Orgoglio arcobaleno. Pensieri di un nonno

L’arrivo di un nipote trasforma spesso pensieri ed emozioni dei nonni. Se i genitori sono due mamme si tratta allora di approfondire e accompagnare cambiamenti culturali importanti che riguardano la vita di ogni giorno, i nostri corpi, le relazioni, il rifiuto del dominio patriarcale, insomma la costruzione di un mondo nuovo. Dove la bandiera arcobaleno ha diversi significati

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di Alberto Castagnola

Quando qualcuno ha una età ragguardevole e dei figli, diventare nonno è tutto sommato una esperienza piuttosto comune, ma io mi ero rassegnato, senza accorgermene, a non vivere questa fase così umana ma spesso oggetto di benevoli prese in giro. Ho avuto la mia unica figlia a 40 anni, quindi piuttosto tardi, e lei aveva superato l’età canonica dei 40 anni senza accennare a porsi il problema di una prole, o almeno così credevo. L’unico segnale, piuttosto labile e di per poco significativo, il trasferimento nella casa della sua compagna, che comportava l’abbandono della casetta che si era arredata con tanta cura nel corso degli anni, in stile moderno, mentre io vivo da molti decenni circondato da cose vecchie e talvolta antiche, in parte tramandate dalla mia famiglia che nel tempo è scomparsa.

La notizia che le due donne da tempo erano impegnate nel difficile percorso di una natalità sollecitata da tecnologie avanzate, mi è stata data quando il risultato si è rivelato finalmente positivo e l’arrivo di Gabriele stava per trasformarmi in un nuovo personaggio, con una dimensione umana mai prima sperimentata. Oggi mi si chiede di rivelare tutte le emozioni, tutto sommato piuttosto comuni e diffuse, che sto vivendo e, credo, anche le mie convinzioni e valutazioni; ho cercato di fare tutto ciò, ma ho anche sentito il bisogno di ripercorrere il tempo di tutte le mie successive maturazioni, personali e politiche.

In primo luogo, la sensazione del rapporto con il piccolino è stata immediata, profonda, piena di commozione, ho ancora adesso le lacrime agli occhi quando ci penso, non parliamo di quando lo vedo o guardo le sue foto. Solo più tardi, direi mesi dopo, ho cominciato a rendermi conto che la madre biologica non è mia figlia, ma questa realtà di un inesistente legame di sangue scompare completamente di fronte al fatto che lo hanno voluto con la stessa e comune intensità e lo stanno crescendo senza alcun diaframma. Pensando al mio passato, devo dire che da molti decenni mi sono convinto che i legami di sangue sono molto sentiti solo in alcune famiglie, ma sono anche negati o trascurati in moltissime altre; inoltre, da sempre, ogni volta che devo accudire o passare del tempo con i bimbi di altri, il mio rapporto è sempre stato diretto, una specie di paternità universale, priva di limiti o discriminazioni. Capisco che metto in discussione una serie di valori, di immaginari, di relazioni complesse, taluni anche non certo positivi, ma per quanto mi riguarda è qualcosa che mi ha sempre accompagnato (anche si non mi ha indotto ad alcun comportamento, ad esempio all’affido, all’adozione o all’attiva partecipazione nei tanti organismi che si occupano di minori).

Molto forte è la voglia di vedere spesso il bimbo, sapendo per esperienza che ogni ora, ogni giorno ci sono delle novità, vengono fatte delle scoperte, maturano comportamenti e atteggiamenti. Ogni pasto è una maggiore capacità di controllare l’esterno, ogni passeggiata è una nuova relazione con la realtà vicina. So anche che man mano che cresce le nuove abilità cancellano spesso il ricordo delle precedenti conquiste, e i rapporti interpersonali si ampliano continuamente con originalità di estremo interesse. Temo che la mia età non permetta alle mamme di affidarmi in sicurezza una carrozzina, specie nel traffico di Roma e gli spazi verdi senza auto sono piuttosto rari o troppo lontani. Sarebbe forse necessario inventare un nuovo tipo di Parco o di Riserva protetta dove nonni e nipoti possano scorrazzare o trascinarsi senza pericoli e senza rischi di evasione!

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Solo dopo molto tempo ho riflettuto sul fatto di fare ormai parte di un gruppo familiare socialmente ancora non diffusamente accettato e sottoposto a ricatti e limitazioni a livello istituzionale. Sono tornato indietro nel tempo e ho ricordato le mie sensazioni vissute quando le donne, femministe e di sinistra reale, decisero di fare la loro prima manifestazione senza maschi, creando non poco scompiglio perfino tra le file dei gruppi extraparlamentari, poco propensi a credere che la separatezza potesse convivere con la doppia militanza e più orientati a credere che le scelte anticapitaliste e rivoluzionarie avessero già conseguito quell’eguaglianza completa che le donne rivendicavano con forza. A me invece, già con qualche conoscenza ed esperienza anche nel cosiddetto Terzo Mondo, sembrava ovvio che i meccanismi dello sfruttamento e della sopraffazione, uniti storicamente al sistema patriarcale, dovessero essere radicalmente trasformati prima di accogliere delle vite femminili completamente libere e integralmente espresse e che tali processi richiedessero molto tempo, nuovi rapporti con tutte le culture e impegni diffusi molto profondi. Oggi mi sembra che siamo in una fase un po’ più matura, ma anche in presenza di una opposizione chiesastica e tradizionalista molto accanita (naturalmente non mancano i punti di vista diversi, leggi ad esempio Famiglia, menzogne e mistificazioni di padre Ernesto Balducci). Siamo tuttavia anche in presenza di una “nuova onda” di un movimento femminista (Il femminismo in una manifestazione di Lea Melandri) che può apprezzare le conquiste del recente passato ma che deve elaborare contenuti e prospettive molto alternativi ma difficili in un contesto molto grave e con un futuro molto incerto.

Non posso dimenticare un altro collegamento con le mie elaborazioni di pensiero e cultura. Negli ultimi anni la mia compagna sta approfondendo la storia delle donne nel periodo che precede la storia scritta dagli uomini e dalle loro guerre, la presenza di Dee che risale al neolitico e di una serie di culti della Madre Terra, elaborati da popolazioni pacifiche che avevano raggiunto livelli artistici spesso ignorati (leggi Tracce di mutualità nella storia di Daniela Degan). In quanto maschio mi vengono fatti leggere solo alcuni dei loro libri, ma mi si è dischiuso un mondo molto stimolante che ha arricchito ed espanso le mie prospettive. Inoltre i drammatici problemi del cambiamento climatico mi hanno costretto ad estendere le mie analisi economiche alla dimensione ambientale planetaria, nonché ad approfondire tutto il pensiero della decrescita, che ogni anno che passa diventa sempre più realistico e necessario.

Ho seguito con molto interesse, non da semplice militante ma come persona direttamente interessata e impegnata il tormentato cammino della nuova legge sulle unioni civili (qui un commento di Ascanio Celestini, Eppure io sono felice oggi…). Ancora una volta mi ha colpito la violenza con la quale si sono imposti vincoli e limiti, come se da una normativa dipendessero veramente i profondi mutamenti sociali che influiscono ormai da decenni sulle dinamiche dei nuclei familiari, ma soprattutto lo scarso interesse dedicato alla tutela dei figli delle nuove realtà familiari che si contano ormai in decine di migliaia e che in altri paesi occidentali sono da tempo giuridicamente riconosciuti e protetti. Credo sia ovvio che la recente legge costituisca solo un primo passo di un percorso così logico e naturale, tanto che già alcuni tribunali sono intervenuti per colmare le evidenti carenze, concedendo la possibilità di adottare il figlio comune alla madre non biologica, in modo da garantire il massimo dei diritti anche in presenza di una legge molto svuotata.

C’è un altro aspetto che vorrei mettere in rilievo, forse molto personale e valido solo ai miei occhi. Mi sembra sempre uno spettacolo stupendo vedere due mamme che sono concentrate sul loro bambino, che se lo passano con tenerezza estrema secondo i suoi bisogni, mentre i nostri occhi sono abituati alle immagini monoparentali. Mi sembra di vedere una esaltazione dell’amore materno, una sottolineatura del flusso continuo di dolcezza che lega una donna al suo piccolo, in assenza di qualunque meccanismo di possesso o di competizione e in completa indipendenza dai legami biologici. Mi sembra che le eventuali differenze di carattere nelle due madri possano essere anche in futuro un elemento di ricchezza e una fonte di molteplicità di stimoli per il piccolo e per il potenziale adulto.

La stessa tenerezza mi ispirano due maschi che magari si avvicinano per la prima volta alle esigenze di cura e di allevamento, contribuendo non poco al raggiungimento della sostanziale parità dei generi. Ho solo una riserva rispetto ad un nucleo maschile: ho delle forti riluttanze ad accettare la logica della gravidanza commissionata ad una donna, anche nei casi non legati ad interessi economici. Non riesco ad evitare di temere un più o meno conscio desiderio, da parte maschile, di impadronirsi del potere di procreare e di volere in sostanza garantire la propria sopravvivenza in un figlio dello stesso sangue. Temo cioè che in questa forma di raggiungimento di una paternità si perpetuino le principali cause della sopraffazione sulle donne da parte degli uomini (vecchia di almeno cinquemila anni) e della violenza sulle donne che sembra caratterizzare gran parte delle società attuali, sia mascherata da principi religiosi, sia rivendicata in nome di una presunta inferiorità femminile (su questi temi ragiona anche Luciana Percovich in La plasmabilità dei corpi). Conservo con cura una bellissima foto di una famiglia maschile, apparsa sul Corriere della Sera, con due uomini e le loro tre figlie, più un certo numero di donne che si erano prestate ad esaudire un desiderio altrimenti irraggiungibile, tutti sorridenti, al centro un sacerdote che difende tutta la famiglia allargata in nome della procreazione. Non nego quindi che possano esserci forme di amore che travalicano i confini sociali, mi chiedo soltanto se non sia il caso di evitare accuratamente anche il più lontano rischio di sopraffazione, dominazione e violenza sulle donne. Vi è poi un aspetto che credo sia stato poco citato nelle recenti polemiche (e che deriva dalla mia esperienza molto positiva di psicanalisi): anche durante la gravidanza il bambino stabilisce un intenso rapporto con la madre e le sue motivazioni sono la necessaria premessa dei successivi legami affettivi. Tutto ciò viene bruscamente interrotto e nessuno è in grado di valutare i danni che ne possono derivare per la crescita del bambino (e forse anche per la vita della madre). Il divieto di legge per “l’utero in affitto” deve quindi essere accuratamente rispettato, agevolando invece per gli uomini le diverse forme di adozione, specie se effettuate subito dopo la nascita dei bambini abbandonati o che non sono più “accompagnati” dai genitori naturali (magari stabilendo un legame tra migranti forzati e richieste di adozione da parte di coppie maschili).

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Forse mi sono troppo allontanato dal mio ruolo di nonno, ma credo sia evidente che non riesco a separare la mia esperienza personale (assolutamente meravigliosa) e quanto sta accadendo sulle acque del Mediterraneo ormai da troppo tempo. Non voglio infatti trascurare altri aspetti del mio attuale stato emotivo. Ho cominciato infatti a pormi un problema (con un certo anticipo!) circa i miei rapporti con Gabriele, ancora ignaro di avere un nonno ottuagenario. Cosa potrò trasmettergli, cioè quanta parte della mia vita, ricca e complessa, potrebbe interessargli o essergli di qualche utilità? Tanti anni fa, ho visto mia nonna da parte di padre curare in modo particolare un mio cuginetto, che tra l’altro a poco più di tre anni era in grado di leggere. Non penso a cose simili, ma credo che potrei mettere a sua disposizione molti oggetti attraenti o portarlo in luoghi adatti alla sua capacità di attenzione, a partire dal mare e da altri posti in natura che spesso sfuggono a chi abita in città. Poi prevale in me un senso della realtà piuttosto triste: data la mia età, per quanti anni o mesi sarò in grado di relazionarmi con lui in modo profondo? E poi, quanto sarà duro per lui perdermi prima ancora di aver compreso il senso della malattia o il significato della morte? Sono quindi molto combattuto, diviso dal desiderio profondo di trasmettere quanto è stato per me essenziale e dalla paura di arrecare un danno a una persona troppo giovane.

Infine, in prospettiva, mi sembra sciocco anticipare un futuro non controllabile, e infatti ancora oggi continuo a muovermi come se avessi la metà dei miei anni, faccio progetti a cinque anni, prendendomi contemporaneamente in giro da solo per questo atteggiamento così positivo e creativo che però forse è il migliore comportamento contro i limiti della vecchiaia che comincio a toccare con mano. Quindi credo che continuerò a considerare con emozione e gioia tutto quanto decideranno di fare le due mamme e ogni momento dell’esistenza di Gabriele, considerando questa parte della mia famiglia come il miglior dono che io abbia ricevuto, inaspettato e perfetto. In fondo ho fatto sventolare in molte occasioni, contro la guerra in tutte le sue forme e in sostegno della pace malgrado sia ancora così lontana in tutti i continenti, una bandiera arcobaleno, posso continuare a farlo tranquillamente da nonno proiettato verso un futuro migliore. Seguire il nipotino che sfilava quasi alla testa del corteo dell’ultimo Gay Pride (addormentato malgrado il rumore infernale) è stata una sensazione politica e affettiva straordinaria.

Articolo tratto dalla rivista “Cooperazione educativa” (vol. 65. N.3 settembre 2016, pp.62-66)
* Economista impegnato in ricerche ed esperienze di economia alternativa e solidale. Svolge attività di formazione sull’economia, sulla finanza internazionale, e sui meccanismi economici globali di danno ambientale. Fa parte dell’Associazione per la Decrescita e collabora con la Rete di economia solidale del Lazio.
Ha aiutato a far nascere Comune, su cui scrive periodicamente, e naturalmente ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme.

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