La rivoluzione, un secolo dopo l’Ottobre

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre offre un’occasione importante per riprendere una riflessione sulla rivoluzione e i suo esiti. Arriva mentre infuriano i venti minacciosi di una tormenta nella quale facciamo sempre più fatica a resistere cercando nel caos una rotta verso cui indirizzare il timone. Eppure le grandi rivoluzioni del Novecento ci dicono, per esempio, che sconfiggere le classi dominanti è possibile. Molto più arduo è però costruire una società diversa.   nazionale. Non era facile trasferire il potere dalle mani di uomini armati e apparati dello Stato ai lavoratori o ai contadini. Ma perché straordinarie esperienze di potere dal basso come quelle dei Soviet, delle Comuni cinesi o del potere popolare di Cuba sono state accantonate o sconfitte in così poco tempo? A segnarne il destino è stato l’impatto con lo Stato, finito nelle mani di burocazie operaie o di nuove borghesie cresciute al suo interno? Non sono molti i movimenti che hanno saputo trarre conclusioni feconde dal rapporto delle rivoluzioni con il potere ma ci sono eccezioni importanti come i movimenti femministi e quelli indigeni. E poi ci sono gli zapatisti del Chiapas che, a 23 anni dall’insurrezione, non sembrano affatto logorati dall’autogoverno e dal comandare obbedendo. Un’esperienza impossibile da comprendere leggendo i comunicati ma testimoniata con entusiasmo dalle migliaia di persone che hanno potuto condividere con loro le difficoltà e le speranze di ogni giorno

di Raúl Zibechi
Menzionare la tormenta è diventato quasi una routine. Perfino il presidente cinese, Xi Jinping, ha aperto il Foro Economico Mondiale di Davos dicendo che nel mondo c’è una tormenta anche se, ha aggiunto, “c’è anche luce”. È molto probabile che Xi si riferisca al mondo imprenditoriale che lo ha accolto con un’ovazione, perché quello è il tipo di alleanze che corteggiano i dirigenti della potenza emergente.

Di certo pochi ormai dubitano che stiamo attraversando una situazione caotica, sebbene il capitale finanziario e buona parte dei politici progressisti insistano nell’attribuirla a Donald Trump, che è invece solo ciò che emerge e non la causa dei problemi attuali. La tormenta sta dimostrando che, in mezzo alla burrasca, la capacità di comprensione diventa via via minore. Compreso, ovviamente, per chi firma queste righe.

Consolazione di poco conto è il fatto che anche le classi dominanti patiscono dosi importanti di smarrimento, cosa che si può constatare nella profonda divisione tra quelli che stanno in alto, iniziando dalla superpotenza, dove, per fare solo un esempio, non riescono a mettersi d’accordo se il nemico principale sia la Russia o la Cina.

Quando le urgenze sono tante e riusciamo a malapena a rispondere alle più pressanti, cercando di non deviare dal cammino dell’emancipazione, ritorna necessario cercare dei segni che ci aiutino a non perdere la bussola. A un secolo dalla prima rivoluzione socialista vittoriosa, propongo di trarre alcune conclusioni nella prospettiva della tormenta che inizia a scuoterci.

Uno: constatare che è possibile sconfiggere le classi dominanti. E’ stato fatto in quasi mezzo mondo, dalla Russia alla Cina fino a Cuba, Algeria e Vietnam. La sconfitta passa in modo inesorabile per sottrarre alle classi dominanti il potere politico e recuperare i mezzi di produzione e di scambio (terre, fabbriche e banche, tra i più importanti) affinché siano gestiti direttamente dai lavoratori.

Due: è molto difficile costruire una società di nuovo tipo, molto più che sconfiggere il nemico, come si vede in ognuno dei processi menzionati. L’impressione è che le forze rivoluzionarie non hanno tratto dal fallimento le conclusioni necessarie per la costruzione di un mondo nuovo. Per farlo, si dovrebbe passare attraverso un serio bilancio dello stalinismo, nelle sue diverse varianti nazionali, dal maoismo ai processi di liberazione nazionale. Se sul primo punto ci può essere un accordo più o meno generale, sul secondo la divergenza di analisi è la cosa più frequente.

Tre: la sconfitta delle classi dominanti è stata resa possibile, in tutti i casi, dal dispiegarsi di guerre inter-statali o di guerre di liberazione nazionale, o da una combinazione di entrambe, come in Cina. In ogni caso, essendo le rivoluzioni figlie delle guerre, il successo ribelle comporta il fatto che il potere che ne risulta si poggia sul predominio di uomini armati, che si trovano alla guida delle forze rivoluzionarie e al contempo dell’apparato statale. Questa disposizione di forze, come ha sottolineato trent’anni fa lo spagnolo Eugenio del Río, è un ostacolo nel procedere verso una società di nuovo tipo, dove il potere sia nelle mani dei contadini e dei lavoratori.

Quattro: le intenzioni di Lenin – chiaramente riflesse nei suoi scritti e nel libro di John Reed I dieci giorni che sconvolsero il mondo erano che il Partito Bolscevico rovesciasse il governo provvisorio per consegnare il potere ai soviet, la creazione più rilevante dei soldati, dei contadini e degli operai russi, sorti durante la rivoluzione del 1905 e rinnovati e ampliati dal febbraio 1917.

Su questo punto conviene fare alcune precisazioni. Perché il potere dei soviet che ha realmente funzionato nel 1917, è stato eroso e annullato a favore di una nuova generazione di dirigenti aggrappati allo Stato? Ci sono analisi di diverso tipo, alcune molto convincenti. Perché il potere delle comuni cinesi è stato eroso e annullato malgrado i tentativi di rimuovere una nuova borghesia che si era impadronita dello Stato? Perché gli organismi del potere popolare a Cuba sono stati erosi e annullati dal potere del partito e dello Stato? Insomma, perché il potere de abajo è stato così effimero?

C’è qualcosa in comune in tutte le esperienze che, seguendo il copione della rivoluzione russa, dovrebbe essere motivo di riflessione. Le pratiche concrete per cambiare il mondo si infrangono nella scogliera del potere statale, che esso sia nelle mani di una burocrazia operaia (come segnalarono Mandel e i trotskisti) o nelle mani di una nuova borghesia nata nell’ambito dello Stato (come rilevò l’analisi di Bettelheim e Mao). Sarà utile rilevare, en passant, il bassissimo livello della discussione sugli altri processi, salvo i primi anni della rivoluzione cubana, che impedisce di approfondire le cause delle deviazioni post-rivoluzionarie.

È molto penoso constatare che dagli anni ‘60 non abbiamo avuto dibattiti alla profondità necessaria e, soprattutto, osservare la scarsa attenzione che meritano i movimenti che hanno tratto conclusioni dai crimini commessi in nome del socialismo. Nel nostro continente, i movimenti indigeni e femministi sembrano i più valenti nel rimuovere la lapide dello stalinismo, presente in quasi tutti i processi.

Ancora più degno di nota è constatare come lo zapatismo sia riuscito a superare alcuni dei più potenti limiti delle rivoluzioni precedenti. Ventitré anni dopo lo ¡Ya Basta!, le giunte di buongoverno sono quelle che prendono le decisioni e impartiscono giustizia, funzionando come veri organi di potere. Nel 1940 o nel 1972, nell’Unione Sovietica e nella Repubblica Popolare Cinese si era consolidato un potere controrivoluzionario, malgrado i tentativi della rivoluzione culturale e dello stesso Mao per cambiare rotta.

Al di là delle considerazioni di ciascuno rispetto alla rivoluzione zapatista, essa dovrebbe esser presa molto sul serio, poiché è riuscita ad andare ben oltre quelle che l’hanno preceduta. Cosa impossibile da comprendere leggendo i comunicati, perché per farlo bisogna convivere con le basi d’appoggio.

 

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo La revolución, a un siglo de la Revolución de Octubre

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

 

La nuova corsa all’oro

Società estrattiviste e rapina

 E’ il quinto quaderno di Abya Yala, il nome con il quale il popolo Kuna, allora insediato in una regione che oggi corrisponde al nord della Colombia, indicava l’intero continente, prima dell’arrivo degli europei. Si chiama “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, l’autore, Raúl Zibechi, sulle pagine di Comune, non ha davvero bisogno di essere presentato.

sin-titulo279Il testo è inedito, le 106 pagine includono anche 5 schede di “estrattivismo” italiano le hanno curate i nostri compagni di sempre, il gruppo di Camminar Domandando, in collaborazione con Re:Common, che nella prefazione scrive:  “Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti.

oroInvestimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, “cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana”.

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l”estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è  ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

Camminar domandando (www.camminardomandando.wordpress.com)

Il libro non sarà in vendita nelle librerie e potrà essere acquistato solo ordinandolo via mail ad Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com. Il prezzo è di 7 euro, comprese le spese di spedizione.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

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  1. A proposito delle difficoltà relative alla transizione | miglieruolo - 3 marzo 2017

    […] Osserva Raul Zibechi in un articolo postato su Comune-info: “le grandi rivoluzioni ci dicono, per esempio, che sconfiggere le classi dominanti è possibile. Molto più arduo è costruire una società diversa.” (Sintesi non mia. Ho letto l’articolo madre su Comune-info. Mi sembra sostanzialmente corretta. Vedi: http://comune-info.net/2017/01/la-rivoluzione-un-secolo-lottobre) […]

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