Il cammino difficile della Civil March

Il cammino della Civil March for Aleppo, partita il 26 dicembre da Berlino, è costellato di insidie. La fatica e le grandi difficoltà si fanno sentire subito e non si tratta solo delle energie o del mettere insieme cinquecento partecipanti arrivati per dar vita a un’iniziativa promossa da persone di quattordici nazionalità diverse. La discussione si accende sulla possibilità di tenere insieme posizioni differenti. Le divisioni, per esempio, sulla possibilità di esporre bandiere diverse da quelle bianche con cui la marcia ha preso il via, insieme alle forzature e alle strumentalizzazioni di alcuni media, hanno già provocato significative (e forse temporanee) defezioni. Il cammino è impervio, lo si sapeva, ma è ancora viva la speranza di poter ricomporre, senza annegare nell’ipocrisia delle equidistanze, la pluralità di un’esperienza coraggiosa e importante quanto originale e difficile, al di là della testimonianza di solidarietà con le vittime, soprattutto nella definizione degli obiettivi

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di Gianluca Solera

Sono partiti dal terreno dell’ex-aeroporto di Tempelhof, uno dei gioielli architettonici della Berlino nazista, dove venivano assemblati bombardieri e caccia del Terzo Reich. Ora, è un vasto spazio verde, senza fine, un buco nella Berlino riunita dopo la Guerra fredda, dove batte implacabile il vento, e in pieno inverno gli abitanti si cimentano in biciclettate sulle ex-piste aeroportuali. Alle 10 del mattino, ho dovuto tenermi in contatto telefonico a distanza con la coordinatrice del gruppo di sostegno alla Civil March for Aleppo per trovarli, tanto è grande l’area. Stavano riuniti a fianco dell’ala meridionale del terminal, stretti stretti per proteggersi dalle folate di vento. Il terminal è un edificio mastodontico in granito, ora in ristrutturazione per ospitare il più grande centro tedesco di accoglienza dei rifugiati, la maggioranza di loro essendo siriani.

Di simbolismo in simbolismo, la marcia parte con un annuncio: sventoleranno bandiere bianche. Alcuni siriani avevano portato la bandiera della rivoluzione, e si limiteranno ad avvolgervisi dentro. In cinquecento partiremo. Un ragazzo dice al microfono che sappiamo chi sono i responsabili della mattanza di Aleppo, ma una delle organizzatrici, prima di dare il via al cammino, prende il microfono per ribadire che è “lì per capire, non per decidere davanti a quale ambasciata protestare o chi responsabilizzare per i tragici eventi” che hanno portato alla caduta della città. È un’avvisaglia. Incontro quattro italiani, ognuno arrivato per conto proprio, alcuni, come me, giunti direttamente a Berlino quella stessa mattina del 26 dicembre 2016. Molti di coloro che sono arrivati per marciare in direzione di Aleppo, a detta degli organizzatori di quattordici nazionalità diverse, hanno preso questa decisione in solidarietà con le vittime della repressione siriana e dei bombardamenti delle città che si erano affrancate dal regime, anche senza sapere come tutto è nato e perché le cose siano andate così male. Senza necessariamente conoscere la storia della rivoluzione siriana, ma indignati di fronte all’immobilità del mondo davanti alle città assediate e bombardate. Erano là per indignazione e solidarietà. Fin dai primi passi, si sono aperti degli interrogativi. Perché si va ad Aleppo? Che cosa si vuol dire, a parte il denunciare le morti dei civili, con chi si sta? È così fin dalla prima sera vi sono stati dibattiti importanti sui perché e sui per cosa.

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Alla fine della prima tappa, i partecipanti che hanno dormito a Mahlow hanno discusso per più di quattro ore sul senso della marcia. Durante il dibattito, i siriani hanno esplicitamente chiesto di poter esporre la bandiera della rivoluzione (la prima giornata, infatti, è passata sventolando solamente bandiere bianche). Sono state lunghe ore di emozioni e passioni, che si sono concluse con il proposito di continuare il dibattito il giorno seguente e l’autorizzazione a esporre la bandiera della rivoluzione da parte dei partecipanti siriani.

Tra la prima notte e la mattinata seguente, però, il public relations team dell’organizzazione ha segnalato che i media iraniani avevano pubblicato la foto dell’ideatrice della marcia, la polacca Anna Alboth, a fianco della bandiera della rivoluzione siriana, e denunciato che fosse un’iniziativa di rivoluzionari anti-“governo legittimo siriano”. Il public relations team ha poi segnalato che il profilo Facebook in arabo della Civil March conteneva messaggi politici che non stavano nella pagina in inglese, e che erano stati pubblicati senza l’accordo degli organizzatori. L’ideatrice della marcia si è inquietata, e nella mattinata – poco prima di partire per la seconda tappa – ha imposto che non si mostrasse la bandiera della rivoluzione, nonostante il dibattito della notte precedente. Il gruppo di siriani politicamente più coinvolti (7-9 persone) si è così sentito preso in giro, e ha deciso di abbandonare la marcia. Non si tratta di una rottura definitiva, gli organizzatori hanno chiesto che si attivi un programma di dibattiti serali perché i partecipanti conoscano meglio la questione siriana, e il gruppo di siriani si è ripromesso di parlarne con le proprie organizzazioni. Tuttavia, vi è un effettivo problema di visibilità e chiarezza da affrontare.

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Poco prima di ripartire, Anna ha dichiarato che non vuole che la marcia venga manipolata dai media e che – pur essendo contro il regime di al-Assad e sapendo dei suoi crimini – i partecipanti “hanno bisogno di tempo per capire”. Partire senza il grosso dei siriani ha lasciato molti con l’amaro in bocca, ma non tutto è perduto. Jan Horzela, uno degli organizzatori, mi ha spiegato che a causa dei tempi ristretti, fino a quel momento si erano dovuti concentrare sugli aspetti logistici, trascurando la parte più politica dell’iniziativa, e limitandosi ad assumere una posizione prudente di generica denuncia del massacro dei civili causato dagli attacchi alle città. Gli organizzatori riconoscono che la relazione con i siriani debba essere ristabilita e che molte cose sono state gestite frettolosamente per mancanza di tempo (e forse di lucidità, aggiungo io). Allo stesso modo, hanno riconosciuto che fosse necessario rendere pubblico uno statement su cosa voglia la marcia e con chi stia, soprattutto da quando Aleppo è caduta. Ne hanno così pubblicato uno sulla pagina ufficiale Facebook il 28 dicembre, in cui prendono le distanze dai criminali di guerra e da ogni forma di violenza. Ad esso è seguito un lungo scambio, ma la domanda di fondo resta: che cosa si vuole portare alla fine ad Aleppo, a parte il messaggio di pace? Ho suggerito agli organizzatori che si metta in piedi un programma di approfondimento per i partecipanti, e che si organizzino eventi pubblici nelle località che toccheranno. È chiaro che entrambe le cose sono possibili solo con il coinvolgimento dei siriani che si spendono per dignità, libertà e giustizia nel loro paese.

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Le vacanze di fine anno termineranno tra poco, e il numero dei partecipanti alla marcia si ridurrà ulteriormente (il secondo giorno eravamo già meno di 150). Se non si uscirà più esplicitamente in pubblico con rivendicazioni chiare, con un progetto costruttivo che faccia chiarezza, l’esperienza di camminare insieme rischia di restare autoreferenziale, e la marcia rischia di perdere le simpatie dei potenziali partecipanti. Gli organizzatori non stanno certo con il regime siriano, ma devono perdere la loro timidezza. Ripeto, non tutto è perduto, e la marcia è all’inizio; alla vigilia dell’Epifania ha raggiunto Dresda, e lungo il cammino è accolta benevolmente e generosamente non solo da molti locali, ma anche dalle comunità di rifugiati siriani che incontra; la storia della bandiera è risolvibile, se si capisce che la bandiera della rivoluzione, pur essendo anch’essa stata oggetto di manipolazioni, in sé non rappresenta una parte piuttosto che un’altra, quanto l’aspirazione all’autodeterminazione, alla libertà e alla dignità. Non è un caso che si tratti di una bandiera che ancora non rappresenta un’entità territoriale o nazionale riconosciuta, quanto piuttosto un’idea, una volontà. Quanto diceva Desmond Tutu può aiutare: se resti neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore. Sono già rientrato in Italia, per ora; mi sento già tuttavia nelle condizioni di dire che sarebbe un peccato se questa marcia, così unica nel suo genere, che ripercorre al contrario la rotta dei rifugiati, si dovesse spegnere o diventasse irrilevante dal punto di vista dell’agire politico collettivo. Questa è la cosa da salvaguardare e valorizzare, a parte le storie di bandiera.

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Prima di raggiungere il luogo di partenza della marcia, ero stato al Mercato di Natale dove era avvenuto l’attacco terroristico del 19 dicembre scorso, nei pressi della stazione di Berlin-Zoo. Erano le 6 del mattino, il cielo era ancora scuro. Tra fiori e lumini accesi, ho trovato un messaggio che dice: “Nicht mitzuhassen. Mitzulieben bin ich da.” Non rispondere all’odio con l’odio, ma con la fratellanza. In altre parole: non sono nato per condividere l’odio, ma l’amore. Da questa espressione tratta dalla tragedia Antigone di Sofocle, un messaggio anche per noi e per chi marcia per la Siria: non fraintendiamo. Non possiamo agire in nome della fraternità dimenticando i crimini e i loro autori, non c’è fraternità senza giustizia, non c’è fraternità praticando equidistanza tra vittima e oppressore. Per dichiararsi per questo, bisogna prendere posizione, isolare il prepotente che schiaccia gli umani in nome dell’ordine. L’ Antigone di Sofocle contiene un tema trasgressivo, se non addirittura sovversivo: il tema della dissidenza civile, della sfida all’ autorità costituita. Lei, Antigone, vuol dare sepoltura al fratello Polinice, morto combattendo contro Tebe. Il sovrano di Tebe, Creonte, dice di no. Se la marcia dovesse arrivare ad Aleppo in nome di un presunto amore neutrale e incolore, potrebbe anche arrivare a legittimare il nuovo ordine stabilito dopo le presa della città da parte del regime siriano e dei suoi protettori. Passando sopra i cadaveri di migliaia di giovani e vecchi che avevano tentato di ribellarsi in nome della dignità e della libertà.

Non è assolutamente questo che la Civil March for Aleppo si auspica. L’auspicio, però, è una cosa, la parola e l’atto un’altra.

 

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2 Risposte a “Il cammino difficile della Civil March”

  1. Alessandra
    7 gennaio 2017 at 01:54 #

    Credo che non si debba prendere alcuna posizione se non quella con cui la marcia era partita: non ci stiamo a rimanere indifferenti e inerti mentre un popolo viene massacrato.

  2. vania
    7 gennaio 2017 at 13:58 #

    Come è difficile fare le cose senza un motivo, solo per farle e restare loro fedeli per tutto il tempo e come sarebbe bello che lungo la marcia ognuno di noi facesse qualche passo sul cammino; si va in guerra si va dove i diritti elementari sono negati e si va in guerra a piedi, per dire che siamo esseri umani, siamo soprattuttto animali, con bisogni primari da soddisfare e che è possibile farlo, fare in modo che ognuno abbia i bisogni garantiti, soddisfatti; almeno i 7 comuni agli animali e agli animali umani:cibo, un riparo, acqua, salute e istruzione, possibilità di esprimersi, quindi comunicare e infine il bisogno di potersi spostare liberamente come gli altri animali
    fare le cose senza un motivo, solo perchè vanno fatte…

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