Capire una religione senza crederci?

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Tratta pixabay.com

 

di Franco Lorenzoni*

“Non c’è matita che scriva finemente come l’immaginazione e non c’è carta tanto grande da contenerla”. Così anni fa Enrico commentava con enfasi, in quinta elementare, il disegno di una grande mappa della cultura maya che avevamo realizzato in classe al termine di un’attività di corrispondenza tra la scuola elementare di Giove e una scuola dell’altopiano di Nebaj, nel nord del Guatemala.

Enrico, non so con quanta consapevolezza, aveva nominato l’immaginazione a proposito, perché il grande sforzo compiuto in quei tre anni di corrispondenza fu, da parte di tutti noi, di provare ad ampliare il nostro immaginario nel tentativo di avvicinarci e tradurre in qualche modo a noi comprensibile, parole e pratiche di vita lontanissime dalle nostre.

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Si trattava di un tentativo forse impossibile, perché la distanza di condizioni e fatiche e sensazioni vissute era davvero grande, ma il solo fatto di averla azzardata, ha provocato nelle bambine e nei bambini una grande quantità di domande profonde e coinvolgenti, la più sorprendente delle quali, per me, fu quella formulata da Eleonora, il giorno che si chiese e ci chiese con decisione: “È possibile capire una religione senza crederci?”.

È una domanda aperta, che rimanda a molte altre domande portate alla ribalta negli ultimi anni dalle tante guerre fratricide, alimentate da un odio cresciuto anche all’ombra del fanatismo religioso. L’incontro con un elemento misterioso di un’altra cultura: il nahual
Eleonora la formulò al termine di un’accesa discussione intorno al nahual, l’animale totemico che accompagna ogni essere umano per tutta la vita, secondo l’antica religione maya.

In quegli anni diverse scuole dell’Umbria erano gemellate con altrettante scuole della regione Ixil e avevamo la fortuna di ospitare ogni autunno, per tre settimane, un gruppo di insegnanti provenienti da quella regione indigena maya.

Nella nostra quinta elementare venne dunque un mattino di dicembre Beatriz, vestita con i coloratissimi abiti tradizionali dei contadini indigeni, per dialogare e rispondere alle domande di bambine e bambini di Giove.

28311L’elemento di quella cultura lontana che più aveva incuriosito i bambini era il nahual, di cui parlava anche il libro “Mi chiamo Rigoberta Menchu”, che avevamo letto per intero l’anno precedente. Così, dopo avere ascoltato diversi racconti di Beatriz al riguardo, il giorno dopo la discussione si è riaccesa in modo inaspettato.

Valeria sosteva infatti che, poichè il nahual “per me è un po’ come l’angelo custode che ci ha dato Gesù, mi sembra un po’ ingiusto nei confronti della nostra religione pensare al nahual invece che all’angelo custode”. Diversamente Valerio affermava: “Anche se uno è italiano e cristiano gli piacerebbe sapere qual è il suo nahual”, aggiungendo: “Io lo faccio solo per sapere, per curiosità. Lo faccio fuori dalla chiesa”. “Mica perché io mi voglio convertire, è per curiosità che lo voglio conoscere”, concordò Domenico.
Se poi non ci credi, che lo sai a fare?

Tutti intervennero e la discussione si fece sempre più accalorata. Anna Maria, ad esempio, dando ragione a Valeria affermò che “se poi non ci credi, che lo sai a fare?”, mentre Flavio provò a tenere distinte le cose, affermando: “Non è un motivo di religione, è di cultura…

“Allora l’importante è sapere cos’è il nahual, non quel’è il tuo nahual”, ribatté con finezza logica Valeria, aggiungendo che “è bello sapere cos’è, per entrare nella cultura di un altro popolo, però dopo, se tu vuoi sapere qual è il tuo nahual, entri nella religione loro e quindi non mi pare giusto”, ribadendo, a conclusione del suo ragionamento, “io vorrei sapere di più dell’angelo custode mio, di com’è fatto”.

“Secondo me si può sapere di questo nahual come una cosa di cultura. L’importante è non praticarla”, propose conciliante Enrico. Ma Flavio, non convinto, rispose deciso che “la religione è parte della cultura”, mentre il relativista Valerio lanciò un’altra ipotesi, domandando: “E se credi in tutti e due?”.

La posizione di Valerio aveva un suo fondamento, perché alcuni dei nostri ospiti guatemaltechi effettivamente si proclamavano cristiani, pur conservando con convinzione diverse credenze dell’antica religione maya, in un sincretismo creativo che caratterizza la religiosità di molte regioni indigene di diversi continenti.

“Secondo me anche scoprire nuove religioni non è reato, basta che non le pratichi”.

La discussione tra bambine e bambini della quinta di Giove proseguì a lungo(1) perché, come disse Domenico, “quando uno si interessa a una cosa vuole andare fino in fondo”.

A un certo punto Anna Maria concluse saggiamente: “Secondo me anche scoprire nuove religioni non è un reato. Basta che non le pratichi”.

Mi venne da ridere quando ascoltai e ricopiai la frase di Anna Maria, oltre venti anni fa, non pensando certo che dopo poche stagioni sarebbe tornato tristemente attuale l’aspetto sinistro di ogni assolutismo religioso, che considera non solo un reato credere in una religione che non sia la propria, ma addirittura una scelta tale da meritare la condanna a morte.

Non sono credente, ma trovo assai suggestiva una immagine evocata in più occasioni da Raimon Panikkar, che ha dedicato l’intera vita al dialogo interreligioso. La verità, quando è caduta dal cielo, è andata in pezzi come uno specchio. Per cercare di ritrovarla non possiamo non mettere uno accanto all’altro i diversi pezzi rappresentati dalle diverse religioni e non solo dalle religioni. “Quando parlo di ‘religione’ – precisa il filosofo – intendo anche il marxismo, lo scientismo, l’umanesimo, l’ateismo, insomma ogni sistema di credenze che illuminano la mia vita, che sono pronto a difendere e che io credo daranno senso alla mia esistenza”. Si può non essere d’accordo con la radicalità di questa ipotesi, ma leggere i testi di Panikkar penso possa far bene a chi in classe ha ragazze e ragazzi che hanno credenze e visioni del mondo assai diverse e disparate, che influenzano non poco i loro pensieri, le loro associazioni e i loro modi di apprendere.

Figlio di madre cattolica catalana e padre indiano induista Raimon Panikkar, come Eleonora a undici anni, in una conferenza a Città di Castello si domandò se era possibile comprendere una religione senza crederci. Una domanda che, personalmente, continua ad interrogarmi.

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(1) Diversi dialoghi tra bambini intorno a temi interculturali sono trascritti nel libro “L’ospite bambino” di Franco Lorenzoni (Edizioni EraNuova, Perugia). Il tema della corrispondenza interculturale è affrontato anche in “Caro amico ti scrivo” a cura di Senofonte Nicolli (Edizioni Junior 2016).
Pubblicato nella rubrica “I bambini pensano grande” ospitata da Sesamo, supplemento interculturale de “La vita scolastica” il 12 ottobre 2016.

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* Franco Lorenzoni, maestro elementare, è  tra i fondatori della Casa-laboratorio Cenci ad Amelia (Terni): impegnato nel Movimento di cooperazione educativa è autore di diversi libri (l’ultimo è I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, Sellerio). Altri articoli di Lorenzoni sono qui. Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme.

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