Calenda è sicuro: il Tap va a tutto gas

Da Baku il ministro Calenda tranquilizza tutti. Il terzo segmento del Trans Adriatic Pipeline (confidenzialmente noto come Tap) si farà. Tremilacinquecento chilometri di tubi che attraverseranno Grecia, Albania e Italia, per un costo stimato di 45 miliardi di euro, al fine di far dipendere meno la fornitura di gas dai sempre minacciosi disegni strategici di Vladimir Putin. Molto meglio affidarsi alla solidità di un regime di provato appeal democratico come quello dell’Azerbaigian, dove il presidente Ilham Aliyev, certo ancora per ragioni di stabilità della governance, ha appena nominato la moglie Mehriban Aliyeva nientemeno che vice-presidentessa del governo da lui presieduto. Gli incerti della vita coniugale e le preoccupazioni per le conseguenze che sarebbero costrette a subire le comunità locali investite dal colossale progetto non scalfiscono per ora l’ottimismo del governo italiano, che in questa fase parla soprattutto alla Snam, uno dei rilevanti membri del Consorzio Tap, alla Banca europea per gli investimenti e a Unicredit e Intesa San Paolo, due degli 89 istituti di credito chiamati a finanziare un progetto i cui rischi sono stati documentati per tempo e in modo assai documentato

di Luca Manes*

“Il Tap si farà, i lavori continuano”. Questo è il messaggio lanciato da Baku dal ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, che ha partecipato all’incontro dell’Advisory Council sul Corridoio Sud del Gas. La mega-pipeline parte proprio dall’Azerbaigian per poi arrivare sulla costa salentina – il Tap ( Trans Adriatic Pipeline) è il terzo segmento che passa per Grecia, Albania e Italia. Un’opera gigantesca, 3.500 chilometri di tubi che si stima costeranno circa 45 miliardi di euro, fortemente voluta dall’Unione europea in un’ipotetica chiave anti-russa e da anni fonte di polemiche e contestazioni. E che, a dirla tutta, per adesso sul territorio italiano di lavori ne ha visti ben pochi, tanto che all’appuntamento dell’Advisory Council il vicepresidente della Commissione Ue per l’Unione energetica Maros Sefcovic ha detto: c’è “seria preoccupazione tra alcuni dei partner per i ritardi in Italia”. Ma tant’è, il ministro Calenda ostenta grande sicurezza sul fatto che il consorzio, tra i membri annovera anche la Snam, possa completare il gasdotto. Sul fronte della società civile, invece, non si contano le critiche e le richieste di fare un passo indietro.

Non a caso alla vigilia del meeting di Baku le reti Counter Balance, di cui fa parte l’italiana Re:Common, e Banktrack hanno pubblicato un’analisi  che mette in guardia gli istituti di credito sulle ricadute negative legate a un potenziale finanziamento del Tap, che violerebbe gli Equator Principles, ovvero le linee guida sulla gestione del rischio che 89 tra le principali banche del Pianeta (comprese Unicredit e Intesa-San Paolo) si sono date nel corso degli ultimi due decenni. Il terzo set di Equator Principles, attualmente in vigore, è stato implementato nel 2013. Le violazioni segnalate da BankTrack e Counter Balance riguardano le consultazioni e i lavori di preparazione in Italia, Grecia (vedi qui) e Albania, che stanno causando conseguenze sfavorevoli sulle comunità locali. Sebbene in Salento non si possa ancora parlare di inizio lavori, i presupposti per le violazioni ci sarebbero comunque e riguarderebbero anche qui la fase di consultazione e preparazione.

In Azerbaigian attorno al tavolo c’erano esponenti dei governi attraversati dall’opera, delle banche multilaterali di sviluppo interessate, della Commissione europea e degli Usa. Tra le istituzioni multilaterali coinvolte, spicca la Banca europea per gli investimenti (BEI), a cui dal consorzio TAP è stato chiesto un prestito record di 2 miliardi di euro. Proprio alla BEI sono stati inoltrati almeno 13 ricorsi da rappresentanti delle comunità che sarebbero investite nei 3 paesi che “ospiteranno” il  gasdotto. Le denunce sono relative a controversie sulle compensazioni inadeguate per i proprietari terrieri, sul processo di acquisizione delle terre e, in Italia, sull’inadeguatezza del progetto, che ha dato la stura a una serie di ricorsi legali. “Le banche si devono fare un’idea ben precisa di come il Consorzio TAP stia operando sui territori, al netto della propaganda veicolata tramite i governi interessati”, ha dichiarato Elena Gerebizza di Re:Common. “Gli impatti sull’ambiente e sulle comunità locali sono molto pesanti e confliggono con gli Equator Principles, motivo per cui gli istituti di credito europei non devono investire in questo progetto. Altrimenti rischiano un nuovo danno alla loro immagine, così come successo di recente alle banche che stanno finanziando il Dakota Access Pipeline negli Stati Uniti”, ha concluso la Gerebizza.

Intanto sempre da Baku è arrivata un’altra notizia, che ha dell’incredibile ma è assolutamente vera: il presidente Ilham Aliyev ha nominato sua moglie Mehriban Aliyeva vice-presidentessa del governo da lui presieduto. Forse però c’è poco da sorprendersi, in un Paese dove il risultato delle elezioni viene sistematicamente contestato dai partiti d’opposizione e dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), in prigione ci sono oltre 100 prigionieri politici e la stessa famiglia Aliyev – che, è bene ricordarlo, governa dal 1993, anno in cui fu eletto presidente il babbo di Ilham, Heydar – è stata pesantemente toccata dallo scandalo dei Panama Papers. Ma per l’Italia tutti questi sono “dettagli”. Dall’Azerbaigian importiamo tanto petrolio e vogliamo far arrivare il gas del Tap. Vero ministro Calenda?

 

Re:common

 

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2 Risposte a “Calenda è sicuro: il Tap va a tutto gas”

  1. Liliana Chiara Bellu
    3 marzo 2017 at 01:57 #

    Leggendo l’articolo sembra di rivivere quello che è stato fatto a Trenzanesio.(Rodano)
    Un parco bellissimo di proprietà Invernizzi sacrificato per far posto alla BreBeMi….
    Cambiano gli scenari…..ma i problemi creati da chi ha interessi economici non cambiano…

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  1. E se il Tap restasse a becco asciutto? | Delle Parole Guerriere - 24 marzo 2017

    […] grandi sostenitori dello sviluppo che passa attraverso 3500 chilometri di tubi dislocati tra Grecia, Albania e Italia sembrano molto meno sicuri del fatto loro di quanto volesse […]

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