Cina e Stati Uniti partner strategici?

Il più autorevole analista del sistema-mondo d’ispirazione marxista, Immanuel Wallerstein, sostiene che la Cina e gli Stati Uniti sono destinati nel lungo periodo a essere inevitabilmente partner strategici. Le discordie attuali mostrano soltanto una lotta per l’egemonia che dovrebbe vedere la prevalenza della potenza emergente. La storia insegna che un accordo pragmatico non formalizzato fu l’esito anche degli accordi di Yalta del 1945, quando la potenza emergente erano gli Usa. L’altra alleanza che si profila è quella fra Mosca e l’Europa, ipotizzata del resto anche da Putin, che ha considerato “molto probabile” un futuro ingresso della Russia nell’Eurozona. E’ uno scenario possibile, forse probabile, commenta Zibechi, ma non è certo. La crisi epocale che stiamo vivendo, la prima nella storia generata dalle resistenze di quelli che stanno in basso, è segnata da un caos e da complessità tali da rendere incerto anche l’esito geopolitico più probabile e ragionevole. Elementi di grande portata come l’eredità razzista e coloniale dell’Occidente o il protagonismo dei movimenti popolari potrebbero cambiare il corso delle cose

di Raúl Zibechi

In uno dei suoi più recenti articoli giornalistici, Immanuel Wallerstein torna su un tema che ha già trattato in precedenza: assicura che le due grandi potenze, Stati Uniti e Cina, diventeranno partner strategici. La sua analisi è solida e ha l’enorme pregio, al di là del rispetto che merita tutto il suo lavoro, di non essere nuova ma di apportare nuovi argomenti a quelli di cui si sta occupando da molto tempo.
Wallerstein sostiene che il motivo principale delle discordie attuali consiste in quale dei paesi sarà il partner prevalente e quale il subordinato, nella futura e inevitabile alleanza. Non ha dubbi sul fatto che la Cina stia diventando la nuova potenza egemonica globale, ma assicura che è condannata ad accordarsi con la potenza in decadenza, allo stesso modo in cui Gran Bretagna e Stati Uniti si sono accordati dopo il 1945.
Wallerstein assicura che può stabilirsi un’alleanza non formale, una “associazione non dichiarata”, come quella mantenuta tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti dopo gli accordi di Yalta (febbraio 1945), con cui si erano tacitamente divise le zone d’influenza nel mondo del dopoguerra. In lavori precedenti, Wallerstein sosteneva che dopo un periodo di transizione egemonica, nel mondo si stabiliranno due importanti alleanze: quella della Cina e degli Stati Uniti da un lato, e quella dell’Europa e della Russia dall’altro.
In tal senso, vale la pena di prestare ascolto a un notevole stratega, il presidente russo Vladimir Putin, che difende l’euro malgrado la crisi in corso e di recente ha assicurato che “molto probabilmente” la Russia giungerà a far parte dell’Eurozona. Va ricordato che l’offensiva di Washington contro la Russia, in particolare la crisi e il cambio di regime provocato in Ucraina, cerca di impedire l’aumento di legami politici ed economici tra Mosca e Bruxelles.
Senza arrivare a dissentire dall’analisi di un analista che considero un’ineludibile ispirazione, vorrei esporre alcuni problemi che potrebbero cambiare la rotta che Wallerstein indica e forse intralciare o rallentare questo tipo di alleanze che giungerebbero a essere predominanti in un nuovo mondo posteriore a quello capitalista.
La prima e più importante è in relazione con l’eredità coloniale. Le precedenti transizioni egemoniche si sono prodotte tra potenze occidentali. Dalla prima egemonia nel sistema-mondo, quella dell’Olanda, fino all’egemonia statunitense, sono tutte nazioni che appartengono a una stessa civilizzazione, per restare al significato che gli conferisce il sociologo egiziano Anouar Abdel-Malek (citato da Wallerstein), che ha sostenuto che esistono solamente due civilizzazioni, la indo-ariana e la cinese.

Possiamo intuire che una egemonia non occidentale si scontrerà con le tradizioni e le culture razziste e colonialiste dell’Occidente. Alla competizione tra stati e tra imprese che è stata decisiva nelle precedenti transizioni, adesso si aggiungono fattori che erano assenti in quelle dispute. Non possiamo sapere fino a che punto il razzismo e il colonialismo saranno capaci di modificare la traiettoria storica prevista, ma è evidente che qualche peso lo avranno, poiché hanno modellato la nascita e lo sviluppo del capitalismo nei passati cinque secoli.
La stessa osservazione fatta da Cina e Asia-Pacifico permette di dubitare che Pechino aspiri all’egemonia mondiale, perché equivarrebbe a seguire i passi del colonialismo/capitalismo europeo e occidentale. Può succedere, ma non è necessario che sia così. Quello che è sicuro è che la Cina non permetterà una nuova umiliazione, come quelle sofferte davanti all’Inghilterra e alla Francia nel XIX secolo e davanti al Giappone nel XX secolo. Ogni suo sforzo come potenza emergente va nella direzione di mantenere in piedi la sovranità nazionale.
La seconda questione da tener presente è il ruolo delle società civili organizzate, ossia i movimenti popolari. I fondatori della teoria del sistema-mondo, Wallerstein, Giovanni Arrighi e Terence Hopkins, evidenziano la divergenza esistente tra la crisi iniziata nel 1973 e le crisi precedenti, per il ruolo di primo piano svolto dai lavoratori nella sua deflagrazione. Al di là delle puntuali differenze tra le loro analisi, la conclusione sembra chiara quando sottolineano, a proposito dell’ondata di attivismo del decennio del 1960, che ci troviamo di fronte all’accelerazione della storia sociale.
“Mentre nelle precedenti crisi egemoniche di intensificazione della rivalità tra le grandi potenze, la rivalità è avanzata e ha configurato dall’alto verso il basso l’intensificazione del conflitto sociale, nella crisi dell’egemonia statunitense quest’ultima è avanzata e ha configurato interamente quella” concludono Arrighi e Beverly J. Silver in Caos e governo del mondo.
Si dirà che non è la prima occasione in cui cito questa frase. Mi sembra però necessario ricordare, ancora una volta, che la crisi in corso è stata sviluppata dalle lotte de los abajos, e che questa convinzione deve darci la sufficiente forza d’animo per affrontare la tormenta con la quale ci stanno rispondendo quelli de arriba. È la prima volta nella storia che le resistenze de abajo configurano niente meno che una crisi sistemica e questo spiega la reazione degli Stati Uniti e del grande capitale, compresi i governi come quelli che stiamo subendo, in modo particolare nel caso del Messico.
Possiamo immaginare il genocidio messicano contro i giovani, le donne, gli indios, i poveri in generale, senza considerarlo come una guerra preventiva di classe? La classe dominante messicana ha subito due rivoluzioni popolari nella breve storia della nazione, e questo l’ha resa molto più cauta e, soprattutto, più implacabile.
Senza respingere l’analisi del “telescopio Wallerstein” (soprannome creato dal sup Galeano), credo che il colonialismo/razzismo e la potenza de los abajo, ci devono indurre a considerare l’enorme complessità della transizione in corso. Quella complessità, in effetti, può portare la dirigenza cinese ad allearsi con la potenza in decadenza per evitare mali maggiori. Però niente è sicuro.

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo “Las relaciones Estados Unidos-China
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

La nuova corsa all’oro

Società estrattiviste e rapina

 E’ il quinto quaderno di Abya Yala, il nome con il quale il popolo Kuna, allora insediato in una regione che oggi corrisponde al nord della Colombia, indicava l’intero continente, prima dell’arrivo degli europei. Si chiama “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, l’autore, Raúl Zibechi, sulle pagine di Comune, non ha davvero bisogno di essere presentato.

sin-titulo279Il testo è inedito, le 106 pagine includono anche 5 schede di “estrattivismo” italiano le hanno curate i nostri compagni di sempre, il gruppo di Camminar Domandando, in collaborazione con Re:Common, che nella prefazione scrive:  “Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti.

oroInvestimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, “cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana”.

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l”estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è  ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

Camminar domandando (www.camminardomandando.wordpress.com)

Il libro non sarà in vendita nelle librerie e potrà essere acquistato solo ordinandolo via mail ad Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com. Il prezzo è di 7 euro, comprese le spese di spedizione.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

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