Il Ceta approvato si può ancora fermare

Il  parlamento europeo ha approvato il  trattato di libero scambio tra Europa e Canada il  #CETA, nonostante la volontà contraria espressa da milioni di cittadini europei. La battaglia per fermare questo nuovo affronto alla democrazia non è finita: il trattato entrerà ora in larga parte in vigore in approvazione provvisoria, ma tra qualche mese, sistemato il testo legale, passerà al vaglio degli Stati. Con molti Paesi sotto elezioni, e altri come l’Italia che vi saranno più vicini, le mobilitazioni delle reti StopCeta proveranno a rendere il destino del trattato non così scontato. Per quanto riguarda le associazioni Stop Ttip, il contrattacco è già partito. L’appuntamento è per il 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma Fondativi della Comunità Europea

di Monica Di Sisto *

«Per approvare il Ceta dovrete passarci sopra!». Con questo slogan qualche migliaio di attivisti, arrivati a Strasburgo da tutta Europa, fin dalle prime ore della mattina di mercoledì 15 febbraio si erano sdraiati intorno alla sede del Parlamento europeo bloccandone gli ingressi. Hanno costretto parlamentari e impiegati a scavalcarli per entrare nel palazzo, e dare il via alla seduta in cui, con 408 sì, 254 no e 33 astenuti, è stato approvato l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta.

Pacchi di firme dei 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno bocciato Ttip e Ceta erano state consegnate ai parlamentari. I sommozzatori di Greenpeace nuotavano nella fontana della Giustizia «che è affondata», come hanno spiegato. La contestazione è stata fortissima, fuori e dentro l’aula: i parlamentari di destra, sinistra ma anche molti socialdemocratici hanno esposto cartellini rossi d’espulsione, magliette, cartelli #StopCeta, dalle tribune canti, fischi e slogan non si sono fermati mai per le oltre due ore di seduta.

In tribuna c’era anche il premier canadese, Justin Trudeau, appena ricevuto da Donald Trump, cui ha concesso una più stretta integrazione con gli Usa nell’area di libero scambio con il Messico, il Nafta. Il premier di Ottawa si è però opposto alle sanzioni e al peggioramento delle clausole a sfavore del Messico annunciati da Trump. Il Nafta, peraltro, permetterà alle oltre 40mila multinazionali Usa con sedi operative in Canada, di esportare più facilmente nel mercato Ue con le stesse condizioni di vantaggio garantite dal Ceta alle imprese canadesi. Eppure, qualcuno in aula ha provato ancora a presentare il patto col Canada di Trudeau come un anticorpo all’espansionismo trumpista.

Nel dibattito tra parlamentari l’euroconfusione regnava sovrana, soprattutto in casa socialdemocratica. Il presidente Gianni Pittella ha annunciato il voto del gruppo a favore affermando però che «sul Ceta c’è troppo trionfalismo», e che «c’è bisogno di aprire un dibattito vero sul commercio». Rivendicava, Pittella, i «grandi cambiamenti che i socialdemocratici si sono battuti per ottenere rispetto al trattato, altrimenti ne avrebbero approfittato essenzialmente le multinazionali». L’accoglienza per il suo intervento è stata scandita da fischi e risate, considerando che il suo gruppo è stato quello più allineato ai negoziatori e alla commissione. Pittella ha concluso annunciando che il loro sostegno al Ceta è «un voto che prevede un cambiamento» cui si deve lavorare per governare la globalizzazione. La replica diretta è stata di Tiziana Begin, del M5S, che ha parlato di colpo di stato silenzioso quando, a fronte di risultati economici irrealistici, si sottraggono ai cittadini e ai loro eletti la regolazione del commercio e degli standard.

Eleonora Forenza del Gue ha ricordato «che sarebbe bellissimo se davvero il Ceta servisse per combattere il protezionismo, in realtà protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini». Anche Matteo Salvini ha naturalmente attaccato Pittella, ricordandogli che «maggioranza e Commissione hanno fatto orecchie da mercante alle richieste di stop al trattato arrivate dall’Italia ma in molti Paesi le elezioni sono vicine e i popoli vi verranno a prendere».

Più interessante, però, è che nette critiche alla linea maggioritaria siano arrivate anche da democratici italiani: Antonio Panzeri, annunciando il voto contrario, ha ricordato «i 200mila posti di lavoro a rischio in tutta Europa, che fanno del Ceta tutt’altro che un modello». E poi Nicola Caputo: «Non abbiamo ottenuto abbastanza garanzie in agricoltura: proteggere 104 prodotti a indicazioni geografica è buono ma non è abbastanza, come ciò che salvaguarda nel testo consumatori e ambiente». Voteranno no al Ceta, oltre a loro, i colleghi di gruppo Benifei, Briano, Chinnici, Cofferati, Cozzolino, Giuffrida, Schlein e Viotti. Questa spaccatura, più profonda di qualche mese fa, complica il percorso di ratifica che il Trattato dovrà affrontare in tutti e 38 i Parlamenti nazionali dell’Unione.

Il Ceta, infatti, entrerà in larga parte in vigore in approvazione provvisoria dopo il via libera dell’Europarlamento, ma tra qualche mese, sistemato il testo legale, passerà al vaglio degli Stati e, con molti Paesi sotto elezioni e altri come l’Italia che vi saranno più vicini, le mobilitazioni delle reti StopCeta continueranno in casa, rendendo il destino del trattato non così scontato. Per quanto riguarda le associazioni Stop Ttip, il contrattacco è già partito. In vista del 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma Fondativi della Comunità Europea, si studia come trasformare la sconfitta di oggi in un nuovo percorso di mobilitazione contro Ceta e Ttip. Nuove azioni, valutazioni d’impatto, eventi a sorpresa per i politici nazionali. Per un’Europa e un’Italia finalmente più presentabili e democratiche di così.

*vicepresidente di Fairwatch, campagna Stop TtipItalia

Articolo pubblicato anche sul il manifesto

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