La “gravidanza per altri” è un diritto?

Mentre in alcuni paesi sono state ritirate le leggi che permettevano la maternità surrogata (tema ora poco attraente per i “grandi” media), in altri si sono moltiplicati i problemi nati dall’applicazione dei diversi testi legislativi, come segnala in questo puntuale articolo Daniela Danna. Per molti e molte si tratta comunque di un vero diritto di proprietà sui corpi delle donne e dei neonati. Il punto di partenza con cui l’autrice scrive è la gravidanza come stretta relazione personale, che dovrebbe restare sotto il controllo della donna che la intraprende. Insomma, ci sembra utile – dopo la pubblicazione di altri contributi (qui segnalati) – continuare ad approfondire, ad aprire i concetti e a guardare cosa si nasconde, intorno a un tema così importante, sotto le semplificazioni dei media, del mercato e, ovviamente, del patriarcato

 gpa

di Daniela Danna*

Per il ministero della Salute il corpo fertile delle donne è già un “bene comune”. Diventerà anche un bene privato con l’introduzione della GPA in Italia? L’asettica sigla GPA nasconde il concetto di “gravidanza per altri”, o meglio, come di solito si dice per rendere la cosa ancora più burocratica e indolore: “gestazione per altri”. La pratica è stata inventata da un avvocato statunitense di nome Noel Keane, che ne stilò i primi contratti alla metà degli anni Settanta. Keane la battezzò “surrogazione di maternità”, o “maternità surrogata”, termine che non ebbe più buona stampa a partire dal caso Baby M del 1984, quando la polizia che andò a prelevare la figlia di sei mesi di Mary Beth Whitehead che era fuggita con l’infante per non “onorare l’impegno” con la coppia committente, espresso sotto forma di contratto. Questo contratto di “surrogazione di maternità” fu poi dichiarato invalido dalla Corte suprema del New Jersey (si può leggere la storia in un bel libro di Phyllis Chesler, che partecipò alla campagna a favore di Mary Beth Whitehead: Sacred bond: the legacy of Baby M.)

Molte altre donne, in tempi più recenti, alla fine della gravidanza hanno cercato di rifiutare di adempiere al contratto di GPA, nonostante la cosmesi del nome. Ugualmente si sono viste portare via i figli dalla forza pubblica. Una donna britannica nel 2015 ha perso la causa intentata dalla coppia gay di padri intenzionali (ma lei era la madre effettiva!) e ha dovuto consegnare la figlia di un anno, nonostante la legge inglese dica che le cosiddette “portatrici”, come si vuole chiamare la madre di nascita nella neolingua della GPA, possono certamente cambiare idea e tenere con sé i figli. Come le donne che rinunciano alla maternità per dare i figli in adozione, anche loro avrebbero in teoria un periodo di sei mesi nel quale possono diventare anche madri legali dei figli che hanno materialmente fatto. La giudice britannica Alison Russell ha stabilito invece che S. era inadatta ad essere madre, a causa della sua ”omofobia”, come la sua dichiarazione che tra le cose che le avevano fatto cambiare idea sulla destinazione di sua figlia c’era anche il fatto che i due gay, che si erano presentati come una coppia, non erano sposati e avevano anche altre relazioni sessuali.

Melissa Cook è una donna californiana che nel 2015, ancora incinta, ha citato in giudizio il “padre intenzionale” e anche biologico dei tre futuri bambini. Il conflitto, che ha anche aspetti economici, è sorto principalmente quando il futuro padre ha preso un appuntamento medico per farla abortire di uno dei tre feti, cosa che lei ha rifiutato. Il padre C.M., un uomo single quasi cinquantenne che vive con i genitori, accudendoli, si rivolse a Surrogacy International, che lo abbinò con Cook, una 47enne con quattro figli. Lo sperma era del padre “intenzionale” e gli ovuli quelli di una ventenne (anche in questo caso l’uso di chiamarla “donatrice” è sbagliato: le donne non donano gli ovuli ma li vendono, tranne in casi particolari). La prima richiesta di Cook era stata quella di essere la sola genitrice legale di “Baby C” e di essere dichiarata la madre legale di Baby A e Baby B.

Ora tutti e tre i figli sono con il padre. Cook ha partorito a febbraio per cesareo sotto sorveglianza delle guardie dell’ospedale e non ha mai potuto vedere i bambini. Questo può accadere dove la sanità è a pagamento: l’assicurazione per la surrogazione le assicurava un parto gratuito solo nel luogo convenzionato. Le guardie hanno controllato i documenti di chiunque venisse a trovarla. Ha dichiarato che i medici non le hanno nemmeno detto se i bambini erano in vita. Ma il contratto e la legge sono stati fatti rispettare.

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Ho tante domande e nessuna risposta

La ventiseienne statunitense Brittneyrose Torres si trovava in una situazione simile quando ha letto sui giornali della vicenda di Cook, e si è ribellata anch’essa alla “riduzione embrionale” cui doveva essere sottoposta. I genitori intenzionali (una coppia eterosessuale), saputo che avevano attecchito due embrioni maschi e una femmina, volevano che abortisse la femmina. Torres si offrì di fare lei da madre sociale alla bambina, ma il suo contratto, che prevedeva un compenso di circa 40.000 dollari, specificava che un eventuale aborto doveva essere deciso dai committenti. La norma contrattuale è peraltro contraria alla legge statunitense sull’aborto, per la quale esso è una decisione della donna, è una parte del suo diritto alla privacy. I committenti però, forti del contratto, quando lei si rifiutò di sottoporsi alla “riduzione embrionale” smisero di pagarla. Non ci sono notizie più recenti su Brittneyrose Torres, che parimenti si è rivolta ai tribunali perché convalidino la sua decisione di non abortire, che potrebbe avere per lei un grande costo economico in quanto la rottura del contratto da parte sua implica il risarcimento ai committenti con una compensazione in denaro.

Si dice che se la GPA non viene legalizzata ci sarà un mercato nero di bambini. Ma perché allora non è sorto in Italia? Perché non può esistere in un paese dove funziona l’anagrafe un simile mercato nero: i bambini devono avere un certificato di nascita – che infatti è legale nei pochissimi paesi che hanno derogato alla norma per cui la madre legale è colei che partorisce, indicando invece la (o il) committente. Le frodi alla legge sono molto più facili che in luoghi dove la surrogazione di maternità non è stata introdotta nella legge: nel 2011 un’avvocata californiana ebbe l’idea di mettere prima incinte delle donne in Ucraina e solo dopo proporre contratti di surrogazione vendendo i neonati in California per 100.000 dollari. Se poi le agenzie che fanno da intermediarie tra committenti e “portatrici” falliscono, spariscono (o vengono fatti sparire) i soldi affidati al “trust”: i committenti dovrebbero pagare di nuovo? E come fa un’operaia della gravidanza a interrompere il suo lavoro?

Secondo la giornalista Monica Ricci Sargentini, in California ci sono stati 81 casi di genitori intenzionali che non hanno poi “ritirato” i bambini e 35 madri “surrogate” che hanno cambiato idea volendo tenere con sé i figli. Leggo nei commenti su questi casi, soprattutto quelli degli avvocati, i quali hanno tutto da guadagnare dalla legalizzazione di questi contratti, che si tratta di eccezioni che non invalidano la bontà della pratica. Ma è il concetto di “gravidanza per altri” che è sbagliato, la gravidanza è una stretta relazione personale, che deve rimanere sotto il controllo della donna che la intraprende, e non di altri. Se diventa un impegno, è logico che i committenti si sentiranno in diritto di sorvegliare la gestante, di proibirle o imporle dei comportamenti, che – avendo pagato o, come mi è stato detto, “aspettato il bambino per nove mesi” – non accetteranno di non ricevere il prodotto-bambino una volta pronto immediatamente dopo il parto, negando alla neonata o neonato il diritto a stare con sua madre, ad essere allattato quando possibile, a proseguire la sua relazione familiare, come dicono anche le convenzioni internazionali sui diritti dei minori (che ovviamente non possono applicarsi quando le madri di nascita rifiutano di crescere i bambini che danno in adozione, gestita con un controllo su chi la richiede). Dire che i casi di violenza legalizzata nella separazione forzata tra madre e figli non sono importanti nel giudicare la pratica è un’ulteriore violenza simbolica contro donne che probabilmente hanno cominciato la gravidanza con le migliori intenzioni, ingannate dal richiamo alla loro generosità, e poi si sono trovate vittima di un sistema di sfruttamento della loro maternità per denaro.

E che sostiene l’idea che il figlio sia un prodotto su cui si accampano diritti: una ventitreenne inglese che i giornali hanno chiamato Jennifer Gibson, ha deciso nel marzo di quest’anno di crescere la figlia avuta in accordo con una coppia di gay. Questi l’hanno citata in giudizio per farle rispettare l’accordo (il compenso promesso erano 9.000 sterline), argomentando che non era figlia sua perché gli ovuli non erano suoi. Oltre a volere la custodia dei figli, Melissa Cook ha richiesto un verdetto di incostituzionalità dell’intera legge che permette la maternità surrogata in California, cosa che può avere effetti globali, essendo la California l’avanguardia neoliberista nella creazione dei mercati di neonati: là si può diventare genitori per mera “intenzione”, ovvero avendo messo una donna incinta sotto contratto.

Anche l’India nell’agosto scorso ha presentato una proposta di legge che limita strettamente la maternità surrogata: i soggetti che ne richiedono l’autorizzazione tramite tribunale devono essere infertili (e sposati da cinque anni) e portare una parente consenziente all’impianto del loro embrione. Tra i motivi, gli imbrogli delle cliniche (per esempio un uomo gay statunitense, Norman Newton, che ha spedito il suo sperma si è visto recapitare gemelli che non erano geneticamente imparentati con lui, e naturalmente ha fatto causa per riavere i soldi spesi), lo scandalo della mancanza di compensazione economica per le donne che sono morte durante le gravidanze o per complicazioni nel parto, i casi di coppie che – malgrado i divieti di surrogazione di maternità nei loro paesi – decidono ugualmente di provare a far valere i falsi certificati di nascita indiani. Una coppia tedesca, i Balaz, per due anni non ha potuto portare a casa i gemelli che aveva commissionato a una clinica indiana perché il loro aereo ha avuto un ritardo, e la madre riportata sul certificato di nascita al momento del parto si trovava ancora dall’altra parte del mondo. E diverse donne indiane sono morte per complicazioni legate al parto: nel 2012 ci furono due casi di lavoratrici morte per dare figli l’una a una coppia americana e l’altra a una norvegese.

La Thailandia, il Nepal e lo stato di Tabasco in Messico hanno tutti ritirato le leggi che permettevano la maternità surrogata e la consegna di bambini a stranieri. La causa dell’abolizione delle leggi che in pochissimi stati permettono la GPA dichiarando che i figli che una donna partorisce per contratto o per regolamento non sono figli suoi, sta avanzando. È una battaglia per l’autodeterminazione delle donne.

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* Ricercatrice in Sociologia generale presso il Dipartimento di studi sociali e politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano. Autrice di articoli e libri, tra cui Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale (eleuthera)

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