Rifiutare la tirannia dell’istante

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di Emilia De Rienzo*

Zygmunt Bauman nel suo breve saggio Vite di corsa (Il Mulino) dice che lo scorrere del tempo, o meglio la sua percezione, “nella società dei consumi della modernità liquida non è né ciclico né lineare, come normalmente si percepiva nelle altre società della storia moderna o premoderna”. Il tempo di oggi è definito da Bauman tempo “puntillistico, ossia frammentato in una moltitudine di particelle separate”. Il tempo puntillistico si presenta come una serie di frammenti, di schegge di tempo, senza consequenzialità, non ha memoria del passato né proietta la sua vista nel futuro.

Ne risente l’identità che, costruita faticosamente ieri su un progetto di vita, oggi può o deve essere disarticolata e riassemblata in nuove forme per potersi continuamente riadattare ad un presente sempre in via di mutamento: condannati, insomma, alla “tirannia dell’istante”.

Si vive in un perpetuo e trafelato presente, in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, e in cui la perdita di senso si accompagna allo svuotamento di quei criteri che fanno distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero. «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera» diceva quattro secoli fa Pascal e Bauman ci dice che “chi non controlla il presente non può sognarsi di controllare il futuro” e continua affermando che «abbiamo bisogno di una educazione permanente per avere la possibilità di scegliere in maniera consapevole».

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Il quaderno “Ci vuole il tempo che ci vuole. Imparare a perdere tempo” (edizioni Comune) è scaricabile qui

Imparare giorno dopo giorno a compiere gesti dotati di significato, forse piccoli, ma che nascono da una scelta consapevole può voler dire “fare la differenza”, gesti che siano di contrasto a un dilagare della indifferenza. Quell’indifferenza che tanto odiava Gramsci: “Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita”. L’indifferenza è attiva, “opera passivamente, ma opera”. Niente sarebbe possibile se fossimo capaci di contrastare sempre e in qualsiasi modo ciò che di brutto o di orrendo vediamo accadere”. “Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.

Pensiamo spesso che ciò che accade non dipende da noi, deleghiamo ad altri la responsabilità, e capita anche che ce ne lagniamo. Gramsci è chiaro, non sopporta “quel piagnisteo da eterni innocenti” e chiede conto ad ognuno “del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”.

Significativa è l’immagine di una foto scattata scattata da Marc Riboud il 21 ottobre 1967 a Washington (durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam, ndr). Una foto rimasta a segnare la storia, un’immagine diventata leggenda, che ha saputo regalare speranza anche a dei soldati impegnati in Vietnam: l’avevano affissa nel loro accampamento. Un’immagine che è diventato un poster simbolo della non violenza.

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Una ragazza con un fiore in mano davanti a tanti fucili. La leggerezza, la bellezza e la fragilità di un fiore contro la pesantezza, la potenza di tante armi puntate contro. “La ragazza si muoveva, – racconta il fotografo – danzava, tendeva le braccia, si distendeva davanti alla prima fila di soldati, prima di raccogliersi in quell’atteggiamento di preghiera, col fiore vicino al viso”.

La tenerezza di un fiore cosa può contro tanti fucili spianati? Forse niente o forse tutto. Oggi io ho ancora la certezza che anche i piccoli gesti hanno la loro importanza. Questo forse, al di là di tutto, il più grande messaggio. Nulla è risolutivo, non esistono bacchette magiche. Ma i piccoli gesti intessono la vita di ognuno di noi: uno dopo l’altro, costruiscono ciò che vogliamo essere. Se la speranza che è illusione va evitata, bisogna stare attenti a non cadere nel cinismo, nella rassegnazione, che sono, anche loro, al servizio dello “status quo”.

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Forse ci sentiremo novelli don Chisciotte, che si ostiniamo a trovare l’incanto là dove si palesa o si nasconde, forse ci diranno che siamo folli, ma, in questo senso, la follia è una scelta di gran lunga più umana della cosiddetta “normalità”.

Quindi riprendiamoci il tempo, non lasciamo che gli altri ce lo occupino.

“Fa così, o mio Lucilio, rivendica la piena signoria di te stesso, e serba per te il tempo che fin’ora ti era portato via, o andava perduto. Persuaditi che è veramente, come io ti scrivo: le nostre ore ci vengono sottratte qualche volta colla forza e qualche volta coll’astuzia e altra volta poi ci scorrono via senza che quasi ce ne avvediamo” (Seneca).

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* Insegnante, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

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