Quando il sindacato teme le autogestioni

Molte delle stesse istituzioni che perseguono i diritti al riposo nei fine settimana liberi, i salari minimi e le pensioni, stanno ora perseguitando gli operai che hanno conquistato il controllo diretto e democratico dei loro posti di lavoro. Dal Secondo Vertice Euro Mediterraneo sull’Economia dei Lavoratori in Grecia spunta una profonda rottura nel movimento dei lavoratori. L’antropologo sociale argentino Andres Ruggeri spiega che la mancanza di un sostegno sindacale per i lavoratori che recuperano l’azienda di appartenenza fa parte del fenomeno della mancanza di sostegno sindacale nei confronti delle diverse forme di lavoro precario del ventunesimo secolo
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I cancelli principali della fabbrica VIOME, Foto di Liam Barrington –Bush

di Liam Barrington-Bush

“Naturalmente tu potresti diventare un disoccupato come tutti gli altri. Cosa ti fa pensare di essere così diverso?”

Chi ha fatto questo commento ad un gruppo di lavoratori greci che hanno avuto successo nell’impedire la chiusura della loro fabbrica, occupandola ed assumendo un diretto e democratico controllo di essa? Decidete tra queste risposte alternative:

  1. Il capo della locale Camera di Commercio?
  2. Il precedente proprietario della fabbrica occupata ?
  3. Donald Trump, in una delle sue rare visite in Grecia per creare una filiale di “Apprentice” (L’Apprendista)?
  4. Un rappresentante del sindacato del quale facevano parte gli stessi lavoratori?

Malgrado non si capisca bene come ciò sia possibile, la risposta giusta è la quarta. Il commento era la risposta data da un rappresentante del sindacato di categoria dei Lavoratori dell’Industria Chimica  della Grecia del Nord, durate una assemblea pubblica alla fabbrica della VIOME a Salonicco. I lavoratori della VIOME che stavano ospitando il Secondo Incontro Euromediterraneo dei Lavoratori dell’Economia, tenutosi il 28-30 ottobre scorso – avevano convocato l’assemblea per garantire che la loro occupazione della fabbrica, che in precedenza produceva adesivi industriali, fosse solidamente basata sui bisogni del contesto sociale nel quale erano inseriti.

Il sostegno pubblico all’occupazione è stato molto rilevante. E quindi le assemblee della VIOME continuano a vedere emergere delle voci di dissenso proveniente dal sindacato dei propri lavoratori. “Le critiche – che coincidono con quelle provenienti da altre componenti della sinistra “ dice Theodoros Karvotis della rete di solidarietà della VIOME, “affermano che il recupero da parte dei lavoratori non costituisce un reale processo rivoluzionario, poiché si tratta di voler diventare dei piccoli padroni di una piccola impresa capitalistica”

Un lavoratore della VIOME affigge un poster del Secondo Incontro Euromediterraneo dell’Economia dei Lavoratori, Foto di Liam Barrington-Bush su licenza Creative Commons

Può sembrare assurdo per chiunque abbia seguito l’emergere del movimento delle “fabbriche occupate” fin dal suo inizio, durante la crisi del debito in Argentina nel 2001. In quel momento, migliaia di posti di lavoro erano stati abbandonati dai proprietari delle aziende, centinaia di questi posti sono stati recuperati molto rapidamente e in forma molto militante dai lavoratori che prestavano la loro opera in precedenza, i quali ricominciarono a produrre senza avere capi o dirigenti. Il movimento racconta le storie dei lavoratori che hanno resistito vittoriosamente all’espulsione da parte del capitalismo che aumentava continuamente l’eliminazione del lavoro in esubero, quasi fossero oggetti da rottamare. Essi hanno fatto tutto ciò attraverso occupazioni collettive e controllo diretto e democratico sui mezzi di produzione. Certo, secondo il Sindacato di categoria dei Lavoratori dell’Industria Chimica (tra gli altri), questi lavoratori volevano soltanto giocare a fare i boss di una azienda.

Scatole di sapone solido in vendita presso la VIOME durante il Secondo Incontro Mediterraneo dell’Economia dei Lavoratori, foto di Liam Barrington-Bush, su licenza Creative Commons

Non si tratta soltanto di un problema greco

Karvotis  è convinto che l’opposizione nei confronti dell’autogestione caratteristica delle Unioni sindacali greche derivi dall’influenza esercitata dagli ultimi partiti comunisti d’Europa, dichiaratamente stalinisti. Tuttavia, l’esperienza della VIOME non è la sola che interessa il sindacato dei lavoratori chimici greco, e nemmeno della Grecia nel suo insieme.  Oggi, in Argentina, solo due o tre sindacati permetterebbero a qualcuno dei 370 posti  di lavoro recuperati  facenti parte dei 16.000 lavoratori del paese,  di iscriversi alle loro organizzazioni, anche se fossero già stati prima appartenenti ad uno di essi.

Benoit Berrits, dell’Associazione dell’Autogestione in Francia, parla durante il Secondo Incontro Euromediterraneo dell’Economia dei Lavoratori; foto di Liam Barrington-Bush, su licenza Creative Commons.

Sinisa Milicic rappresenta il RIS, l’Unione Industriale Regionale, un piccolo sindacato serbo che  è emerso durante l’occupazione da parte dei lavoratori di una azienda industriale che produceva utensili, di nome ITAS. La RIS è stata costituita quando i sindacati tradizionali della Serbia tolsero il loro sostegno ai lavoratori dell’ITAS dopo aver detto loro che avrebbero dovuto “rispettare i termini del contratto” mentre l’azienda veniva smantellata  e i loro posti di lavoro sparivano con essa.

Milicic considera inevitabile la scissione tra i sindacati tradizionali della Serbia e l’autogestione dei lavoratori. “Non è che essi non volessero combattere, ma non sono interessati a ad impegnarsi in lotte che possono comportare dei rischi”, riflette, “Questo spetta alle più piccole e nuove organizzazioni sindacali, perché hanno meno burocrazie al loro interno”. A tale proposito vedere: Still standing or standing still?, in cui Jo Lateu prende in considerazione lo stato dei sindacati, e ritiene che sia iniziata una fase di maggiore vitalità; tratto dal numero di settembre della rivista “New Internationalist”, dedicato in particolare ai sindacati.

La diplomatica analisi svolta da Milicic non ha risparmiato critiche al RIS. Il suo collegamento con i posti di lavoro recuperati in Serbia ha spinto la vecchia guardia ad estendere al RIS i suoi attacchi al movimento, accusandoli di “distruggere l’unità sindacale”, una colpa che Milicic fermamente nega. “Noi non siamo affiliati a nessun sindacato che copre diversi settori e a nessun quartier generale, ma ciò non ci impedisce di cooperare con qualunque altro sindacato ogni volta che ci sono degli interessi comuni, cosa che facciamo regolarmente”. Dragutin Varga, uno dei lavoratori dell’ITAS è meno generoso di Milicic quando prende in considerazione la risposta esagerata dei sindacati rispetto all’autogestione. “Gli altri sindacati non soltanto non ci aiutano, ma stanno addirittura cercando di distruggerci”, ha detto Varga a coloro che nel capannone della VIOME partecipavano al Secondo Incontro Euromediterraneo dell’Economia dei Lavoratori. Dopo l’intervento ha aggiunto: ”Sono molto più interessati a mantener in piedi la burocrazia dei sindacati che ad aiutare i lavoratori”

La vecchia insegna della Filkram-Johnson sui tetti della VIOME; foto di Liam Barrington-Bush, su licenza Creative Commons.

Corruzione ? O qualcosa di più fondamentale?

In Bosnia, Emina Busuladzic, una anziana militante con un inconfondibile spirito combattivo, descrive il sindacato dei lavoratori chimici nell’industria di detergenti DITA, a Tuzla, come persone che “lavorano tutto il tempo contro gli interessi dei lavoratori”. Qualcuno potrebbe dedurre che questo atteggiamento sia il risultato di una corruzione vecchio stile, piuttosto che una particolare avversione contro l’autogestione dei lavoratori. Alla DITA, si racconta che il sindacato cominciò a contrapporsi agli interessi dei lavoratori quando li incoraggiò ad accettare accordi sfavorevoli con i dirigenti, molto tempo prima che cominciasse l’occupazione.

Emina Busuladzic della DITA, la fabbrica di detergenti recuperata in Bosnia, davanti agli impianti della VIOME; foto di Liam Barrington-Bush, su licenza Creative Commons.

Naturalmente, la natura istituzionalizzata di molte delle trattative tra i sindacati esistenti e i grandi datori di lavoro, spesso supera i confini tra la corruzione esplicita e un senso sempre più ridotto di “realismo” che portano ad accordi sempre più poveri per i lavoratori. Questo cosiddetto “realismo” può anche svolgere un ruolo per ampliare l’antagonismo dei sindacati nei confronti della autogestione degli operai. I burocrati di sindacati fortemente istituzionalizzati possono semplicemente essere incapaci di immaginare qualunque vittoria che scaturisca da  pacchetti di trattative sugli esuberi leggermente migliori.

Ovviamente, a parte le motivazioni, quando una militante come Busuladzic ha preso il posto del precedente presidente del comitato di sciopero del sindacato locale, anche il pretesto di ricevere il sostegno  del capo dell’ufficio del sindacato è rapidamente scomparso. Come in tutte le altre imprese, i lavoratori furono lasciati soli a combattere per se stessi.

Qual è il ruolo di un sindacato quando non c’è il capo di una impresa?

Alcune delle storie dell’antagonismo dei sindacati che sono emerse durante gli incontri  dell’Economia dei lavoratori si possono ridurre facilmente e semplicemente a una corruzione. Certamente alcune storie hanno suggerito uno spostamento più profondo in direzione di una politica del lavoro esposta dal movimento in favore dell’autogestione. “Senza capi, senza capitali, qual è il significato di un sindacato?” chiedeva Andres Ruggeri, un antropologo sociale dell’Università di Buenos Aires, Argentina. Le unioni non possono risolvere questo problema e quindi non hanno nulla a che fare con le cooperative di imprese recuperate.”

Ruggeri ha studiato questo fenomeno delle occupazioni e dell’autogestione a partire dal 2002 e ritiene che queste situazioni indicano in realtà un problema significativo all’interno del movimento sindacale. Il mondo sta cambiando, il capitalismo sta cambiando, ed esistono delle situazioni globali dove gran parte dei lavoratori sono privi di un capo. Se non si è in presenza di una autogestione, saranno attività informali, attività precarie, ma in queste modifiche in corso, i sindacati sono assenti. Ruggeri fa queste affermazioni con un visibile imbarazzo. Secondo lui, la mancanza di un sostegno sindacale per i lavoratori che recuperano l’azienda di appartenenza fa parte del fenomeno della mancanza di sostegno sindacale nei confronti delle diverse forme di lavoro precario del ventunesimo secolo. Esso non rientra nel loro modello di organizzazione.

Un lavoratore della VIOME fa una domanda ai relatori durante una assemblea del Secondo Incontro Euromediterraneo dell’Economia dei Lavoratori, foto di Liam barrington-Bush, su licenza Creative Commons.

Un nuovo tipo di sindacato?

Vi sono anche segnali che questa combinazione di assenza e di antagonismo non potrà rimanere a lungo come l’aspetto caratteristico del rapporto tra sindacati e posti di lavoro occupati. Durante l’incontro in Grecia, Dragutin Varga dell’ITAS e Sinisa Milicic del RIS Serbo, hanno discusso insieme le possibilità di un rapporto costruttivo che possa sostenere un modo di  organizzare  dei lavoratori al di là dei limiti della contrattazione collettiva.

Milicic ha indicato numerose ragioni per le quali il suo sindacato è stato capace di svolgere un ruolo costruttivo per sostenere sia l’ITAS sia l’impresa di autobus recuperata dai suoi lavoratori, Varazdin, nelle loro rispettive lotte per conseguire l’autogestione. Secondo una di queste ragioni, il RIS ha una dimensione regionale piuttosto che professionale, che ha permesso loro di superare alcuni dei modelli tradizionali che erano emersi nell’ambito di altri sindacati serbi. Inoltre avevano scelto di non aderire a nessuno dei sindacati di maggiori dimensioni, tenendo conto della tendenza che esisteva nella maggior parte dei paesi di creare un “gruppo di lavoro nazionale” e poi di adattare le loro attività alle linee guida (spesso molto più conservatrici) che provenivano dall’alto.

Benché gli altri sindacati siano normalmente organizzati con forme limitate di centralismo democratico, il RIS segue gli esempi dei posti di lavoro occupati che esso rappresenta e prende le decisioni attraverso assemblee regolari con le sue sette imprese affiliate, che insieme rappresentano 700 lavoratori della regione. Ciò porta ad una semplice ma radicale riformulazione del ruolo del sindacato, che costituisce in qualche modo una risposta al problema posto e lasciato aperto da Andres Ruggeri, su che cosa dovrebbe realmente fare un sindacato in una situazione in cui non ci sono padroni da combattere.

Il compito del sindacato è far aumentare la partecipazione dei lavoratori  nei processi decisionali”, disse questo Milicic a chi partecipava agli incontri nel capannone della VIOME. Per fare questo, RIS ha sostenuto lo sviluppo di commissioni in forma di gruppi di lavoro all’ITAS, tra una  serie di progetti di collaborazione che avevano come scopo di garantire che il potere rimanesse decentrato all’interno della forza di lavoro, e coinvolge tutti i membri con modalità significative. Un altro sviluppo incoraggiante provenne dagli incontri spontanei tra lavoratori di Salonicco. Membri designati da almeno otto luoghi di lavoro occupati sostennero una proposta di creare una rete paneuropea delle autogestioni. Questa rete dovrebbe fornire un misto di sostegni finanziari e non monetari per i lavoratori che tentavano di instaurare forme di controllo democratico nei rispettivi luoghi di lavoro, sostenuti anche da cooperative più solide.

Emina Busuladzic della DITA, la fabbrica di detergenti recuperata in Bosnia, davanti agli impianti della VIOME; foto di Liam Barrington-Bush, su licenza Creative Commons.

I sindacati si stanno percependo come superflui?

Durante l’incontro dell’Economia dei Lavoratori è emerso con chiarezza che i sindacati, in quasi tutti i paesi dove si sperimentavano movimenti per l’autogestione, si erano mobilitati con molto impegno contro i lavoratori che erano i pionieri di questo modo costruttivo  e coronato da successo di risposta allo sfruttamento della classe lavoratrice. “Non presenti e senza fornire alcun sostegno  [piuttosto che mostrarsi attivamente antagonisti] era la cosa migliore che ci si potesse aspettare dai principali sindacati in Grecia”, dice Karvotis con un sospiro, esprimendo una posizione che proveniva anche da delegati di altri paesi.

Se si potesse realizzare la rete di solidarietà paneuropea e si potesse replicare su scala locale il modello di organizzazione del RIS emerso in Serbia, si potrebbe cominciare a operare per colmare il vuoto nella solidarietà verso i lavoratori lasciato dalla assenza dei sindacati. Ciò permetterebbe anche una maggiore diffusione dei posti di lavoro autogestiti in Europa e se questo si verificasse, nascerebbe un problema molto serio: potrebbero i vecchi sindacati –  invece che i lavoratori che hanno rifiutato di subire la disoccupazione – trovarsi nella situazione di diventare degli esuberi nell’immediato futuro?

 

Fonte : New Internationalist

 

Traduzione per comune info di Alberto Castagnola

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