Basta carbone! O sarà la fine

Lo sapevate che i fulmini uccidono 24 mila persone l’anno? E che entro la fine del secolo un terzo della Polinesia sembra destinato a scomparire? La certosina selezione di notizie raccolte da Alberto Castagnola mostra l’effetto dei cambiamenti climatici e le molte altre conseguenze del comportamento irresponsabile dei governi del mondo e delle culture che fingono di non conoscere i limiti delle possibilità di saccheggio e avvelenamento del pianeta. Tra le primissime priorità di un’inversione della rotta che non può attendere oltre, nel modo più assoluto, c’è quella di lasciare il carbone sotto terra. Potrebbe essere il primo obiettivo da raggiungere per un grande movimento dal basso

a cura di Alberto Castagnola

La raccolta di notizie che segue è forse un po’ più impegnativa del solito: alla moltiplicazione di eventi estremi che si susseguono ad un ritmo incalzante, si aggiungono alcune descrizioni più organiche, senza termini troppo specialistici, o comunque difficili da valutare in profondità per lettori comuni, ma che non riescono certo a nascondere la gravità e le dimensioni dei fenomeni descritti. La situazione della Polinesia, la regione più minacciata dall’innalzamento del livello dei mari, ormai da tempo in atto; le ragioni economiche profonde che hanno portato alla fusione due grandi multinazionali che incidono sulle produzioni alimentari mondiali; l’aumento delle tensioni tra India e Pakistan a causa dell’utilizzo in comune delle acque dei grandi fiumi del continente indiano; l’inquinamento crescente dell’aria che respiriamo. Fenomeni apparentemente diversi e lontani tra loro e che invece sono parte integrante dei meccanismi all’origine del cambiamento del clima su tutto il pianeta Terra. E, mentre scriviamo, il dolore di constatare che la prima Conferenza delle Parti dopo quella di Parigi, la COP 22 dell’Onu tenutasi un mese  fa in Marocco, non sembra abbia prodotto quegli interventi sostanziosi, mirati e decisivi di cui c’è un bisogno sempre più urgente.

Clima ed eventi estremi

  1. Tifoni. Almeno 18 persone sono morte nel passaggio del tifone Meranti nel sudest della Cina e altre undici risultano disperse. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. In precedenza il tifone aveva causato la morte di due persone a Taiwan. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag. 104).
  2. Siccità. Secondo le Nazioni Unite, in Somalia più di 300mila bambini di meno di 5 anni hanno bisogno di aiuti alimentari urgenti a causa della siccità che ha colpito il nord del paese. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag. 104)
  3. Alluvioni. Alcuni quartieri di Niamey, la capitale del Niger, sono rimasti allagati a causa dello straripamento del fiume Niger. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag.104)
  4. Fulmini. Sono lunghi fino a 20 chilometri, larghi 10 centimetri, uccidono fino a 24mila persone all’anno, otto su dieci maschi, ogni anno ne feriscono 240mila. In Italia i morti sono intorno a 12 l’anno, e i fulmini circa un milione e 600mila. (…) Per via del riscaldamento globale si calcola che nel 2100 cadrà un 50% di fulmini in più. In ogni caso tra il 1990 e il 2015 la rete nazionale italiana ha rilevato un aumento del 30% rispetto a quelli caduti nel periodo 1960-1990. (Il testo completo su SETTE n. 38, 23 settembre 2016, pag. 38)
  5. Gas serra. Gli Stati Uniti non sembrano pronti a rispettare gli impegni presi alla Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico riguardo alle emissioni di gas serra entro il 2025. Il paese dovrebbe ridurre del 26-28 % le sue emissioni rispetto ai livelli del 2005. Tuttavia, scrive Nature Climate Change, le politiche adottate finora porteranno probabilmente a una diminuzione inferiore. Sarebbero quindi necessarie ulteriori misure per raggiungere gli obiettivi anche negli scenari meno favorevoli. (Internazionale n.1173, 30 settembre 2016, pag. 110)
  6. Arriva la carbon tax. Il governo canadese ha intenzione di introdurre la carbon tax, una tassa sui combustibili fossili a partire dal 2018., scrive il The Globe & Mail. L’obiettivo è rispettare gli impegni presi dal Canada sottoscrivendo l’accordo sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (Co2) raggiunto alla conferenza sul clima di Parigi nel dicembre 2015. Nel 2018 la tassa sarà di dieci dollari canadesi (6,8 euro) per tonnellata di C02 ma passerà a 50 dollari canadesi nel 2022. La misura colpirà le province e i territori che non avranno presi provvedimenti per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas ad effetto serra, ha detto il presidente Justin Trudeau. (Internazionale n. 1174, 7 ottobre 2016, pag. 112)
  7. Polinesia. L’acqua spazza via il paradiso di Gauguin. Pianeta Fragile. Entro la fine di questo secolo un terzo della Polinesia potrebbe scomparire. Violenti cicloni, livelli del mare sempre più alti, temperature che si riscaldano, interi atolli quasi sommersi: i luoghi che ci hanno fatto sognare, ora rischiano di essere cancellati. Papeete. Lo scorso febbraio il più violento ciclone mai registrato nell’emisfero sud del pianeta ha devastato, nell’ordine, le isole Vanuatu, Figi, Tonga e Niue, fino a raggiungere anche le coste del Queensland, in Australia, 1750 chilometri più a est da dove era partito. Il bilancio finale di “Winston”, questo il suo nome, dopo 26 giorni di piogge e raffiche di vento furiose, con punte di 285 chilometri orari, è stato di 44 morti, 126 feriti, 40.000 case distrutte, 131mila sfollati, e danni per oltre 1,3 miliardi di euro. Nell’arcipelago più colpito, il microstato delle Figi, dove per due mesi è stato dichiarato lo stato di emergenza, circa 350mila persone (cioè il 40% della popolazione) hanno riportato perdite e danneggiamenti importanti: l’isola di Koro, con i suoi 14 villaggi, è stata quasi interamente rasa al suolo, e la stessa sorte ha subito Taveuni, la seconda isola per dimensioni, messa in ginocchio dalle piogge. Una catastrofe senza precedenti. Eppure solo un anno prima le Figi avevano schivato un altro ciclone tropicale da record, “Pam”, che aveva centrato gli atolli situati più a ovest e a nord, dalle isole Vanuatu alle Tuvalu, le Kiribati e le Salomone, fino a lambire la Nuova Caledonia . uccidendo 16 persone, costringendo ad evacuarne oltre 130mila e provocando più di 350 milioni di euro di danni. (…) Un turismo che in questo paradiso marino formato da cinque arcipelaghi, con complessivamente 118 tra isole vulcaniche e atolli, è legato fortemente alla qualità dei litorali, delle lagune, e delle barriere coralline. Un ecosistema tanto delicato quanto unico al mondo, con quasi 13mila chilometri quadrati di barriere coralline e 176 tipi di coralli, 1024 specie di pesci e 1160 di molluschi, e cinque delle sette varietà di tartarughe marine esistenti. E’ questa biodiversità senza uguali ad attrarre ogni anno in Polinesia più di 180mila turisti, ottomila dei quali italiani, che non si lasciano scoraggiare dalle oltre 24 ore di volo pur di venire a immergersi in queste acque cristalline. Eppure anche a queste latitudini il turismo oggi soffre: 15 anni fa a Tahiti si sfioravano le 260mila presenze. (…) E le acque del Pacifico purtroppo si stanno alzando, anche se non con la stessa velocità degli scenari più catastrofici delineati dagli scienziati. I mareografi di Tahiti, per fare un esempio, solo nell’arco del trentennio 1975-2005 hanno registrato un aumento del livello del mare di 7,5 centimetri. Ma a partire dal 1993 le acque della Polinesia hanno cominciato a salire 3 o 4 volte di più che non nel resto del pianeta, a causa della dilatazione termica degli oceani che si riscaldano, e dello scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Con questo ritmo, l’aspettativa è che entro la fine del secolo il livello del mare si alzi di altri 40 centimetri (anche se c’è chi parla di 70 centimetri.  Il problema però è che contemporaneamente , per la loro stessa natura vulcanica, queste isole del pacifico tendono a sprofondare progressivamente.  Un doppio processo che potrebbe avere conseguenze nefaste già nel giro di qualche decennio. E’ il caso delle Tuamotu, un arcipelago formato da 77 piccoli atolli, più un isolotto, a un’ora e mezzo di volo da Tahiti. Un insieme di tante strisce di sabbia, spesso larghe poche centinaia di metri e appena al di sopra del livello del mare, che ospita il grosso delle coltivazioni di perle della Polinesia: un settore che rappresenta  la seconda industria del paese e contribuisce a quasi il 70% delle esportazioni, dando da lavorare a 5000 persone. (…)  Anche perché non c’è solo il problema del mare che si alza, modificando l’ecosistema delle barriere coralline ed erodendo i litorali. L’aumento delle temperature può fare danni anche peggiori, con l’alterazione di tutti i cicli riproduttivi e la proliferazione di alghe invasive e  malattie, la riduzione del tasso di ossigeno e l’acidificazione delle acque, la moria di coralli e ostriche  e la degradazione di intere lagune. Nelle vicine isole Cook, ad esempio, all’inizio degli anni 2000 è bastata una ondata di caldo eccezionale per portare al collasso il settore perlifero. Oltretutto, per effetto delle vaste masse oceaniche, questo angolo del pacifico si è surriscaldato negli ultimi decenni ad un ritmo che non nel resto del pianeta. Cos’ che mentre nel corso del Novecento la temperatura media mondiale si è alzata  di 0,76 ° centigradi, a Tahiti solo nella seconda metà del secolo scorso l’incremento ha sfiorato l’1,8° centigradi. Ed entro il 2100 la previsione è che aumenti di altri 3° centigradi, con variazioni più contenute alle latitudini più alte, vicine all’Equatore. (…) (Il testo integrale su SETTE n.40, 7 ottobre  2016, pag. 66- 69)

Foreste e incendi, miniere e suolo

1.         Incendi. Un incendio ha distrutto 19mila ettari di vegetazione nella foresta amazzonica peruviana. (Internazionale n. 1173, 30 settembre 2016, pag. 110)

2.         Miniere. La miniera che avvelena. Zambia. (…) Un oscuro giudice di Kabwe ha infatti condannato la svizzera Glencore, tra le Ftse 100 della Borsa di Londra, a pagare 400mila kwacha zambiani al vedovo di una nota politica che a 57 anni, sofferente d’asma, è morta una mattina di tre anni fa, per un attacco di cuore, dopo essere andata a visitare la “famigerata” miniera di rame con annessa fonderia della città di Mufulira. Le emissioni di anidride solforosa dell’impianto di Mopani della Glencore, sono, secondo la corte, la causa diretta della sua scomparsa. “Mopani è una propaggine dell’inferno” dicevano da tempo le ong impegnate sul territorio. Un’inchiesta della Tv svizzera Srf-Rundschau- aveva sostenuto che mentre in tutta la confederazione vengono emesse 12mila tonnellate di anidride solforosa, solo da Mopani ne escono 100mila, per 250-780 microgrammi per metro cubo d’aria, contro i 20 fissati come limite massimo dalla OMS (…) (Il testo integrale su SETTE n.39, 30 settembre 2016, pag. 54)

3.    Incendi. Un incendio ha distrutto più di un milione di ettari di foresta nella regione russa della Siberia. (Internazionale n. 1174, 7 ottobre 2016, pag.106)

Perdita di biodiversità

  1. La Norvegia ha autorizzato l’abbattimento di 47 lupi, circa il 70% della popolazione totale del paese, per proteggere gli allevamenti. La misura è stata duramente contestata dal Wwf. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag. 104).
  2. I grandi animali marini, come squali, tonni e balene, hanno più probabilità di estinguersi rispetto agli organismi più piccoli. L’effetto è dovuto alla pesca, che colpisce soprattutto le creature di dimensioni maggiori, scrive Science. Nelle grandi estinzioni precedenti gli organismi più minacciati erano invece quelli di piccole dimensioni. La scomparsa degli animali più grandi potrebbe alterare l’ecosistema marino in modo più profondo rispetto alle estinzioni precedenti. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag.104)
  3. Mucche. C’erano una volta tante mucche diverse…Questa varietà garantiva la biodiversità del territorio. Quando si parla di animali in via di estinzione, d’istinto il pensiero va ai gorilla, ai leopardi delle nevi. O agli elefanti africani o di Sumatra, cacciati dai bracconieri per le loro zanne o minacciati dalla deforestazione. Insomma, a specie per lo più lontane dal nostro quotidiano, in pericolo a causa della dissennata avidità dell’uomo. Nessuno pensa a una mucca. O a un maiale. Eppure, l’alterazione degli ecosistemi è un dato che ci tocca molto più da vicino di quanto siamo abituati a credere. E la salvaguardia delle razze locali è un tema di così grande rilievo da essere oggetto di attenzione da parte della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione,, che ha pubblicato nel 2015 il secondo “Rapporto sullo stato delle risorse genetiche animali del mondo per l’alimentazione e l’agricoltura: secondo quest’analisi, condotta su 129 paese, circa il 17% (1458) delle razze di animali domestici è a rischio di estinzione, mentre sullo stato di rischio di molte altre (58%) semplicemente non si sa molto a causa della mancanza di dati sulla loro struttura demografica e genetica. Tra il 2000 e il 2014, inoltre, si sono estinte quasi 100 razze di bestiame. L’Europa, incluso il Caucaso, registra in termini assoluti il maggior numero di razze a rischio. E’ quindi evidente l’importanza della salvaguardia e dell’uso sostenibile delle risorse genetiche animali di interesse zootecnico, (bovini, suini, equini, ovicaprini), un problema del quale si occupa il Dipartimento di medicina veterinaria (Dimevet) dell’Università degli Studi di Milano.(…). “L’Europa, e l’Italia in particolare, hanno una diversità di agrosistemi molto elevata –  dalle Alpi alla Maremma e fino al Tavoliere – il che garantisce, o meglio garantiva, una varietà originale di razze variatissima. Con l’industrializzazione dell’agricoltura, avviata a partire dal secondo dopoguerra, un numero limitato di razze ha preso il sopravvento e si è avviato un forte processo di erosione della diversità razziale originaria. Molte razze si sono estinte e continuamente si estinguono perché non competono economicamente con altre fortemente selezionate e commercializzate per ottenere produzioni elevate. Questo sistema ha promosso in Italia solo tre o quattro razze bovine sulle trenta esistenti in origine. Per esempio, nei bovini da latte, la Frisona si è diffusa in tutto il mondo per l’elevata capacità produttiva –cento quintali di latte in un anno – e ha soppiantato le razze locali portandole a elevato rischio di estinzione.”, dice Gardini, professore di genetica alla facoltà di Medicina Veterinaria di Milano, “ Il nostro interesse principale è salvare la biodiversità zootecnica. Arrestare processi di erosione così forti è molto difficile, ma è possibile mettervi per lo meno un freno”. (…) Le razze non sono entità zoologiche astratte ma modellate dall’uomo per venire incontro alle sue necessità. Sono diverse dalle specie selvatiche. Se le congeliamo, blocchiamo il loro continuo processo di adattamento. In più, alcune di queste sono elementi chiave per mantenere agrosistemi con elevato valore di biodiversità e paesaggistico. Pensiamo ai pascoli alpini, un mosaico di praterie, boschi, zone intermedie, ricche di biodiversità selvatica di flora e fauna. In frigo tutto questo si perde”. Queste razze hanno un valore socio-economico elevato perché permettono all’uomo di vivere e produrre in zone difficili. Senza contare l’aspetto culturale: le razze che si sono coevolute con la società umana diventano punti di riferimento per una rete che comprende paesaggio, natura e cultura. Per non parlare dei prodotti locali originati da questi animali, che producono carne e latte in misura quantitativamente inferiore alle razze commerciali ma qualitativamente superiori: prodotti che sono espressione di agro-sistemi e culture necessari per farli.(…). (Il testo integrale è su SETTE n.38, 23 settembre 2016, pag. 84-86)
  4. Gli asini non si vendono. La domanda dei cinesi ha spinto tutti a cederli, restando a piedi. Ora il divieto. In fondo è la solita storia: che siano agnelli o vitelli, per il lupo non fa differenza. Se non fosse che, in questa storia, le vittime del predatore in questione,- l’onnivoro mercato cinese -, sono davvero inconsuete: gli asini. Gli ultimi dati sono tanto clamorosi quanto inequivocabili: in Burkina Faso, i somarelli venduti alla Cina nel primo quadrimestre del 2016 sono stati 18mila, contro i mille dello stesso periodo un anno prima; in Niger, poi, si parla di numeri enormi: 80mila esemplari messi sulle navi destinazione Shangai contro i 27mila del 2015. La ragione è presto detta: sta nei “poteri” attribuiti dalla medicina tradizionale alla gelatina – chiamata ejiao –  ottenuta mettendo a bollire la pelle dell’asino. Secondo antiche ( e ovviamente assai poco fondate) credenze, questa sostanza (trasformata anche in snack) servirebbe indistintamente contro la tosse o l’insonnia, e comunque aiuterebbe a “rivitalizzare” il sangue e, in generale, a dare tanta energie. Solo che cotanta potenza, unita alla ricchezza sempre crescente  della cosiddetta classe media cinese, non poteva che portare a un solo risultato: la decimazione della popolazione degli asini in Cina, dimezzati in due decenni. (…) Il prezzo di un asino, in Niger, è passato da 30 a 130 euro. Così è partita la (s)vendita. Che però ha assunto ben presto contorni da estinzione : in Kenya è stata aperta una mega macelleria, in Sudafrica si sono registrati furti d’asini ovunque. E allora i governi del Niger e del Burkina Faso sono corsi ai ripari: divieto di export e anche di macellazione (non si sa mai che si aggiri così la regola). Per ora il problema è tamponato.(…) (SETTE n.38, 23 settembre 2016, pag. 64)

5.    Elefanti. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), oggi in Africa vivono 415mila elefanti, contro i 526mila di dieci anni fa. Il declino è dovuto principalmente al bracconaggio. (Internazionale n.1173, 30 settembre 2016, pag. 110)

6.    Uccelli. Il governo neozelandese ha annunciato un piano per proteggere il kiwi, uccello simbolo del paese, controllando i predatori e ripristinando il suo habitat. Negli anni la popolazione è scesa da alcuni milioni di esemplari a 68mila. (Internazionale n.1174, 7 ottobre 2016, pag,106)

7.     Insetti. Sette  specie di api originarie delle Hawaii, negli Stati Uniti, sono a rischio di estinzione a causa della perdita di habitat, degli incendi dell’introduzione di insetti e piante non autoctone. (Internazionale n.1174, 7 ottobre 2016, pag.106)

Salute umana

  1. Le manovre dello zucchero. Nel 1967 il New England Journal of Medicine pubblicò uno studio che riconosceva  nei grassi saturi, e non negli zuccheri, il principale nemico del cuore. Negli stessi anni alcune ricerche indicavano invece che il consumo di zuccheri aggiunti era un importante fattore di rischio cardiovascolare. Oggi, 319 documenti passati al setaccio dai ricercatori dell’Università  della California a San Francisco rivelano che in realtà i tre autori dello studio ricevettero 50mila dollari da quella che poi sarebbe diventata la Sugar Association. Con retribuzioni non trasparenti, denuncia Jama Internal of Medicine, la lobby dello zucchero condizionò per anni il dibattito sul tema, ritardando la comprensione degli effetti di una dieta ricca di zuccheri sulle malattie coronariche. (Internazionale n.1172, 23 settembre 2016, pag. 103) .
  2. Nella polvere di casa. Environmental Science & Technology, Stati Uniti. La polvere di casa contiene molte sostanze chimiche, che in qualche caso potrebbero essere dannose per la salute delle persone più vulnerabili, come i bambini. Per provare a fare il punto della situazione, un gruppo di ricercatori ha raccolto tutte le ricerche precedenti sulle sostanze chimiche che si possono trovare in un tipico appartamento di un paese sviluppato come gli Stati Uniti. Sono stati analizzati anche ambienti come scuole e uffici. E’ emerso che nella polvere sono composti chimici come ftalati, fenoli, ritardanti di fiamma, profumi sintetici e sostanze perfluoroalchiliche. I composti derivano dai detersivi e dai prodotti per la pulizia, ma anche dalle vernici usate in casa e sui mobili, e dagli altri prodotti per l’edilizia. Anche gli apparecchi elettrici e informatici sono una fonte di sostanze chimiche. Tutte queste sostanze, se ingerite, inalate o comunque assorbite, possono presentare un rischio per la salute. Per esempio, potrebbero aumentare il rischio di cancro , di malattie del sistema immunitario, riproduttivo ed endocrino e di problemi dello sviluppo. L’esposizione a queste sostanze è quasi permanente , poiché nei paesi sviluppati le persone trascorrono molte ore al chiuso. Resta, però, da chiarire se le quantità presenti siano effettivamente dannose. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag. 103)
  3. La capitale più inquinata. L’inverno si avvicina e Ulan Bator, la capitale più fredda del mondo, dove le temperature arrivano a 35 gradi sotto lo zero, si prepara a sei mesi di gelo. Ma oltre alla neve, l’inverno porterà una coltre densa di polveri sottili sulla città, una delle più inquinate del mondo con una concentrazione di pm 2,5 che supera anche di duecento volte il livello di guardia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. A Ulan Bator il problema si presenta soprattutto d’inverno. Mentre a Pechino e a New Delhi l’inquinamento è un misto di emissioni industriali e urbane, nella capitale mongola l’80% della quantità media di particolato deriva dalle decine di migliaia di stufe a carbone usate nelle ger (iurte), le tende dei nomadi che si sono stabiliti in città. Nei quartieri di ger vivono 800mila persone, il 60% degli abitanti della capitale, e si calcola che ogni anno arrivino dalle zone rurali 50mila nuovi immigrati in più. L’impatto sanitario dell’inquinamento dell’aria è pesante. Il 10% della mortalità in città è attribuita alle polveri sottili. I tentativi fatti finora per migliorare le cose sono falliti, scrive The Diplomat. (Internazionale n.1172, 23 settembre 2016, pag. 32).
  4. La salute del mondo. Il mega studio realizzato da 700 scienziati. L’Italia è al ventesimo posto, tra i punti dolenti la qualità dell’aria e i troppi bimbi in sovrappeso. (…) Da uno studio che è già una pietra miliare nella storia della medicina (Global Burden of Disease)  pubblicato tre giorni fa da Lancet, e che da qualche anno fotografa lo stato di salute del mondo. (…) (Il testo completo, con quadro grafico di sintesi , è su Corriere della Sera, 27 settembre 2016, pag. 21)

5.    Stop al Triclosan. Togliere l’antibatterico pericoloso da dentifrici e saponi intimi. La bocciatura americana. Sotto accusa da tempo per la sua pericolosità , finalmente il triclosan è stato messo al bando negli Stati Uniti. Qualche giorno fa la FDA (Food and Drugs Authority) ha annunciato un cambio di regolamento che mette fuori mercato 19 principi attivi , tra cui l’antibatterico ancora oggi molto usato in saponi, detergenti e altri cosmetici per l’igiene della persona. “I consumatori possono pensare che gli anti batterici siano più efficaci nel prevenire la diffusione di germi, ma non abbiamo prove scientifiche che siano meglio di acqua e sapone semplice”, ha detto Janet Voodcock, direttore del Centro della FDA Drug and Evaluation and  Research (Cder). E ha aggiunto: ”in effetti, alcuni dati suggeriscono che possano fare più male che bene a lungo termine”. L’Europa non sottovaluti i pericoli. Di fronte a questa affermazione, indubbiamente allarmante, sarebbe il caso che anche l’Europa prendesse le opportune misure di precauzione. Questa sostanza attualmente non è vietata in Europa, nonostante venga considerata un potenziale interferente endocrino (ha struttura molecolare e formula chimica simili a quelle della diossina). L’altro rischio è di favorire lo sviluppo di antibiotico resistenza. L’uso prolungato e continuo di questi prodotti può, infatti, alterare  la normale flora batterica cutanea, favorendo la crescita di batteri potenzialmente nocivi e resistenti ai farmaci. Un pericolo che in alcuni cosmetici, come i dentifrici e i saponi per l’igiene intima è particolarmente grave. Onnipresente in cosmetica. Il triclosan si è diffuso negli anni ’60 per combattere e prevenire le infezioni negli ospedali, ma poi è stato inserito tra gli ingredienti di molti cosmetici per l’igiene quotidiana delle persone. Da allora però non è stata ancora dimostrata scientificamente la sicurezza a lungo termine di un uso giornaliero di questa sostanza, né ci sono prove che i saponi che contengono il triclosan siano così efficaci, soprattutto perché questi prodotti vengono subito risciacquati  e non c’è il tempo materiale  affinché si sviluppi una vera attività antibatterica. Un nuovo caso glifosato. Come nel caso dell’ormai famoso pesticida utilizzato in modo massiccio nei campi di grano prima della raccolta (per avere una resa maggiore) anche il triclosan può causare gravi all’ambiente legati a una larghissima produzione che ha portato a trovarne traccia anche nei nostri mari. Infatti, dal 2003, l’EPA danese lo ha definito inutile e altamente dannoso per l’ambiente e ne ha regolato l’utilizzo come pesticida.  Appello alle aziende. Per tutti questi motivi, il Test-Salvagente chiede ai produttori di detergenti intimi e di dentifrici di rinunciare ad un antibatterico probabilmente inutile e sospettato di essere pericoloso per la salute di grandi e piccoli consumatori. Le aziende a cui chiediamo di dare, al più presto, una risposta sono quelle che prevedono nelle loro formulazioni il triclosan. Per i dentifrici: Colgate-Palmolive Company, Conad Coop, Farmaceutici Dottor Ciccarelli (Pasta del Capitano), Mirato (Benefit). Per i saponi intimi: L. Manetti ha Roberts & C. (Chilly, Intimo Roberts), SO.DI.CO, s.r.l (Dermasensitive), Selex, Conad, Auchan.  (Change.org, 27 settembre 2016, pag. 1-3)

6.    Il fumo che uccide. Indonesia, Sumatra. Uno studio pubblicato dall’Università di Harvard e dalla Columbia University  ha rivelato le gravi conseguenze sanitarie degli incendi che hanno colpito l’Indonesia nel 2015. Secondo gli esperti, i roghi appiccati per preparare il terreno da coltivare hanno causato la morte prematura di 91.600 persone in Indonesia, 6500 in Malesia e 2200 a Singapore, scrive Asia Unbound. I decessi sono stati procurati dall’inalazione di particolato fine. Gli incendi, aggravati dalla siccità legata a El Nino, hanno distrutto quattromila ettari e causato una perdita di 30 miliardi di dollari per lo Stato. (Internazionale n.1173, 30 settembre  2016, pag.35)

7.    Il tessuto che intrappola polveri sottili e smog. Negli spazi chiusi come all’aperto, siamo bombardati da agenti inquinanti. All’Università Politecnica delle Marche hanno elaborato dei pannelli capaci di assorbirli riducendo la concentrazione di batteri. Il campanello d’allarme è ormai suonato da tempo, ma i dati rilasciati nel 2015 dall’Organizzazione Sanitaria Mondiale sono ancora alquanto preoccupanti. Si stima infatti intorno ai 4,4 milioni il numero delle persone morte ogni anno a causa dell’esposizione ad ambienti chiusi inquinati. Polveri sottili, smog ed emissioni industriali, ma anche residui chimici di detersivi, saponi e profumi; tutto questo fa parte dell’aria che respiriamo non solo per strada ma anche a casa, a scuola o in ufficio, il più delle volte senza rendercene conto. Ossidi di azoto, di carbonio e di zolfo, benzene ed idrocarburi aromatici, ma anche composti organici volatili, formaldeide e fumo di tabacco contribuiscono a creare la miscela (quasi esplosiva) di un cocktail da togliere letteralmente il fiato. E se la soluzione dovesse arrivare da un semplice pannello ad alta efficienza e a impatto zero, da appendere alle pareti come un quadro, realizzato con un tessuto in grado di purificare l’aria che respiriamo, al chiuso come all’aperto? (…) (Il testo completo su SETTE n. 39, 30 settembre 2016, pag. 82-84)

8.    Obesità. I chili di troppo pesano sul cuore dei bambini. Ingrassare da piccoli danneggia il cuore più rapidamente di quanto ci si aspetterebbe. Per una ricerca dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma presentata al Congresso della Società europea di cardiologia (Esc), bastano 12 mesi perché il muscolo cardiaco subisca le conseguenze dei chili di troppo. L’indagine ha preso in esami 155 bambini tra due e sei anni, divenuti in sovrappeso o obesi nell’anno precedente. L’ecocardiogramma e altri esami hanno scoperto che tanto era bastato per generare anomali del ventricolo sinistro, risultante più grande del dovuto, e depositi di grasso intorno al cuore. Un’altra ricerca, in Germania, ha trovato che un indice di massa corporea elevato fa aumentare la pressione e altera il metabolismo dei lipidi già nell’infanzia. “Questi bambini hanno gli stessi fattori di rischio per il cuore degli adulti” commenta Franco Romeo, direttore di cardiologia del Policlinico di Tor vergata. “Sono dati su cui riflettere , specie se consideriamo che l’obesità infantile è cresciuta del 300% negli ultimi trenta anni”. (Io Donna, 1ottobre 2016, pag.228)

9.     Taranto, ricorso contro il decreto Ilva. (…) Dopo la diffusione dei nuovi dati sulla mortalità causata dall’inquinamento: “La fabbrica –ha detto il governatore Emiliano- va fermata o rallentata per diminuire al minimo i danni prodotti”. Lo studio sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia o morte a Taranto è stato realizzato con la collaborazione del Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Taranto, Arpa Puglia e Ares Puglia, nell’ambito delle attività del Centro salute e ambiente pugliese. Sono state prese in considerazione 321.356 persone residenti tra il primo gennaio 1998 e il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte. Tutti i soggetti sono stati seguiti fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione. L’esposizione individuale è stata ricostruita  a partire dal 1965 (anno di avvio dell’impianto)  al 2014,integrando i risultati del modello di dispersione con i dati effettivi della produttività dell’Ilva, i dati quinquennali di emissioni dall’impianto (da fonte Ispra) e la storia residenziali individuale. Gli inquinanti scelti come traccianti sono stati il Pm10 (polveri sottili) e S02 (anidride solforosa9. Entrambi sono  responsabili di nuovi casi di tumore al polmone: +29%  il Pm10 e +42% l’SO2. L’esposizione alle polveri industriali è responsabile del 4% in più di mortalità. L’aumento di per tumore polmonare è del 5%, mentre la percentuale sale al 10% per infarto del miocardio. Quanto alla mortalità per effetto dell’anidride solforosa, si registra un aumento del 9%: in particolare +17%  per tumore polmonare, +29% per infarto del miocardio. Un aumento di rischio si è osservato anche per le malattie dell’apparato renale. Tra i bambini di età compresa tra 0 e 14 anni residenti a Taranto si sono osservati eccessi importanti per le patologie respiratorie, in particolare tra quelli residenti al rione tamburi si osserva un eccesso di ricoveri pari al 24%; eccesso che sale al 26% tra quelli residenti al quartiere Paolo VI. Osservati eccessi per malattie neurologiche, cardiache, infezioni respiratorie, malattie dell’apparato digerente e malattie renali. Anche le gravidanze con esito abortivo sono associate alla esposizione a SO2. Per lo studio, inoltre, lo stato socioeconomico e i fattori di rischio individuali,  come il fumo di sigarette e l’alcol non sono responsabili dei risultati riscontrati. All’andamento produttivo e quindi alla variazione delle emissioni , ha corrisposto un effetto sui livelli di inquinamento in prossimità dell’impianto e nei quartieri limitrofi. L’andamento della mortalità ha seguito in modo speculare l’andamento della produttività  e l’inquinamento nei quartieri limitrofi. L’indagine conferma i risultati degli studi precedenti e “depone in favore dell’esistenza di una relazione di causa- effetto tra emissioni industriali e  danno sanitario nell’area di Taranto”. La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare “la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale”. (Il Manifesto, 4 ottobre 2016, pag. 4)

10.  L’inquinamento dell’aria ci sottrae fino a tre anni di vita. Anche in campagna. Sono stati presentati a settembre , dopo tre anni di studi, i risultati del progetto Med Hiss (Mediterranean Health InterwiewSurveys Studies), coordinato dall’Arpa Piemonte. Si tratta di una indagine epidemiologica inedita condotta per calcolare gli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico sulla salute in quattro paesi del Mediterraneo, (Italia, Francia, Slovenia e Spagna). Una vasta letteratura scientifica ha già dimostrato la relazione tra esposizione a breve termine all’inquinamento dell’aria (polveri da combustioni industriali e traffico automobilistico) e la mortalità per malattie cardiovascolari, respiratorie e per il cancro al polmone. Un recentissimo rapporto dell’OMS del resto conferma che “ il 92% della popolazione mondiale vive in luoghi dove i livelli della qualità dell’aria non rispettano i limiti fissati dall’OMS”, (in Europa nessuna area geografica è messa peggio della pianura padana).  Poche ricerche epidemiologiche però si sono soffermate sui danni alla salute causati da esposizioni di lungo periodo s livelli elevati di inquinamento, com’è il caso della popolazione di Taranto che per anni ha respirato i veleni del complesso industriale dell’Ilva. Il progetto Med Hiss, inoltre, non si è concentrato unicamente sulla popolazione concentrata nelle grandi città, ma ha allargato le sue ricerche in aree molto più vaste coinvolgendo anche gli abitanti delle zone rurali, che ,in teoria, dovrebbero essere investite meno direttamente dagli inquinanti atmosferici. Sono stati incrociati  dati sulla dispersione delle polveri sottili, sulla mortalità, sull’insorgenza di alcune patologie, sui ricoveri ospedalieri e sulla storia clinica degli individui presi in esame. I risultati sono sconfortanti su tutto il territorio europeo. Per restare in Italia, come ha sintetizzato Ennio Cadum, responsabile di epidemiologia ambientale dell’Arpa Piemonte, nel 2010i decessi attribuiti all’esposizione di Pm 2,5sono stati 33.533. Un numero molto elevato, circa il 7% sul totale dei morti registrati in Italia (secondo l’OMS nel mondo circa tre milioni di decessi sono riconducibili all0inquinamento da aria esterna, e 6,5 milioni all’inquinamento da aria indoor). In Italia sono morte 20.221 persone al nord, 6344 al centro e 6968 al sud. Nelle aree urbane 18.977 persone, nelle zone rurali 14.556. Da qui si evince anche una riduzione sostanziale della speranza di vita: per la popolazione italiana si parla di una media di 9,2 mesi persi. Un dato che pero è disomogeneo per aree geografiche: al nord l’aspettativa di vita si riduce di 11,6 mesi, al centro di 8 mesi e al sud di 5,3. Gli abitanti delle aree urbane perdono un anno e mezzo di esistenza, 9 mesi invece chi abita in campagna o in aree distanti dalle grandi città. L’esposizione agli inquinanti dell’aria sarebbe più dannosa per le donne, la cui aspettativa di vita diminuisce di 10 mesi (8,5 per gli uomini). Il calo dell’aspettativa di vita su base nazionale però nasconde il dato allarmante sulla popolazione che abita le aree urbane. Esemplare il caso del Piemonte e di Torino: se a livello regionale un piemontese soffocato dagli inquinanti vive 9,6 mesi in meno, l’aspettativa di vita di un torinese si riduce di 24,7 mesi. Circa due anni e mezzo. Un rimedio ci sarebbe. Sistemi di trasporto più efficienti, migliore gestione dei rifiuti, utilizzo di combustibili “puliti” in tutte le abitazioni., potenziamento delle energie rinnovabili e riduzione delle emissioni industriali. Una grandissima opera che non sembra essere all’ordine del giorno di questo governo. (Il Manifesto, 4 ottobre 2016, pag.4)

Economia e ambiente

  1. Dal 2017 il governo svedese ridurrà l’Iva sulla riparazione di oggetti come gli elettrodomestici, le scarpe, le biciclette e i vestiti dal 25 al 12%. L’obiettivo della misura è incoraggiare le persone a non buttare via subito i prodotti più usati nella vita di ogni giorno. In questo modo, inoltre, si spera di creare opportunità di lavoro per chi non ha un livello di specializzazione elevato. (Internazionale n. 1172, 23 settembre 2016, pag. 109)
  2. Differenziata più chiara. Lampadine, confezioni di patatine, bicchieri da caffè monouso: la maggior parte delle persone non sa dove buttarli. La Viridor, un’azienda che si occupa di raccolta differenziata nel Regno Unito, ha intervistato on line 1500 britannici e ha scoperto che il 63% delle persone è confuso perché ogni amministrazione locale usa colori diversi per i raccoglitori della differenziata, il 43% non sa in quale giorno si raccoglie un determinato  tipo di rifiuto e il 73% vorrebbe maggiore trasparenza sulla destinazione della spazzatura. In generale, c’è una scarsa fiducia nelle capacità gestionali delle autorità. Le persone, scrive il Guardian, vorrebbero riciclare di più, ma chiedono un sistema di raccolta migliore e più chiaro. Spesso mancano le informazioni su quello che si può riciclare. Per esempio, il 56% delle persone non sa se la pellicola di plastica  è riciclabile  e il 52 si chiede come riciclare il telefono cellulare. Il risultato è la contaminazione della raccolta differenziata: basta un rifiuto messo nel bidone sbagliato per costringere a una nuova selezione di tutto il contenuto, con un forte aumento dei costi. (…) (Internazionale n.1172, 23 settembre 2016, pag.104)
  3. Colossi modificati. The Wall Street Journal, Usa. L’acquisto della Monsanto da parte della Bayer è il segnale di una crisi del dominio degli ogm nell’agricoltura statunitense. L’ondata di fusioni miliardarie avvenute recentemente nel settore agricolo nasconde un cambiamento nell’agricoltura degli Stati Uniti, dove il dominio delle colture geneticamente modificate è in crisi. Da quando sono state introdotte nelle aziende agricole statunitensi vent’anni fa, le sementi geneticamente modificate sono diventate colme i cellulari: fanno mille cose e sono onnipresenti. Gli scienziati hanno introdotto geni che consentono alle colture di respingere gli insetti, di sopravvivere a potenti erbicidi, o a una minore irrigazione e di produrre oli con pochi grassi saturi, spazzando via i tradizionali metodi di coltivazione. Secondo le stime del dipartimento dell’agricoltura statunitense (USDA), quest’anno il 94% delle coltivazioni di soia e il 92% di quelle di mais provengono da semi geneticamente modificati. Oggi, però, per gli agricoltori è sempre più difficile giustificare i costi crescenti degli organismi geneticamente modificati (ogm) a fronte dei margini di guadagno sempre più miseri. La spesa per le sementi è quasi quadruplicata dal 1996, quando la Monsanto diventò la prima azienda a lanciare le varietà modificate. Negli ultimi tre anni, invece, i prezzi dei principali prodotti agricoli sono diminuiti, e nel 2016 molti agricoltori hanno cominciato a perdere soldi. L’uso della biotecnologia in agricoltura ha mostrato anche altri limiti. Alcune erbe infestanti, per esempio, stanno sviluppando una resistenza ai pesticidi, costringendo gli agricoltori a spendere di più per una gamma più ampia di prodotti chimici. Alcuni di loro stanno tornando alle sementi tradizionali, visto che quelle modificate rendono sempre meno. (…) La fine del boom. I gruppi del settore agrochimico stanno cercando di abbattere i costi e sfruttare economie di scala per affrontare la diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli, che ha costretto i produttori di sementi, sostanze chimiche per le colture e macchine agricole a ristrutturazioni e a tagli al personale. “Il boom è finito”, hanno decretato gli analisti della Sanford C. Berstein in uno studio pubblicato nel 2015, mentre le mietitrebbiatrici attraversavano i campi del Midwest assicurando un altro raccolto record dopo due annate eccezionali consecutive. Dopo una serie di raccolti molto abbondanti, i prezzi delle due principali colture statunitensi sono crollati. Secondo l’Usda, gli agricoltori statunitensi quest’anno guadagneranno complessivamente 9,2 miliardi di dollari in meno rispetto al 2015 e il 42% in meno rispetto al 2013. In base alle previsioni dell’Usda, i prezzi del mais, della soia e del grano resteranno molto bassi nel prossimo decennio. Bernstein prevede che le aziende produttrici di sementi avranno grosse difficoltà a imporre aumenti di prezzo superiori all’inflazione nei prossimi tre-cinque anni. La premessa delle sementi ogm era semplice: le piante, progettate per crescere con l’aiuto di un unico erbicida contro ogni tipo di erbacce, avrebbero permesso alle agli agricoltori di comprare meno prodotti chimici; le colture  che secernono da sole tossine in grado di uccidere gli insetti avrebbero ridotto la dipendenza dai pesticidi. Mais, soia e cotone erano mercati naturali che occupavano milioni di ettari negli Stati Uniti. La Monsanto e altri produttori di sementi potevano imporre un prezzo più alto per sementi geneticamente modificate dette Roundup ready, cioè progettate per resistere alla famosa marca di erbicidi dell’azienda. Le aziende avrebbero diviso i ricavi con gli agricoltori, che in teoria avrebbero risparmiato sui prodotti chimici e sulla manodopera. Alla fine la Monsanto ha scelto una formula di base che sarebbe diventata uno standard per il settore: per ogni dollaro che le sementi ogm facevano risparmiare agli agricoltori, l’azienda si sarebbe tenuta 33 centesimi sotto forma di “tariffa tecnologica” addebitata su ciascun sacco di sementi. In seguito la Monsanto ha presentato semi di soia progettati per resistere al glifosato, il versatile erbicida usato per le colture Roundup ready, e sementi di cotone in grado di respingere vermi devastanti. (…) Questa strategia fu redditizia per la Monsanto, che nel 2000 avviò la separazione dalla società madre, la Pharmacia, per creare una azienda interamente dedicata all’agricoltura. La Monsanto faceva profitti vendendo le sue sementi e concedendo l’uso di geni modificati ad altre aziende produttrici di sementi come la DuPont e la Syngenta. Dal momento che molte colture biotecnologiche sono state progettate per resistere al glifosato introdotto dalla Monsanto negli anni sessanta, l’azienda statunitense ha anche acquisito molti clienti per il suo erbicida di punta. Gli invasori. All’inizio degli anni 2000 negli Stati Uniti crescevano colture geneticamente modificate su più della metà degli ettari coltivati a soia e su più di un quarto di quelli coltivati a mais. Questo sistema aveva costi sempre più alti. Secondo i dati dell’Usda, nel 2006 il costo medio delle sementi di soia era più che raddoppiato rispetto al decennio precedente, mentre i prezzi del mais da semina erano aumentati del 63%. Nello stesso periodo dai campi sono cominciati ad arrivare segnali allarmanti. Gli scienziati hanno confermato che alcune erbe infestanti , come il caglio e il loglio rigido, avevano sviluppato una resistenza al glifosato, spuntando in mezzo ai campi pieni di germogli. Un anno prima sarebbero state seccate dall’erbicida. Invasori più problematici come alcune specie di amaranto hanno sviluppato una resistenza al glifosato cominciando a soffocare le colture. Queste “supererbacce” obbligavano gli agricoltori a riempire le loro taniche di spray di erbicidi più vecchi e forti , come il dicamba e il 2,4 D, e in alcuni casi ad aggredire le erbacce a colpi di zappa. In molti casi i raccolti hanno smesso di tenere il passo con i prezzi sempre più alti delle sementi. Secondo l’Usda, in media negli ultimi dieci anni gli agricoltori statunitensi hanno registrato un aumento della soia coltivata per ogni ettaro di appena il 4%, restando indietro rispetto all’aumento dei prezzi delle sementi . I raccolti di mais sono cresciuti del 21%.(…) (Il testo integrale e altri due articoli su Internazionale n. 1172, pag. 20-23)

4.    La giustizia climatica non può attendere. L’attivista D. Haussermann spiega perché la disobbedienza civile è l’unica arma per fermare il consumo di combustibili fossili. (…) Cosa è successo in Brandeburgo lo scorso maggio. “Abbiamo bloccato un’enorme miniera di carbone in Lusazia. La Vaffental, che è una delle quattro società tedesche per la produzione di energia , è proprietaria dell’intero bacino carbonifero. All’inizio del 2016 ha deciso di vendere questa enorme miniera di carbone lignite al migliore offerente. Si parla tanto in Europa di politiche ambientali. Questa sarebbe un’occasione  perfetta per chiudere un bacino carbonifero, bonificarlo e investire in nuove tecnologie verdi. Invece che si fa? Non solo si permette la vendita di questa miniera, ma si dà perfino la possibilità al nuovo investitore di costruire nuovi impianti, aumentare la quantità di carbone estratto e quindi di peggiorare le condizioni ambientali già drammatiche di questa regione. Il nostro messaggio è molto chiaro ed è diretto al futuro investitore. Dovrà sapere che gli impediremo con ogni mezzo di continuare l’estrazione del carbone. Saremo un costo altissimo per il suo investimento. Il carbone deve restare dove è. La miniera va chiusa. Investa in energie rinnovabili. Non abbiamo alcuna sponda istituzionale. In Brandeburgo è al governo un’alleanza rosso-verde (Spd e Verdi dal 2009) ma il paradosso è che perfino i verdi sono a favore delle miniere. La politica tradizionale è totalmente cieca e sorda. Per questa ragione la nostra unica possibilità è quella di organizzarci e di forzare questa insensata condizione di blocco attraverso azioni di disobbedienza civile di massa. La situazione ambientale è gravissima. Ma nessuna forma di potere istituzionale vuole prendersi la responsabilità di intervenire, soprattutto contro la grande finanza e le sue politiche ambientali distruttive. (…) Sono 12 i paesi nei cinque continenti in cui 30mila attivisti si sono coordinati tra occupazioni, sit-in e azioni di sabotaggio per la campagna “Break free from Fossil”. (Il Manifesto del 29 settembre 2016, pag. 13)

5.    Tra India e Pakistan sale la tensione. Dopo lo scambio di intimidazioni e gli attacchi armati, New Delhi minaccia di revocare  il trattato sulla gestione dei fiumi. Con ricadute disastrose per il Pakistan. (…) Il trattato è stato stipulato 56 anni fa e regola il modo in cui India e Pakistan gestiscono il vasto bacino del fiume Indo e dei suoi affluenti. Dopo aver visitato la regione nel 1951, David Lilienthal, il capo dell’agenzia federale statunitense che gestisce le acque nella valle del fiume Tennessee, scrisse un articolo in cui sosteneva che un accordo tra India e Pakistan sulla gestione delle acque avrebbe contribuito a attenuare le tensioni tra i due paesi, soprattutto perché i fiumi del bacino dell’Indo scorrono attraverso il Kashmir. La sua idea guadagnò consensi ed ebbe il sostegno della banca Mondiale, che mediò per anni i difficili negoziati bilaterali prima che i due paesi siglassero l’accordo nel 1960. Finora l’Iwt è sopravvissuto. Oggi però attraversa un momento difficile. (…) L’Iwt è un accordo molto vantaggioso per il  Pakistan . Anche se assegna ai due paesi tre fiumi ciascuno, affida al Pakistan il controllo dei tre grandi fiumi occidentali del bacino dell’Indo, che insieme comprendono l’80% delle acque dell’intero bacino. Dato che le acque del bacino scorrono dall’India verso il Pakistan, revocando il trattato l’India potrebbe assumere dei fiumi e, con delle grandi dighe, bloccarne il flusso. Ci vorrebbero anni per costruire le dighe, i bacini e le altre infrastrutture necessarie, ma uscire dall’Iwt sarebbe il primo passo verso quell’obiettivo. Il Pakistan dipende molto da quei tre fiumi e in particolare dall’Indo, che in alcune aree è l’unica fonte di acqua per l’irrigazione e l’uso domestico. Se al Pakistan fosse impedito o anche solo ridotto l’accesso all’acqua  del bacino dell’Indo, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Per questo la gestione dell’acqua è un’arma potenzialmente più dannosa di quelle militari. Risorse insufficienti. Secondo i dati più recenti  del Fondo Monetario internazionale, il Pakistan è uno dei paesi più in difficoltà dal punto di vista idrico, con una disponibilità pro capite di 999metri cubi all’anno, sotto la soglia minima. Un dato allarmante, tanto più che il tasso di intensità idrica del paese (i metri cubi d’acqua usati per unità di Pil) è il più alto al mondo. L’agricoltura, il principale settore dell’economia del paese, consuma il 90% delle risorse idriche. Come se non bastasse, le previsioni relative alle acque di falda  del Pakistan, quelle a cui si fa ricorso quando le risorse di superfice sono esaurite, stanno precipitando. In base ai dati diffusi dalla Nasa nel 2015, la falda acquifera del bacino dell’Indo è la seconda più sfruttata del mondo. (…) (Il testo integrale su Internazionale n.1174, 7 ottobre  2016, pag. 24-25)

Una riflessione

Finora abbiamo messo a disposizione dati e notizie, non in modo oggettivo e completo, ma con la speranza di aumentare la coscienza e la conoscenza dei lettori sui problemi del cambiamento climatico e dei danni ambientali. Oggi riteniamo, in considerazione dei ritardi, delle dimenticanze e della cecità  della stragrande maggioranza dei governi e delle forze politiche, sia necessario fare un passo ulteriore verso un maggior senso di responsabilità di chiunque cerchi di sopravvivere sul pianeta Terra. Faremo quindi, da parte nostra , ogni volta qualche commento sulle notizie riportate, che spinga verso l’azione o verso l’inizio di processi di transizione, sempre con la speranza che qualche lettore voglia sentirsi stimolato a  reagire, aggiungendo notizie e suggerendo soluzioni possibili e interventi a portata di mano, evitando naturalmente chiacchiere vane o sfoghi personali.

La selezione precedente, relativa al periodo fine settembre, primi di ottobre, presenta con chiarezza alcuni interventi possibili (e urgenti). La perdita in Italia delle varietà di mucche pregiate con caratteristiche imperdibili, sollecita azioni di non grande portata e facilmente realizzabili, non solo a scala degli enti regionali. L’ennesima prova dei danni alle persone causati dalle attività siderurgiche, ormai indiscutibili e legati alla gestione dell’Ilva dovrebbe determinare una forte accelerazione degli interventi di ristrutturazione e di bonifica dei siti circostanti gli impianti. Il Piemonte ormai sa cosa dovrebbe fare per ridurre l’inquinamento dell’aria respirata ogni giorno dai suoi abitanti. In Germania,  la situazione del bacino carbonifero della Lusazia, Brandeburgo,  potrebbe costituire una prima occasione  per ridimensionare l’estrazione di questa materia prima che ha alimentato i processi industriali nei secoli scorsi, ma che oggi costituisce una fonte di inquinamento che l’umanità non può più sopportare. In alcuni casi sono richieste misure  costose e impopolari, ma forse è proprio giunto il momento di seguire vie alternative rispetto al passato se vogliamo realmente avere un futuro. “Lasciamo il carbone sottoterra” potrebbe diventare l’obiettivo di un movimento dal basso diretto a realizzare in tempi stretti un piano europeo di decarbonizzazione.

 

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2 Risposte a “Basta carbone! O sarà la fine”

  1. Rinaldo
    30 gennaio 2017 at 20:44 #

    E’ davvero difficile fare una ricostruzione più assurda e fuorviante di quanto scritto sopra.

    Ma è così difficile ipotizzare che una tale narrazione è inquadrabile nel concetto di: “PROCURATO ALLARME” ?

    infatti, basterebbe andare a leggere la storia per trovare, purtroppo, un lunghissimo elenco di disastri che, nel mondo, si verificano con continuità a prescindere da quella che è la dinamica umana.

    Ricondurre questo ad un combustibile naturale – che indubitabilmente proviene dal mondo vegetale che ricopriva ampie aree del pianeta nel lontano passato – è semplicemente, non solo fuorviante, ma …. assurdo!

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