Apprendere libertà, la proposta del CNI

Il Congreso Nacional Indigena del Messico non sta cercando persone addomesticate perché partecipino al prossimo circo elettorale con una candidata indigena. A suggerire questa lettura, scrive Gustavo Esteva, sono solo voci razziste e sessiste oppure anche persone di buona volontà, interessate ad appoggiarla, che l’hanno fraintesa perché non riescono a fare a meno di iscriverla nel contesto mentale e politico dominante. La sfida della proposta del CNI consiste invece, in primo luogo, nell’apprendere a lottare per la libertà a fianco dei popoli originari: la libertà di pensare, di scegliere, di vivere, per costruire insieme un’altra società in cui sia la gente stessa a farsi governo

di Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) continua a circolare in un clima di confusione e di sconcerto, perché si insiste a iscriverla all’interno del quadro mentale e politico dominante. Vi è resistenza al suo appello a farlo a pezzi, quel quadro.

Il CNI non sta cercando persone addomesticate perché partecipino al prossimo circo elettorale con una candidata indigena. No: suggeriscono questa lettura solo voci razziste e sessiste che criticano la proposta. La tradiscono anche persone di buona volontà, interessate ad appoggiarla. Alcune si spingono a confessare la propria illusione che in vicinanza delle elezioni questa candidata decida di cedere i suoi voti a qualcuno che abbia la possibilità di vincere, per sconfiggere per la via elettorale la banda criminale dominante.

Il CNI chiede innanzi tutto di riconoscere che siamo in guerra e che in una guerra nessuno può restare neutrale. Chi non prende coscientemente posizione si trasforma a sua insaputa in un collaborazionista di alcuni di costoro, inclusi quelli che considera nemici. Questa guerra di quelli che stanno in alto contro quelli che stanno in basso si va facendo ogni giorno più intensa. Dobbiamo prendervi parte, ciascuno nel luogo e nella situazione in cui si trova.

Non dobbiamo attendere maggio, quando il CNI costituirà il consiglio nazionale di governo, o addirittura le elezioni del 2018, per cessare di essere complici dell’aggressione che i popoli originari stanno soffrendo. Come mostra il caso recente di Ostula[1], essa si fa ogni giorno più feroce e sporca; la nuova legislazione accrescerà l’immunità di coloro che la praticano. Persiste non solo l’impegno a spogliare i popoli delle loro terre, delle loro acque e dei territori. Continua anche la vecchia ansia di liquidarli, di farli scomparire, di sottometterli. Dato che questi popoli si trovano sul fronte della resistenza, ricevono i colpi più duri. Alzare le spalle o rinchiudere la nostra indignazione nel fegato è una forma di complicità. Dobbiamo trovare i modi e le forme di esercitare la nostra solidarietà attiva con quei popoli e di partecipare  alla loro difesa.

La proposta del CNI è soprattutto un invito a lottare per la libertà. Ora. Qui. Non a partire da maggio, nel corso della campagna o dopo le elezioni. E’ un invito a lottare in ogni momento. In ogni luogo. E questo richiede, prima di tutto, di imparare a identificare le sbarre che ci costringono in una prigione.

Vi sono nomi di questa prigione che sono ampiamente noti. Il consumismo, ad esempio. Nella società dei consumi, diceva Ivan Illich, chi non è prigioniero della dipendenza dal consumo è prigioniero dell’invidia. Chi non ha la compulsione a comprare oggetti a cui aggrappa la sua vita, sebbene siano tossici, invidia coloro che possono comprare ciò che gli è inaccessibile. Non sempre riusciamo a vedere la misura in cui rafforziamo il regime che ci opprime … e che non cesserà di opprimerci anche qualora ponessimo un’altra persona a capo del governo. La sfida consiste nel trovare modalità organizzate di resistenza a queste oppressioni e costruire autonomia, anche se con piccole azioni.

La prigione politica si è fatta ogni giorno più evidente. Cresce la consapevolezza del fatto che i partiti sono strumenti di corruzione, manipolazione e controllo, che sono impegnati a proteggere i loro interessi nella disputa della torta dell’amministrazione pubblica. Nessuno si dichiara anticapitalista. Tuttavia, nonostante il malcontento generale, molte persone non vedono alternative al militare in qualcuno di questi partiti, il “meno peggio”, o almeno a votare a suo favore. Inseriscono  la proposta del CNI in questo quadro, come se fosse semplicemente un’altra opzione elettorale. Non importa quante volte il CNI abbia insistito nello smarcarsi da questo gioco osceno, vogliono riportarlo in  esso.

Forse la più opprimente delle prigioni in cui ci troviamo, una di quelle che noi, uomini e donne, abbiamo molto interiorizzata, è la prigione patriarcale, la mentalità costruita nel corso di 5mila anni che concepisce l’organizzazione della vita e delle relazioni fra le persone solo dentro strutture di comando, dominio e controllo.

Nell’ambito di questa mentalità si costituisce il “fascista” che portiamo dentro di noi, un “fascista” che a volte ha un aspetti leninista. E’ il desiderio di essere governati da qualcuno. Comincia a formarsi nei bambini e nelle bambine, con i genitori che cercano di addomesticarli, e si consolida nel regime dispotico della scuola, che li programma per l’obbedienza e li prepara ad adattarsi meglio alla gerarchia che incontreranno nell’impiego, e poi a quella che le grandi imprese private e gli apparati statali istituiscono in tutte le sfere della vita quotidiana.

La sfida della proposta del CNI consiste, in primo luogo, nell’apprendere a lottare per la libertà a fianco dei popoli originari: la libertà di pensare, di scegliere, di vivere, per costruire insieme un’altra società in cui sia la gente stessa a farsi governo. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha detto chiaramente al CNI che il pericolo maggiore della proposta era quello di vincere le elezioni. Questa possibilità, che nelle prospettive attuali non può essere scartata, imporrebbe al consiglio e alla sua portavoce il compito urgente di smantellare gli apparati che resterebbero a suo carico. Sebbene proveremo a minare già da ora, con la nostra resistenza attiva, tutti i meccanismi dell’oppressione esistenti, quando avranno luogo le elezioni ne resteranno ancora molti al loro posto. Vincere comporterebbe smontarli immediatamente, resistendo alla tentazione di utilizzarli per governare, cosa che sarebbe in contraddizione aperta con quello che si sta proponendo.

gustavoesteva@gmail.com

[1] Ostula è un municipio che si è dichiarato autonomo ormai da diversi anni e dove a inizio febbraio forze militari hanno commesso violenze uccidendo cinque abitanti (ndt).

Fonte: la Jornada
Traduzione a cura di Camminar Domandando
Camminar Domandando è una rete di relazioni impegnata nella traduzione e diffusione delle voci provenienti dal mondo latino americano radicato in basso e a sinistra, con una particolare attenzione al variegato mondo indigeno. Sul nostro sito sono gratuitamente consultabili e scaricabili articoli, libri e quaderni di cui abbiamo curato la traduzione. Tra i tanti autori: Gustavo Esteva, Jean Robert, Raul Zibechi, Pablo Davalos.
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