’io, che leggano Eliot o Rimbaud o Celan o Rilke, lo ritengo piuttosto essenziale…). Ma mai ci arriverò sottoponendoli a pene e sanzioni. Occorrerà che elabori dei circuiti motivazionali virtuosi, magari legati ad atti reali, che li chiamino prepotentemente alla lettura, non alle vessazioni dei controlli e delle prove.

Nessun autentico apprendimento è mai passato attraverso la severità (tranne che per i masochisti), solo finzioni di apprendimenti, simulazioni, buone per saltare l’ostacolo e poi scordarsene. Se vogliamo che si appassionino alla scrittura, cosa che in sé è buona e giusta, benché sia falso dire che essi ne siano più di quelli di altri tempi digiuni, occorre trovare il modo di appassionarli facendo leva sulle loro motivazioni, non quelle di qualche obsoleta e fatiscente disciplina istituzionale.

Volete che usino le parole “obsoleto”, o “fatiscente” o “apodittico”, allora occorrerà fare un lungo giro, dentro il sangue e la carne delle loro vite, perché quei termini si conficchino dentro di loro come significanti di significati ricchi di vita, non mere parole imparate a memoria.

La si finisca una buona volta con questo moralismo angusto e cieco, si guardi in faccia la vitalità di questi giovani, che ogni anno trovo un po’ meno addomesticati dei loro progenitori, più aperti, più vivi – probabilmente anche grazie a una scuola che sta finalmente dismettendo la bacchetta e il pugno sulla cattedra, in virtù di insegnanti sicuramente un po’ meno rincoglioniti umanamente di quelli che li hanno preceduti -, più curiosi, più perspicaci, e – perfino! – in virtù delle nuove tecnologie, preziosissime per scoprire ed esplorare ben oltre i confini dell’apprendimento scolare, più informati, magari a modo loro, ma informati.

Io ho imparato a imparare da loro, e basta mettergli sul piatto un cibo saporito per vedergli spalancare gli occhi e la bocca, pronti a gettarsi con persino troppo slancio sul boccone.

Non c’è bisogno di ristabilire la disciplina, c’è bisogno di gaia educazione, di amore, di passione, di contenuti alla loro altezza, di mete realizzabili, di azioni, di gesti, di compiti reali. Basta con il tartassamento di insegnamenti senz’aria, corpo e senza remunerazione umana! E soprattutto basta con la nostalgia di un passato che, ad onta dei fasti di cui personaggi che emanano solo tristezza e polvere li ammantano, sono stati tra le pagine peggiori della formazione dei piccoli d’uomo, oppressi, castrati e castigati oltre ogni possibile giustificazione.

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* Docente di Filosofia dell’educazione presso l’Università di Milano-Bicocca, ha insegnato Filosofia immaginale e didattica artistica all’Accademia di Brera e si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia e educazione. Tra i suoi ultimi libri “La gaia educazione” (Mimesis) e (in uscita) “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa”, ed. Asterios (con G. Campagnolo). Altri articoli di Mottana sono leggibili qui. Ha aderito con entusiasmo alla campagna Facciamo Comune insieme

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21 Risposte a “La carica dei seicento parrucconi”

  1. Pierpaolo
    6 febbraio 2017 at 20:59 #

    Sono TOTALMENTE in disaccordo con questo intervento. E non sono affatto un “parruccone”: sono un uomo libero che ha perso, ormai, buona parte dei suoi capelli

  2. Guido
    6 febbraio 2017 at 22:32 #

    Ciao paolo ho letto la tua lettera e ai raggione a dire quello che ai detto, questi parucconi pontificano e si scandalizzano xchè ogni tanto noi facciamo qualche erore. Come dici tu il mondo e cambiato e bisogna penzare a cose piu serie e poi quando noi scriviamo anche se qualche volta sbagliamo fra noi ci capiamo xchè andiamo al sodo. Limportante e capirsi e avere una buona relazione tra di noi. Guarda cosa anno combinato tutti questi inteligentoni, guerre, inquinamento, disastri, disocupazione e noi giovani oggi dobbiamo sopportare tutto questo. Noi forse non sappiamo scrivere ma loro non sanno usare i nuovi mezzi tecnologgici e cosi siamo pari. Comunque e vero anche quello che dici tu che noi ragazzi oggi leggiamo piu di una volta.

  3. Prof. Fabrizio Orazio Spadaro
    7 febbraio 2017 at 00:36 #

    toh, le rispondo con il mio titolo ed entrambi i miei nomi.
    la invito a leggere questo:

    “fino a prova contraria, coloro che leggono, nella stragrande maggiorana dei casi, legge soprattutto per evasione, e scrive solo quando è strettamente necessario e non certo per professione.”

    se non altro lei è coerente con quello che ha scritto. ammiro la sua reinterpretazione del futurismo e mi piace molto il suo parlare di gaia educazione e di castrazione. mi ricordano un po’ mario mieli, autore che ho letto. certo, almeno lui sapeva scrivere e conosceva l’importanza della lingua italiana, veicolo per comprendere e farsi comprendere. noi invece, da bravi giovani, non abbiamo bisogno di essere chiari. basta essere felicemente spontanei e, perché no? anche creativi. tanto se noi siamo contenti, cosa ci importa di chi deve leggerci? alla fine ci si intende… e se non ci si intende, tanto meglio.

    nella speranza che lei mi abbia inteso, porgo distinti e gai saluti.

  4. Massimo Pallottino
    7 febbraio 2017 at 08:26 #

    Fossi nell’articolista mi fermerei un attimo a riflettere su quanto dannoso sia il punto di vista che esprime. E’ proprio della cultura elitaria il pensare che ‘il popolo’ non possa avere gli strumenti per pensare ed esprimersi: gli ‘andrebbe spiegato’ che le due cose da sempre vanno insieme. Ma è possibile che all’articolista sia sfuggito qualche dettaglio degli ultimi 4000 anni di storia umana (capisco che dal suo punto di vista la cosa non è tanto grave…).

    MI sembra tragico che un tale punto di vista vada su una rivista on line che ipotizza di rappresentare un punto di vista popolare e alternativo. In questo modo riproduce uno stereotipo gruppettaro e generatore di massa informe. Noi abbiamo bisogno di cittadini che riescano ‘oggi’ a leggere un articolo di giornale accorgendosi se ci sono degli errori di ortografia o dei salti di logica, a riflettere sulla realtà, ad esprimere in maniera chiara una visione diversa.

    Io mi ribello a questo modo di pensare.

  5. Carla Montanari
    7 febbraio 2017 at 09:15 #

    Quelle di Paolo Mottana sono parole che danno sollievo.

  6. Laura Imperiale
    7 febbraio 2017 at 09:17 #

    Iniziamo a dire pure che questi soloni con cattedre e baroni universitari non si vedono mai nelle manifestazioni o negli scioperi contro la buona scuola ma sono bravissimi poi a criticare studenti e professori.

  7. Leonardo Zaccone
    7 febbraio 2017 at 09:39 #

    Che articolo fantastico.

  8. JLC
    7 febbraio 2017 at 09:42 #

    A proposito della lettera dei seicento, scrive con grande capacità di sintesi Gianni Marconato (psicologo, da anni impegnato nella formazione e nella scuola): “Eran seicento, eran giovani e forti e sono morti! La scuola neo-reazionaria ha fatto sentire la sua voce autoassolutoria”.

  9. Marco Sassi
    7 febbraio 2017 at 12:12 #

    Grande mistificazione.
    La lettera è partita non da docenti universitari, che solo successivamente hanno potuto aggiungere la propria firma, come avrebbe potuto fare chiunque.

    Inoltre mi ha colpito la bellissima prosa e il ricco vocabolario di Mottana. Davvero Lei pensa che sarei arrivato alla fine della lettura se fosse stato scritto “un po’ alla cazzo”?

    Anch’io insegno (materie scientifiche) alle Scuole superiori; molto spesso i ragazzi non mi capiscono perchè hanno un vocabolario striminzito, ristretto a pochissime parole. Questo non significa che sono poi bravissimi sul piano tecnologico, anzi mi stupisco che sono molto imbranati anche lì.
    Avrete sicuramente immaginato che scrivono e pensano meglio in inglese.
    Magari….

  10. Sara Chierici
    7 febbraio 2017 at 16:12 #

    Grazie, per il richiamo all’umanità e al compito educante di scuola e società: suscitare interesse, curiosità, autostima, passione e seduzione nei confronti delle arti e delle culture, delle scienze e dei saperi.

  11. JLC
    7 febbraio 2017 at 16:20 #

    Un altro breve quanto interessante commento della lettera lo scrive Renata Puleo:

    La “lettera dei 600” promossa dal Gruppo di Firenze (partito trasversale per il merito e la responsabilità) è diventata ormai notissima. Radio3 ha dedicato al tema la trasmissione “Tutta la città ne parla” del 6 febbraio. Il nucleo centrale della denuncia, il “problema civile”, è il degrado della Lingua Italiana di cui, ovviamente, responsabile in primis sarebbe la scuola italiana, la primaria in particolare. La soluzione proposta è conseguente al nesso Merito-Responsabilità, nella versione che ormai conosciamo: controllo, verifica a monte di tipo gerarchico, valutazione dell’efficacia. L’Accademia (molte firme prestigiose…) non considera le spaventose condizioni socio-economiche in cui versa questo disgraziato paese (e dunque la sua scuola) ma preferisce il bastone del Controllo: The Rise of the Meritocracy.

  12. 7 febbraio 2017 at 16:52 #

    Premetto che non ho letto “la lettera dei 600”, ma non sono d’accordo con quanto affermato nell’articolo. E’ provato che i ventenni di oggi leggono poco o niente (se ci riferiamo a libri, di qualunque tipo), e nella maggior parte dei casi non capiscono ciò che leggono. La scuola ha dismesso la bacchetta 30 anni fa (e per fortuna). Negli ultimi decenni, invece, e’ in corso un processo di semplificazione dell’educazione (con il benestare delle famiglie) che ha come unico obiettivo quello di rendere i cittadini sempre piu’ ignoranti, meno capaci di affrontare un problema complesso (in qualsiasi ambito) e, dulcis in fundo, meno critici nei confronti delle decisioni dei governi (qualcuno mi spiega come mai questi ventenni e trentenni non sono in piazza ogni giorno per protestare contro, per esempio, una situazione lavorativa indegna?). Questo articolo di Luca Ricolfi, da leggere fino in fondo, descrive bene la trasformazione in atto.
    http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/commenti-e-idee/2016-10-16/il-problema-e-difficolta-non-latino-112506.shtml?uuid=ADC45JdB&refresh_ce=1

  13. felice signorino
    7 febbraio 2017 at 16:55 #

    la lingua è anche strumento di comunicazione, e di organizzazione: quanto scrive avrebbe bisogno di interpretazione autentica perché se la comprensione del testo non è univoca i commenti riguarderanno cose diverse, e addio dialogo. Entrando nel merito, premettendo che non sono un docente universitario, vorrei chiederle che cosa intende per scuola di massa: da come lascia intendere è una scuola delle libertà, e a me non va bene. Cadere dalla scuola gentiliana in questo servizio pubblico svuotato di competenze tecniche e storico-culturali (la lingua e le sue articolazioni, la presenza del collettivo passato e futuro, l’assenza di disciplina del lavoro) , è una restitutio in integrum, alla logica di classe. Ma forse il suo è un soliloquio, non rivolto all’esterno perché l’esterno stratificato da anni di storia non vale un fico secco. La realtà nasce dalla mente dei giovani, ogni mattina. E sarà una fitta rete di colloqui telegrafici a distanza, sull’onda delle tecnologie avanzate, sarà una realtà che scorre sotto i tuoi occhi ma tu non te accorgi e guardi nel mondo virtuale. Studiare senza disciplina non è concepibile, non lo è neppure seguire l’interesse del momento. Lo studio è costruzione, come per una casa. E, per finire perché lei non mi pare serio, sembra che abbia scritto per visibilità o per prenderci in giro, il suo concetto di creatività libera e gaia manca di utopia, addirittura: scrive infatti “contenuti alla LORO ALTEZZA, di mete REALIZZABILI, di azioni, di gesti, di compiti REALI.i”… ci si accontenta di poco, vedo, di quello che passa il convento. E se invece uno di questi giovani la mattina appena sveglio decidesse di dar fuoco al convento? Anzichè trucidare genitori e vicini, è chiaro…

  14. Alfonso Masciocchi
    7 febbraio 2017 at 21:03 #

    alleluia pensavo che avessero lasciato le porte del museo egizio incustodite e le mummie libere…. la difesa della cultura e’ sacrosanta … ma prima viene il rispetto, prima bisogna ascoltare …. questi 600 non hanno saputo ascoltare nulla se non la loro voce…. rilanciata da specchi gelidi e senza vita… evviva la vita… infrangiamo gli specchi!

  15. Annalisa Burello
    8 febbraio 2017 at 10:02 #

    Carissimo professore Paolo Montana, forse dovremmo cominciare a correggere i professori universitari:

    ‘io credo che faccia sentire bene ai nostri accademici schizzare un po’ di merda di tanto in tanto sule giovani generazioni. Forse dà LORO un qualche motivo di esistenza, chissà.’

    ‘Certo in alcuni, come è sempre stato peraltro [manca il verbo, ndr], in molti altri avverto difficoltà, come sempre è stato per altro. [ripetizione pleonastica]’

    ‘La verità è che non stiamo dietro LORO,… ‘

    ‘Se davvero ci teniamo a far volgere LORO l’attenzione….(e qui potrei trovarmi anch’io [d’accordo, n.d.r.] che leggano Eliot o Rimbaud o Celan o Rilke; lo ritengo piuttosto essenziale)’ pessima costruzione del periodo… potrebbe essere più elegante.

    ‘Volete che usino le parole ‘obsoleto’ o ‘ fatiscente’ o ‘apodittico’? Allora….’
    punteggiatura e virgolette

    ‘È basta mettere LORO sul piatto…’

    Distinti saluti,

    Dott.ssa Annalisa Burello
    Diplomats al Liceo Zucchi di Monza e laureata alla Università Bocconi

  16. Er parucca
    8 febbraio 2017 at 14:09 #

    “Commenticchio” che dimostra quanti e quali irreparabili danni abbia fatto – e continui a fare – il ’68.

  17. Er parucca
    8 febbraio 2017 at 14:16 #

    P.S.: già che c’è, cialtrone, riveda almeno la concordanza soggetto-verbo nella seguente frase (che sarebbe meglio definire obbrobrio): “…visto che, fino a prova contraria, coloro che leggono, nella stragrande maggioranza dei casi, leggono soprattutto per evasione, e scrive solo quando è strettamente necessario e non certo per professione”.

    • Guido
      9 febbraio 2017 at 16:40 #

      Ecco la solita diatriba all’italica maniera. D’altronde noi italiani siamo noti per diatribare (posso permettermi di essere creativo? L’importante è comprendersi) producendo più parole che fatti.

      Partiamo dalla realtà e cerchiamo di analizzarla con la maggiore obiettività possibile, fuori da schemi, pregiudizi e ideologismi; inutili difese del proprio orticello e polemiche infantili e astiose.
      Che oggi gli studenti (anche universitari) scrivano non sempre in modo corretto è un dato di fatto. Come è anche vero che “faticano ad esprimersi oralmente”. D’altronde la produzione scritta e orale, quando non viene facile per natura – e la seconda deve fare pure i conti con eventuali blocchi psicologici – è qualcosa che si conquista nel TEMPO e con FATICA. E oggi tempo da dedicare a queste due abilità se ne impiega sempre meno, come pure si tende ad alleggerire e a facilitare ogni sforzo, prima come genitori ai figli e poi come insegnanti agli studenti.
      Comunque a leggere la lettera dei 600 e le reazioni negative al loro scritto, a me personalmente viene da pensare che la verità – come la “virtù” di oraziana memoria – stia in mezzo.
      Non si può infatti fare a meno di prendere per buoni almeno due dei rilievi contenuti nella lettera dei “parrucconi” che poi, come detto, sono un dato di fatto (“troppi ragazzi scrivono male in italiano e faticano a esprimersi oralmente”). E già che ci siamo, perché non aggiungere al tema quanto sottolineato solo pochi giorni fa dalla Tamaro: la graduatoria Ocse che ci relega al 34° posto su 70 Paesi, gli studenti o ex studenti che hanno un bagaglio culturale di base molto ristretto, l’aumento del numero di persone con difficoltà a comprendere un testo scritto.
      Questo non per presentare un quadro catastrofico, ma semplicemente per prendere atto della realtà e cercare di far qualcosa per correggerla.
      Finalmente e una volta per tutte!
      Prima di avanzare qualche proposta però, va sottolineato ciò che di interessante – a parte il tono provocatorio e, a volte, eccessivo, fuori luogo e fuori dalle righe – si legge nell’articolo di PAOLO MOTTANA: “Oggi i ragazzi e le ragazze leggono infinitamente più di una volta”, anche se “leggono soprattutto per evasione” e “gli strumenti di cultura (…) non sono più racchiusi solo nelle biblioteche e nelle librerie”; va inoltre considerato che la scuola e l’università sono diventate di massa e “la civiltà è progredita al punto di non poter tollerare che bambini e bambine e ragazzi e ragazze siano tenuti nel terrorismo delle punizioni, dei castighi e del ludibrio pubblico”. “Si guardi in faccia la vitalità di questi giovani, che ogni anno trovo (…) più aperti, più vivi, più curiosi, più perspicaci e, in virtù delle nuove tecnologie, più informati, magari a modo loro, ma informati. (…) Basta mettergli sul piatto un cibo saporito per vedergli spalancare gli occhi e la bocca, pronti a gettarsi con persino troppo slancio sul boccone. (…) C’è bisogno di gaia educazione, di amore, di passione, di contenuti alla loro altezza, di mete realizzabili, di azioni, di gesti, di compiti reali”.
      Ragionevole è anche l’analisi di ROSARIA GASPARRO, quando mette in evidenza il fatto che i 600 peccano di “mancanza di analisi” e non si interrogano su eventuali loro responsabilità, almeno per il semplice motivo di non aver fatto nulla per “impedire le politiche di distruzione della scuola pubblica”, per non aver “protestato per la riduzione in ogni ordine di scuola delle ore d’insegnamento della lingua italiana”, e forse senza porsi “domande sulle nuove povertà, sui cambiamenti sociali, sulla domanda di inclusione dei soggetti deboli, sull’arretramento culturale e di civiltà che coinvolge tutti”. E lancia quindi un atto di accusa nei confronti dei 600, quando “non si sentono coinvolti nel processo di formazione”, chiedendosi giustamente: “Ma da dove escono gli insegnanti? Chi è che li laurea?”
      Eppure, dopo aver guardato da ogni parte e aver trovato in ciascuno delle ragioni, il problema rimane: gli studenti scrivono non sempre in modo corretto, faticano ad esprimersi oralmente, hanno un bagaglio culturale di base molto ristretto e molte sono le persone con difficoltà a comprendere un testo scritto, solo per fermarsi alla lingua italiana e non parlare di altri campi e altre abilità.
      Che fare dunque? Quali le possibili soluzioni per uscire da questo impasse?
      Se i 600 hanno sentito il bisogno di scrivere una lettera al Governo, perché non coinvolgerlo ancora richiamandolo alle sue responsabilità?
      Le ore di italiano, come si diceva, sono state ridotte, mentre si è avuto un aumento degli alunni per classe e, col pretesto del risparmio, c’è stata una contrazione del personale, sia insegnante che ATA, una riduzione del numero degli insegnanti di sostegno ed un allargamento del bacino di utenza per i dirigenti, che oggi si ritrovano a dover “gestire” mega istituti, costituiti da due, tre, a volte quattro scuole, se non più istituti.
      Inoltre dal Ministero è arrivato, più che un consiglio, quasi l’ordine di non bocciare o farlo in casi estremi, e di partire dal 6 in pagella, qualunque sia la valutazione dell’insegnante. E i dirigenti, che sono essenzialmente interessati a tenere alto il numero delle iscrizioni nella loro scuola, arrivano addirittura a rifiutare l’aggiunta di un eventuale asterisco ad un 6 in pagella – che in realtà dovrebbe essere un 3 o un 4 – fornendo così allo studente e alle famiglie la falsa illusione che basti aver balbettato qualche sillaba per prendere la sufficienza.
      Abbiamo avuto ministri i quali, a turno, hanno buttato all’aria quanto era stato pianificato dai loro predecessori; personaggi e burocrati di dubbie capacità, che hanno emanato e continuano a emanare caterve di circolari spesso confuse, inutili e deleterie per il buon funzionamento della scuola.
      Nei decenni abbiamo avuto politiche inette e per certi aspetti portate avanti ad arte, politiche che hanno devastato la scuola pubblica e hanno fatto di tutto per impoverirla e svilirla, a vantaggio della privata (come è accaduto nella Sanità, d’altronde).
      Così oggi ci ritroviamo con professori che sono lasciati soli e allo sbaraglio, di fronte alle richieste assurde del Ministero che, con le sue mille richieste, lascia sempre meno spazio all’insegnamento, creando confusione, difficoltà e ritardi; docenti che devono gestire continuamente situazioni disciplinari difficili; insegnanti che vengono privati della dignità e del ruolo che loro spetta. E non dimentichiamo il lato economico!
      Ci ritroviamo davanti alle famiglie che la sanno più lunga dei professori e viene permesso loro di mettere il naso ovunque, difendendo i loro marmocchi a spada tratta e in qualunque situazione, senza capire che per un vantaggio immediato, stanno abdicando all’educazione e maturazione dei loro figli, col male che ne consegue.
      Infine ci ritroviamo con bambini, ragazzini e adolescenti per molti casi troppo infantili rispetto alla loro età, presi dal consumismo e dall’avere, refrattari all’impegno, tanto alla fine si viene promossi, accontentati e premiati ugualmente.
      Dunque risulta quanto meno superficiale e fuorviante dare la responsabilità di tutto quanto solo ai maestri e ai professori; responsabilità che in realtà sono essenzialmente esterne alla scuola.
      – Allora ci sia una riduzione di alunni per classe: 20 sarebbero già troppi.
      – Ci sia invece un aumento dei docenti e non li si impieghi come tappabuchi per le supplenze.
      – Si ritorni al tempo prolungato e alle compresenze.
      – Dato che stiamo parlando di difficoltà di linguaggio scritto e orale, si aumentino le ore di italiano.
      – Si faccia tesoro delle esperienze e delle sperimentazioni che si sono succedute negli anni, prima che la scuola regredisse.
      – Ai dirigenti venga affidata una sola scuola e un solo istituto.
      – Si facciano partecipare le famiglie alla vita della scuola, chiedendo nel contempo i doveri e le responsabilità che competono loro nell’educazione.
      – Si cominci a richiamare i ragazzi alle loro responsabilità e ai loro doveri, senza che per questo vengano puniti e castigati: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
      Viviamo in una società in cui è crollata – giustamente – la figura autoritaria in qualunque campo, ma ad essa non si è sostituita la figura autorevole nel suo ruolo. Per cui chiunque si sente in grado di alzare la voce e criticare, contestare qualunque decisione in modo infantile ed egoistico.
      Viviamo in una società in cui la persona preparata e capace deve cedere il passo all’ignorante e all’incapace. Una società di furbi e i bugiardi che scalzano gli onesti, una società in cui il mercato e il consumismo fanno da padroni e di conseguenza ogni richiesta di qualsivoglia bambino, ragazzo o adolescente va soddisfatta. Bisogna dunque prima ripensare la società e poi tutta la Scuola.

      G. M., insegnante di lingua inglese, da 9 anni in pensione.

  18. Lorenzo Marzano
    23 febbraio 2017 at 12:06 #

    un po’in imbarazzo per contestare un accademico ,debbo dire che dissento dal suo articolo assolutorio sul modo di scrivere di molti giovani. .Sono un tecnologo da tempo in pensione e ho partecipato in un ente pubblico a prove di selezione per ingegneri e periti nelle quali spiccavano errori di ortografia ,grammatica e sintassi che determinavano l’esclusione dei candidati che li commettevano.
    Mi si potrà dire che esistono dei creativi tecnologici a prescindere dal modo di scrivere . E’ vero ma non tutti hanno questo tipo di talento e gli altri si sottopongono a qualche forma di selezione che li penalizza .

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