Città che dicono addio al fossile

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di Maria Rita D’Orsogna*

Dopo San Francisco, è Portland, la città più grande dell’Oregon, a rifiutare le infrastrutture fossili. il 14 dicembre l’amministrazione locale ha infatti approvato una risoluzione in cui la costruzione di nuove infrastrutture fossili – impianti di stoccaggio, trasporto e lavorazione di derivati da petrolio, gas e carbone – saranno vietate a partire dal gennaio 2017.

Le infrastrutture esistenti se le tengono, ma non se ne potranno costruire di nuove, e anzi, quelle esistenti non potranno nemmeno allargarsi.

È la prima volta che una città statunitense approva un progetto simile, e di così ampio respiro. A Portand ci sono già undici terminali di stoccaggio e lavorazione di prodotti fossili: dieci depositi petroliferi e uno di gas liquido naturale.

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Con questa nuova risoluzione hanno creato una zona urbana chiamata Bulk Fossil Fuel Terminals, e poi le hanno vietate per il futuro: vietate in città tutte le opere con infrastruttura marina, oleodotti, ferrovie, collegate al trasporto di combustibili fossili. Tutto ciò che è ora permesso sono le stazioni di servizio della benzina e l’infrastruttura dedicata al biodiesel o all’etanolo e altre forme di carburante non fossile.

L’iniziativa viene dal sindaco Charlie Hales ed è stata approvata da una commissione ad-hoc con cinque voti a favore e nessuno che si sia opposto. Anzi, il sindaco dice che quello che hanno fatto a Portland lo si può fare in tutto il mondo.

Quella dell’Oregon è soltanto una delle tante iniziative “locali” per fermare l’uso a grande scala delle fonti fossili. Qualcuno dirà che sono Nimby (acronimo inglese per Not In My Back Yard, letteralmente “Non nel mio cortile”, ndr), ma non è cosi. È che un sindaco, una comunità hanno controllo solo sul proprio territorio. Se lo stato, il governo, la nazione non fanno niente o non fanno abbastanza, beh, allora ci si penserà localmente.

L’idea è che se “tutti” facessero cose simili, il messaggio prima o poi arriverà: il tempo dell’espansione fossile di drill baby drill (slogan caro ai politici pro trivelle, ndr) è finito.

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E così, la città di Vancouver a Washington State (da non confondersi con l’omonima canadese) ha vietato nuovi depositi petroliferi sul territorio comunale, la città di Oakland in California ha vietato tutte le nuove infrastrutture di carbone e San Francisco ha vietato le trivelle su tutti i territori cittadini.

L”idea è che tutte assieme queste città possano creare un “muro verde” sulla West Coast statunitense e passare un messaggio potente ai petrolieri, ai politici a livello nazionale.

E infatti Portland fa già parte di una coalizione di città a livello mondiale che si sono impegnate a passare risoluzioni urgenti per contenere contenere gli effetti dei cambiamenti climatici.

Nel novembre del 2015, Portland aveva già approvato norme per vietare traffico da trasporto petrolifero in città e l’espansione di terminal petroliferi. La legge del 2016 appena approvata contiene entrambe queste risoluzioni ed è un tentativo di dare una regolamentazione globale alla città.

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* Fisica e docente all’Università statale della California, cura diversi blog (come questo). Consapevole dell’importanza dell’informazione indipendente, Maria Rita ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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