Non aspettiamo la catastrofe

Per il clima e gli eventi estremi, le alluvioni in Corea  del Nord e gli 11 mesi consecutivi con temperature record. Per le foreste, gli incendi, le miniere e il suolo, gli oleodotti e la protesta dei Sioux ma anche l’arsenico e la salinità che avvelenano i pozzi nel bacino tra i fiumi Indo e Gange. Per la perdita di biodiversità, le centinaia di coccodrilli che muoiono di fame e di sete nel letto secco del fiume Pilcomayo ma anche la scomparsa delle api sul territorio italiano. Per la salute umana, il rischio sconsiderato di chi è costretto a vivere vicino alle discariche e poi l’epatite C, le etichette bugiarde e le molte altre altre notizie selezionate da Alberto Castagnola per dare un’idea della portata del disastro ambientale cin cui viviamo

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a cura di Alberto Castagnola

Dopo un anno di notizie raccolte per facilitare un aggiornamento continuo sui temi ambientali, abbiamo ritenuto opportuno cambiare un po’ la veste di presentazione. Lo scopo è sempre quello di offrire una lettura più agevole, “guidata” affinché non si perdano né la complessità dei fenomeni, né l’urgenza degli interventi (la situazione appare sempre più grave, ancora lasciata sostanzialmente a se stessa). Però nessuno può evitare di essere sempre più cosciente della portata della crisi ambientale e non dovremmo aspettare che gli squilibri del pianeta si presentino, come i terremoti e le eruzioni vulcaniche, nella loro forma più ineluttabile e fuori controllo.

Clima ed eventi estremi

  1. Il cambiamento climatico potrebbe essere cominciato già 180 anni fa. La mancanza di dati spinge gli studiosi a concentrarsi sul ventesimo secolo, ma, secondo uno studio pubblicato su Nature, l’Artico e la fascia tropicale degli oceani mostrano i primi segni del riscaldamento provocato dall’attività umana già dal 1830. Lo studio ha ricostruito il clima del passato usando dati indiretti ricavati dalla crescita dei coralli, dagli anelli degli alberi e dalle carote di ghiaccio. (Internazionale n.1169, 2 settembre  2016, pag.96)
  2. A causa del cambiamento climatico, la Cina orientale, Taiwan, la penisola coreana e il Giappone potrebbero essere esposti a tifoni di intensità superiore al passato. Uno studio su Nature Geoscience ha calcolato che negli ultimi 37 anni i tifoni in Asia Orientale si sono intensificati del 12-15%. L’effetto è dovuto al riscaldamento della superfice  dell’oceano, soprattutto lungo le coste. (Internazionale n.1070, 9 settembre 2016, pag. 104)
  3. Un italiano su due crede al patto Cina-Usa sull’ambiente. Sondaggio Swg-Corriere Economia. La sensibilità alla tutela dell’ambiente, da parte dell’opinione pubblica italiana è in aumento da tempo. Vent’anni fa poco più di metà della popolazione era attenta agli aspetti ecologici, quest’anno si è giunti a quasi tre quarti. Una crescita continua che conferma certamente l’approccio “verde” dei giovani, ma rivela ora anche un cambio di posizione di buona parte delle generazioni anziane. Si colloca in questo quadro la reazione che il panel di SWG, intervistato per Corriere Economia, ha registrato alle dichiarazioni sul tema dei presidenti della Cina e degli Usa. Quasi metà degli intervistati (il 46%) ritiene infatti che gi effetti della mossa di cinesi e americani avrà conseguenze tangibili e positive. Soltanto un quinto rimane del tutto scettico e interpreta la mossa dei due grandi paesi come propagandistica. (…) Il 39% ha risposto “significativi”, il 7% “decisivi”, Per il 21% gli effetti sono “marginali”, per un altro 21% “di facciata” e il 12% “non sa”. (…) (Il testo integrale su Corriere dell’Economia, 12 settembre 2016, pag. 13)
  4. L’agosto più caldo da 136 anni. L’annuncio della Nasa. Quello appena trascorso è stato l’agosto più caldo degli ultimi 136 anni, cioè del periodo in cui si hanno registrazioni moderne delle temperature terrestri.  Lo dicono gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa. Il mese scorso il termometro globale ha registrato 0,16 gradi centigradi in più rispetto all’agosto 2014, che deteneva il record precedente, e 0,98 gradi in più rispetto alla media. “Le classifiche mensili, che variano di pochi centesimi di grado, sono fragili, -spiega il direttore del Giss, Gavin Schmidt – Le tendenze a lungo termine sono le più importanti per comprendere i cambiamenti in atto che interessano il Pianeta”. Con agosto, dicono gli esperti, salgono a 11 i mesi consecutivi in cui si è registrato un record di temperature; la sequenza è iniziata ad ottobre 2015. (Corriere della Sera, 13 settembre 2016, pag.24)
  5. Almeno 138 persone sono morte nelle alluvioni in Corea del Nord, causate dallo straripamento del fiume Tumen dopo il passaggio del tifone Lionrock. I dispersi sono 400. Almeno 140mila persone sono rimaste senza casa né cibo. Decine di migliaia di case sono state distrutte.  (Internazionale n.1171, 16 settembre 2016, pag. 20 e 96)

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 Foreste e incendi, miniere e  suolo

1.Incendi. Una fitta coltre di fumo proveniente dagli incendi in Indonesia ha raggiunto Singapore, facendo aumentare l’inquinamento nella città stato. Ogni anno sull’isola di Sumatra vengono appiccati degli incendi illegali per estendere le coltivazioni di olio di palma. (Internazionale n.1169, 2 settembre 2016, pag.96)

  1. L’oleodotto in attesa. Il sei settembre un giudice federale di Washington ha bloccato temporaneamente una parte dei cantieri della Dakota Access Pipe line, un oleodotto che dovrebbe andare dal Nord Dakota all’Illinois. Il progetto è contestato dai nativi americani che vivono nella regione: tra il 2 e il 4 settembre in migliaia hanno manifestato nella riserva Sioux di Standing Rock, nel Nord Dakota, chiedendo di cancellare il progetto. La decisione finale della corte dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. (Internazionale n.1170, 9 settembre 2016, pag.20)
  2. Arsenico e sale avvelenano i pozzi tra Indo e Gange. I dati, riportati da Nature Geoscience e raccolti dal British Geological Survey, sono incontrovertibili: il 60% dell’acqua dl bacino composto dai fiumi Gange e Indo è contaminato. Quindi sarebbe inutilizzabile, per essere bevuta o anche semplicemente utilizzata per le coltivazioni dai 750 milioni di persone che vivono tra Pakistan, India e Bangladesh, un’area che comprende anche megacity come Dhaka e Delhi. Ad avvelenare i pozzi ci sarebbero due elementi, in particolare la salinità e l’arsenico. Fin dal 2002 i dati raccolti dai satelliti hanno sollevato il dubbio che le acque dei fiumi della regione fossero ormai impoverite dallo sfruttamento eccessivo. Ora però le analisi, realizzate in ben 3429 pozzi della regione e ripetute nel corso di due anni, restituiscono una certezza: il 23% delle acque ha una salinità troppo alta – per ragioni naturali o dovute all’uomo, anche se estratta in profondità-, il 37% livelli tossici di arsenico per lo più dovuti ai fertilizzanti usati in agricoltura e alle scorie delle attività minerarie. (SETTE n.36, 9 settembre 2016, pag.54)
  3. Salva la foresta sarda a rischio di finire in pellet. Studi scientifici? Ma che studi! “Gli esperti bisogna pagarli e il Comune non ha soldi, siamo alla disperazione, coi disoccupati che vengono in municipio tutti i giorni. Non possiamo buttare soldi per gli studi”, sbuffò il vicesindaco di Domusnovas, Giampaolo Garau, spiegando che no, non si erano informati sui danni che avrebbero fatto disboscando la foresta di marganai per dar lavoro a un po’ di forestali stagionali e fare pellets. Bene: dopo mesi e mesi di polemiche , come scrive con legittima soddisfazione su sardiniapost.it Pablo Sole, il cronista che per primo denunciò lo scempio ambientale, l’ufficio legislativo del Ministero per i Beni e le attività culturali ha spento le motoseghe ricordando un semplice concetto: l’area è sottoposta a vincolo e ogni intervento, esclusa la mera manutenzione boschiva, deve ottenere l’autorizzazione paesaggistica”. Un documento che la regione Sardegna, allora governata da Ugo Cappellacci, “non aveva nemmeno richiesto”. Era convinta, come i vertici dell’Ente Foreste, (7000 dipendenti, una percentuale mostruosa rispetto agli abitanti: come se l’Italia intera ne avesse 250.000 ) che non fosse necessario. Lo stesso sindaco Angelo Deidda, detto Angioletto, aveva garantito, in un video su Youtube: “E’ solo legnaccia!”. Una lettera dei tre docenti autori del piano di gestione del Sic (Sito Importanza Comunitaria), in realtà, era stata chiara sui rischi di radere al suolo (quello era il progetto) 540 ettari : “gravi alterazioni” al terreno, “riduzione della capacità ricostitutiva della copertura vegetale”, “incremento del ruscellamento e dell’erosione”, scomparsa di alcune delle specie”. Spiego Francesco Aru: “Si tratta di uno degli esempi di foresta mediterranea spontanea cresciuta su rocce vecchie di 680 milioni di anni e sopravvissute nei millenni agli errori dell’uomo….una rarità assoluta”: Su quel genere di roccia di tipo dolomitico, infatti, “per fare un centimetro di suolo ci vogliono mediamente 350mila anni. Un processo lunghissimo. Se hai un tappeto di soli venti o trenta centimetri di terreno il taglio di un albero rappresenta uno stress…figurarsi un disboscamento! Una volta che butti giù hai il deserto. Con tutto il rispetto per il sollievo dato ai disoccupati nella zona: vale la pena di distruggere un tesoro ambientale unico?”. No, rispose appena arrivato il nuovo Sovrintendente ai Beni paesaggistici di Cagliari e Oristano Fausto Martino. E bloccò i tagli che avevano già ridotto in pellet 33 ettari. Polemiche a non finire. Ma aveva ragione lui. (Corriere della Sera, 14 settembre 2016, pag.53).
  4. La rivolta dei Lakota Sioux contro il “serpente nero”. Nord America. Tentativo di bloccare un oleodotto che costa circa 4 miliardi di dollari. Una nuova guerra, subdola e silenziosa, è iniziata contro i popoli nativi del Nord America, sia in Canada sia negli Usa: la guerra dell’acqua e del petrolio, dichiarata dalle multinazionali, in particolare dalla compagnia Enbridge, che in nome del progresso e dei profitti sta mettendo a repentaglio la stessa terra, i fiumi e le risorse necessarie per sopravvivere in quei territori. La realizzazione di un gigantesco oleodotto, il Dapl (Dakota Access Pipeline), definito emblematicamente “Serpente Nero”, che prevede l’attraversamento di quattro Stati, tra cui il Nord Dakota, passerà anche sotto il fiume Missouri e diversi altri corsi d’acqua, minacciando seriamente l’incolumità di milioni di persone, tra cui gli indigeni della nazione Hunkpapa Lakota di Standing Rock. L’oleodotto è un progetto che costa circa 4 miliardi di dollari e che dovrebbe portare 470mila barili di petrolio al giorno, dai giacimenti petroliferi della parte occidentale del Nord Dakota fino all’Illinois, dove sarebbe collegato ad altre condotte. Le proteste dei Lakota sono iniziate già dallo scorso aprile e hanno coinvolto diverse altre tribù (Cheyenne, Arapaho, Crow), trasformandosi nel più grande raduno permanente dai tempi della storica occupazione di Wounded Knee, nel 1973.All’allargamento della rivolta, ferma ma pacifica, purtroppo c’è stata una risposta repressiva e violenta da parte della polizia, con pestaggi, arresti indiscriminati di più di quaranta nativi e persino l’utilizzo di cani da combattimento aizzati anche contro donne e bambini. Tra gli arrestati spiccano i nomi del presidente tribale Dave Archambault II e del consigliere tribale Dana Wasinzi, rei di aver oltrepassato il cordone di sicurezza degli agenti. E’ emblematico il fatto che, ancora oggi, esponenti delle tribù amerindie vengano arrestati per violazioni di domicilio della loro stessa terra. Nella dichiarazione congiunta  “No Keystone XL Pipeline Will Cross Lakota Lands”, i movimenti indigeni Honor the Heart , Oglala Sioux Nation, Owe Aku e Protect the Sacred, si rivolgono direttamente al Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama: ”La Oglala Lakota Nation ha assunto la leadership dicendo “no” alla Keystone XL Pipeline: ha fatto ciò che era giusto per la terra, per il suo popolo ed ha invitato i suoi leaders ad alzarsi in piedi e proteggere le loro terre sacre. E hanno detto che il  KXL non deve attraversare il territorio che si estende oltre i confini della Riserva. I loro cavalli sono pronti. Così come lo sono i nostri. Noi siamo con la Nazione Lakota, siamo al loro fianco per proteggere l’acqua sacra, siamo con loro perché gli stili di vita indigeni basati sulla terra non siano danneggiati da un oleodotto nocivo e tossico. Riconoscendo la responsabilità di proteggere Madre Terra, i popoli indigeni non permetteranno che questo oleodotto attraversi le nostre aree protette dal Trattato”. A seguito della mobilitazione, la costruzione dell’oleodotto è stata temporaneamente sospesa., in attesa della decisione di un giudice federale. Nel frattempo, la società di costruzione dell’impianto, la Partner Energy Transfer, ha citato in giudizio diversi manifestanti indigeni, accusandoli di intimidire gli imprenditori e di bloccare i lavori di costruzione. Inizialmente la rivolta è stata silenziata dai media locali, che in molti casi hanno utilizzato la già collaudata tecnica di criminalizzazione dell’azione intrapresa dagli esponenti indigeni. Il Governatore del South Dakota, Jack Dalrymple (tra l’altro è anche il consigliere di Donald Trump), ha cercato in tutti i modi di disperdere i manifestanti con posti di blocco e il taglio dell’acqua nei campi dove i dimostranti erano radunati. In seguito è emerso che Dalrymple , assieme ad altri sostenitori del progetto KXL, possiedono quote della società stessa e che sono quindi in palese conflitto d’interessi. Dopo diversi appelli, continue marce di protesta e il coinvolgimento attivo di personalità dello spettacolo, tra cui Leonardo Di Caprio e Susan Sarandon, la vicenda è stata finalmente ripresa anche sulla prima pagina del New York Times e su diversi altri media americani e internazionali. Il 9 settembre scorso, un giudice federale ha però respinto la richiesta dei nativi e delle associazioni ambientaliste, decidendo quindi di far proseguire i lavori dell’oleodotto.  Ma nello stesso giorno, subito dopo la decisione del giudice, è scesa in campo l’amministrazione Obama, che, attraverso il Dipartimento di giustizia, ha emanato un decreto che sembrerebbe bloccare il lavori di costruzione nell’area in cui si trova la riserva dei nativi. Ma un articolo di Jafari Tishomingo e M.David, pubblicato sul Counter  Current News dell’11 settembre ci mette in guardia: “Obama ha solo suggerito di “fermare volontariamente “ la costruzione del pipeline  per un piccolo tratto del gasdotto proposto, d’accordo con i leaders di Standing Rock coi quali ha parlato. Quindi, poiché il governo esagera, se non addirittura  mente, su quello che è successo con la Casa Bianca nell’ “intervento” di venerdì? Molti dei manifestanti del campo di Standing Rock ritengono che il motivo sia quello di convincere la gente a desistere”. L’efficacia della protesta Lakota risiede nel fatto che essi non si considerano dei semplici “protestors” , cioè manifestanti, ma “protectors” , vale a dire protettori che stanno lottando non solo egoisticamente per una causa che li riguarda, ma per la Madre Terra , quindi per tutti noi. Una delle loro parole d’ordine è Mni wiconi, cioè ”l’acqua è vita”. Confidiamo che possa continuare ad esserlo.  (Il Manifesto, 14 settembre 2016; vedi anche “L’unione dei nativi” su Internazionale n. 1171, 16 settembre 2016, pag.44-47)
  5. Un incendio ha distrutto 2000 ettari di vegetazione nell’Algarve, nel sud del Portogallo. Più di seimila ettari di vegetazione sono stati distrutti dalle fiamme in Galizia, nel nordovest della Spagna. (Internazionale n.1171, 16 settembre 2016, pag. 96)
  6. In viaggio sul tubogas. Al di la del mare alla scoperta dello stato dell’arte del TAP, il gasdotto adriatico che la UE ha decretato di “prioritario interesse”. Ma che molte comunità locali, sia in Albania che in Grecia, avversano. Come nel Salento. Qual è l’elemento che unisce un ex magnate del petrolio e patron del Parma Calcio, ora agli arresti in Svizzera, un ex primo ministro, nonché persona tra le più potenti del paese e un misterioso investitore azero con passaporto statunitense che opera tramite una società registrata alle British Virgin Islands? Se il paese è l’Albania, allora il trai d’union non può essere che il TransAdriatic Pipeline (TAP), il gasdotto che dovrebbe unire Italia e Grecia passando proprio dal paese più povero dei Balcani occidentali nonché partner centrale per la realizzazione della più grande infrastruttura energetica su cui punta l’Unione Europea. Da quando la Russia è finita sotto il fuoco incrociato delle sanzioni e il gasdotto South  Stream è sfumato come neve al sole – con penali da pagare, visto che in Bulgaria già se ne interravano i tubi…- il mega gasdotto di 3500 chilometri che dovrebbe unire l’Azerbaigian all’Italia, di cui il TAP rappresenta la tappa finale è divenuto “progetto di priorità europea” per costruire l’indipendenza UE dalla Russia. Un paio d’anni fa l’entusiasmo da parte degli investitori per questa mega opera da 45 miliardi di dollari era alto. Oggi la situazione è un po’ diversa. Prima di tutto per l’enorme incertezza che gravita intorno alla Turchia e al ridefinirsi delle relazioni nella regione. Secondo, poi, perché dal 2012  ad oggi le vacche sono sempre più magre, i consumi di gas in calo, le domande sulle riserve di gas reali dell’Azerbaigian in aumento e gli investitori privati chiedono partecipazioni e garanzie pubbliche sempre più alte per costruire grandi infrastrutture, con rischio importante e una lunga fase di costruzione all’orizzonte. (…) (Il testo integrale su il Manifesto, 18 settembre 2016, pag.8)

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Perdita di biodiversità

  1. Coccodrilli senza più acqua ne lacrime. Un ondata di siccità ha trasformato il fiume Pilcomayo, al confine tra Paraguay e Argentina, in un cimitero di coccodrilli. Centinaia di rettili giacciono sul letto secco del fiume , morti o agonizzanti per fame o sete, e alcuni tentano di nascondersi sotto il fango per sfuggire agli attacchi degli avvoltoi. Si tratta della peggior siccità degli ultimi vent’anni nella regione paraguayana del Chaco. Gruppi ambientalisti sostengono che la causa principale del fenomeno sono i dragaggi sospesi lo scorso anno, a causa di una disputa tra i due paesi che ha impedito il passaggio dei macchinari.(SETTE 35,  2 settembre 2016, pag. 41)
  2. Migliaia di pesci sono stati uccisi da un parassita nel fiume Yellowstone, nel Montana, nel nord degli Stati Uniti, Le autorità hanno chiuso circa 300 chilometri del fiume per cercare di limitare il contagio. (Internazionale n.1169, 2 settembre 2016, pag.96)
  3. Biodiversità. Il presidente statunitense Barak Obama ha annunciato la creazione della più grande riserva naturale marina del mondo al largo delle isole Hawaii. Nell’area protetta, che sarà di 1,51 milioni di chilometri quadrati, vivono circa settemila specie marine. (Internazionale n. 1169, 2 settembre 2016, pag.96)
  4. Fulmine. Più di 300 renne sono morte colpite da un fulmine nel parco nazionale Hardangervidda, nel sud della Norvegia. Gli animali si erano radunati durante un forte temporale. (Internazionale n.1169, 2 settembre 2016, pag.96)
  5. Specie in pericolo. Il panda esce dalla lista rossa. Ma ora rischia il gorilla. Siamo felici che il panda gigante abbia fatto un passo indietro dal baratro dell’estinzione, ma preoccupa il gorilla orientale, la specie più a rischio, la più vicina al pericoloso limite. E’ una gara dove non conviene classificarsi. L’Iucn (International Union for the Conservation of Nature) aggiorna la “Lista rossa” in base ai dati forniti da specialisti e tutti possono accedervi e vedere come stanno le cose per ogni specie. Lo stato “critically endangered “ del gorilla orientale ha ragioni locali nel bracconaggio e nella perdita di habitat , a cui si assommano minacce globali del clima o del turismo (…) (Il testo integrale su Corriere della Sera, 6 settembre 2016, pag. 17)
  6. Le api italiane hanno troppi nemici, quest’anno il 70% di miele in meno. Dai cambiamenti climatici ai pesticidi. “La peggior produzione dagli anni Ottanta”. (…) Il 2016 è l’annus horribilis dell’apicultura italiana, il peggiore degli ultimi 35 secondo i dati diffusi ieri da Conapi ( Consorzio Nazionale Apicultori) e dall’Osservatori Nazionale miele: “La raccolta è crollata del 70% in Piemonte, LombardiaVeneto, Sicilia, dove si producono i due tipi di miele più diffusi, acacia e agrumi, dice il Presidente dell’Osservatorio Giancarlo Naldi, la siccità dell’inverno e il maltempo della primavera hanno bloccato le api” Ma c’entrano anche i pesticidi usati in agricoltura: “Purtroppo da due anni non abbiamo più dati precisi sugli avvelenamenti perché il sistema di monitoraggio ministeriale Bee Net non è stato rifinanziato, ma le api sono diminuite in tutta Italia” aggiunge il presidente Conapi Diego Pagani. Le conseguenze: meno miele italiano ( di ottima qualità, molto controllato, a lunga scadenza) nei supermercati, rincari fino al 20% e importazioni in aumento (più 13% dice Coldiretti)  con il rischio di trovare sugli scaffali le miscele cinesi contraffatte. “Si tratta di sofisticazioni furbe – spiega Naldi – Lo sciroppo di riso viene privato dei pollini che ne farebbero individuare la provenienza, tagliato con miele europeo e venduto come prodotto UE. Il nostro consiglio è di cercare il miele nostrano, che sull’etichetta contiene la parola “Italia”. Vista la penuria di acacia e agrumi, quest’anno comprate il miele di coriandolo, che ha conosciuto un piccolo boom, oppure di castagno”. L’Italia del resto è l’unico paese  al mondo in cui si producono 40 varietà di miele  “monoflora” , cioè proveniente da un’unica pianta, “una biodiversità straordinaria , approfittiamone”, è l‘appello dei produttori. Che al viceministro alle Politiche Agricole hanno chiesto di far ripartire il progetto Bee Net  e di intensificare i controlli sui prodotti importati. Il prossimo 17 settembre, poi, verrà firmato un protocollo  per promuovere  l’uso in agricoltura  di trattamenti compatibili con la salute delle api. “Il miele è un’eccellenza del made in Italy, va tutelato”. (Testo integrale su Corriere della Sera, 8 settembre 2016, pag. 20)
  7. La messaggera del Bardo. Ogni anno uccisi 1,8 milioni di allodole. (…) E’ questa una tecnica di caccia ancora, purtroppo, usata e in Italia siamo maestri. In Europa gli abbattimenti ufficiali sono di 2,5 milioni di individui l’anno. Il 73% di questi avviene in Italia che si colloca al primo posto con 1,8 milioni di allodole abbattute all’anno. Senza contare la caccia illegale. Se si aggiunge la distruzione dei nidi a terra al passaggio delle falciatrici e l’azione dei diserbanti che impoverisce sempre più i suoli agricoli, si comprendono le ragioni del forte declino della specie in tutta Europa. (…) (SETTE n.36, 9 settembre 2016, pag. 110)
  8. Il grande trasloco dei 500 elefanti (perché sono troppi). In Malawi la migrazione forzata lungo trecento chilometri verso una riserva da ripopolare. Costo: 2,6 milioni di euro. Quando terminerà, nell’estate 2017, l’operazione vedrà 500 elefanti trasferiti dai parchi Liwonde e Majete, nel sud del Malawi, nel santuario di Nkhotakota, al (…) (il testo integrale con foto, su Corriere della Sera, 14 settembre 2016, pag. 26)
  9. Biodiversità. Negli ultimi vent’anni è stato distrutto un decimo degli ambienti naturali del pianeta. In particolare, è andato perso il 30% della natura in Amazzonia e il 14% in Africa centrale. Gli sforzi per la conservazione non tengono il passo con il ritmo di distruzione, scrive Current Biology, e molte aree minacciate, ricche di biodiversità non sono neanche considerate a rischio. (Internazionale n.1171, 16 settembre 2016, pag. 96)
  10. Milioni di api sono state ritrovate morte nel South Carolina, nel sudest degli Stati Uniti, dopo che alcuni aerei avevano sparso un pesticida sui campi, per cercare di eliminare le zanzare portatrici del virus zika. (Internazionale n. 1171, 16 settembre 2016, pag. 96)
  11. I pirati dell’avorio. Cacciatori di mammut. I trafficanti di frodo battono la tundra siberiana in cerca di zanne fossili imprigionate nel ghiaccio. E i loro scavi distruggono intere colline e foreste. Una miniera di resti fossili nel cuore della Siberia. E’ il set dell’ultima corsa all’oro. L’”oro bianco” delle zanne dei mammut, i giganteschi progenitori degli odierni elefanti. Centinaia di avventurieri si addentrano da tempo nella tundra, ma è solo negli ultimi 3 anni che la professione del cercatore di zanne fossili è diventata una gara, alimentata da un mercato clandestino alla ricerca di nuove fonti dopo che le campagne anti bracconieri hanno portato a sequestrare e a incenerire tonnellate di avorio d’elefante. I nuovi cacciatori di scheletri danno la caccia ai mammut scomparsi nel Pleistocene scavando nel permafrost – quel substrato gelato che i estende sotto il terreno fertile delle foreste nella regione della Sacha-Jacuzia – nella speranza di trovare le pregiate zanne d’avorio “etico”, imprigionate dal ghiaccio tra diecimila e 3700 anni fa. Le loro ricerche stanno provocando un disastro ambientale, come rivelano le straordinarie foto di Amos Chapple: per trovare scheletri e zanne, scavano il permafrost con potenti getti di acqua garantiti da pompe a motore. I gas di scarico ammorbano l’aria (in tre settimane si bruciano 5 tonnellate di gasolio); i torrenti di ghiaccio disciolto e pietre modificano il corso dei fiumi , intere colline e foreste spariscono sotto la pressione degli scavi. In nome del sogno di diventare milionari. Questo commercio (gestito da trafficanti cinesi) può essere molto redditizio : una zanna di mammut da 60-80 chili può essere venduta per 34-70 mila dollari. L’”ibernazione “ degli scheletri permette la perfetta conservazione. Ma solo il 30% dei cercatori: c’è chi arriva a guadagnare 100.000 dollari a settimana; gli altri affrontano una vita durissima e rischiano la vita pe nulla. (Corriere della Sera, 18 settembre 2016, pag. 25, con foto).

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Salute umana

  1. Vicino alle discariche più malattie gravi. Roma. Vivere nei pressi delle discariche urbane del Lazio fa male. Sembra una affermazione scontata, eppure solo adesso, dopo una serie di ricerche controverse, arriva la conferma ufficiale e definitiva. Presentato per la prima volta a Roma durante la conferenza della Società internazionale di epidemiologia ambientale (Isee), un lavoro pubblicato a maggio su International Journal of  Epidemiology, una delle più autorevoli riviste scientifiche del settore. La conclusione non lascia spazio a dubbi: “L’esposizione all’H2S ( la sostanza frutto della decomposizione dei rifiuti, utilizzata come marcatore della presenza di inquinanti nell’aria) è associata a mortalità per cancro al polmone e a mortalità e incremento delle malattie respiratorie”. La popolazione che abita nel raggio di 5 chilometri di distanza dalle nove discariche della Regione, compresa Malagrotta è stata tenuta sotto osservazione dal 1996 al 2012 attraverso l’analisi dei registri di mortalità e delle schede dei ricoveri in ospedale. Si è visto che la salute di chi vive in prossimità di impianti di lavorazione di rifiuti solidi urbani è a rischio in modo molto più pesante, circa il 10%, della popolazione di altri luoghi. (….) Lo studio ha interessato 242mila cittadini esposti ai contaminanti prodotti dai rifiuti che poi vengono trasportati dall’aria. Per misurare il livello di esposizione è stato utilizzato appunto il marcatore H2S. Tra gli effetti meno conosciuti, la maggiore incidenza di casi di infezioni respiratorie in bambini di 0-14 anni ricoverati per queste cause in ospedale con tracheiti o asma. (…) (Il testo integrale sul Corriere della Sera, 5 settembre 2016, pag.2 Cronaca di Roma).
  2. Quel farmaco conteso e il malato dimenticato. La società farmaceutica statunitense Gilead Sciences deve difendersi da nuove accuse. Nel mirino, le strategie fiscali e commerciali dell’azienda che detiene il brevetto sul sofosbuvir il formidabile farmaco in grado di curare l’epatite C. La malattia colpisce 150 milioni di persone nel mondo. In Italia i malati sono un milione e mezzo, con circa diecimila decessi ogni anno. I farmaci basati sul sofosbuvir hanno una efficacia del 90% e il prezzo fissato dalla Gilead è altissimo negli Usa, il prezzo di un trattamento supera i novantamila dollari. In Europa le cifre sono di poco inferiori. Ma il business plan della Gilead potrebbe presto cambiare. Secondo una denuncia appena presentata dall’Università del Minnesota, il brevetto del sofosbuvir e illegittimo: il farmaco sfrutterebbe un meccanismo scoperto e brevettato nel 2002 da Carston Wagner, ricercatore dell’Ateneo di Minneapolis, Se la corte darà ragione all’Università, la Gilead dovrà girarle una parte del ricavato della vendita dei farmaci basati sul sofosbuvir. E’ già successo in altri casi: la Northwestern University di Chicago ,ad esempio, da un’analoga controversia ha ottenuto ben 1,4 miliardi di dollari di royalties sulle vendite dell’analgesico Lyrica, prodotto dalla casa farmaceutica Pfizer. All’Università di Princeton, invece, la Eli Lilly ha dovuto versare 524 milioni di dollari ricavati dall’anti-cancro Alimta.

Il ruolo della ricerca pubblica. Si tratta di cifre enormi: per avere un termine di paragone, i soli indennizzi a Northwestern e Princeton valgono un terzo dell’intero finanziamento pubblico annuale a tutte le università italiane. Cifre così grandi, peraltro, mostrano quanto sia decisivo il contributo della ricerca pubblica nello sviluppo di farmaci redditizi per le aziende farmaceutiche. La torta di cui l’università del Minnesota vuole una fetta è ancora più grande. I farmaci contro l’epatite C (Sovaldi, Harvoni e Epclusa, tutti basati sul sofosbuvir) hanno fruttato ben 19 miliardi di euro nel 2015. La Gilead però non si è fatta spaventare, forte di una causa simile già vinta contro la rivale Merck. Anche l’ufficio brevetti indiano dovrà tornare a pronunciarsi a breve sul sofosbuvir, In un primo tempo aveva respinto il brevetto, ma poi si era rimangiato la decisione. Le associazioni dei pazienti hanno presentato un ricorso che verrà valutato nel mese di settembre. Altri paesi, come  Cina, Ucraina ed Egitto, hanno già bocciato il brevetto della Gilead, ma in India la posta in gioco è più alta. New Dehli, grazie ad una legislazione piuttosto ostile nei confronti dei brevetti occidentali, è diventata la “farmacia” dei paesi in via di sviluppo, a cui vende gran parte dei farmaci salvavita a prezzi inferiori sul mercato parallelo, nonostante le opposizioni del governo statunitense presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Oltre che per il brevetto, però, la Gilead è sotto esame anche per aver eluso il fisco statunitense. Gran parte delle sue attività hanno sede ufficialmente in Irlanda e lì vengono contabilizzate. E’ una pratica comune per molte corporation internazionali, come la Apple, recentemente sanzionata dall’Unione Europea. L’associazione Americans for Tax Fairness, in un rapporto pubblicato nel mese di luglio, ha calcolato che in Irlanda la Gilead paga una tassa pari a solo l’15 dei profitti e ciò ha permesso alla Gilead di risparmiare circa 10 miliardi di euro di tasse presso il fisco statunitense. Grazie a queste manovre finanziarie, il carico fiscale della Gilead è sceso complessivamente dal 27% al 16% negli ultimi tre anni.

Accessi e profitti. Non ostante questi dati, si lamentano anche gli azionisti della Gilead, divenuta in pochi anni la sesta azienda farmaceutica al mondo per fatturato. Le azioni nel 2016 hanno perso il 23% del loro valore e secondo gli analisti finanziari il declino continuerà. Da un lato, la rivale GlaxoSmittkKline sta per lanciare un nuovo farmaco contro l’Hiv, l’altro mercato rilevante per i profitti della Gilead, oltre a quelli dell’epatite C. In secondo luogo, i profitti generati dal sofosbuvir sembrano aver toccato un picco nel 2015 e hanno iniziato una curva discendente. A causa dei prezzi troppo elevati, infatti, il numero di prescrizioni è in calo. Infine, in Europa, dove il mercato è meno controllato dalle assicurazioni private, i governi stanno negoziando l’acquisto del farmaco a prezzi (relativamente) ridotti. L’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa), per esempio, ha stipulato un accordo (secretato) che lega il prezzo dei trattamenti Gilead al numero di prescrizioni. Finora, i trattamenti avviati sono stati oltre cinquantamila, selezionati tra i malati in uno stadio più avanzato della malattia. Nel 2015, il sistema sanitario nazionale ha speso un miliardo di euro per curare trentamila pazienti, con un costo unitario di trentamila euro e relative proteste dei parlamentari del M5S. del caso si è occupata anche la trasmissione televisiva Report. Raggiunta ora la soglia dei cinquantamila trattamenti, il prezzo del farmaco dovrebbe scendere a quindicimila euro; una cifra ancora eccessiva ma comunque più bassa rispetto al resto dell’Europa. L’accordo Aifa-Gilead nel frattempo è scaduto e il nuovo negoziato è in corso. Notevoli pressioni gravano sul direttore dell’Aifa, Luca Pani: garantire l’accesso alle cure al maggior numero di malati, in tempi di tagli alla sanità è un rebus insolubile. Se la Gilead tratta con molti piccoli acquirenti ha il coltello dalla parte del manico. Perciò “dal punto di vista economico sarebbe estremamente più vantaggioso effettuare una tale procedura a livello nazionale, o meglio, ancora, europeo” afferma Pani in L’innovazione sostenibile. Il farmaco e le sfide per il futuro del nostro Servizio sanitario Nazionale (Edra, 2016),visto che circa un quarto dei profitti Gilead proviene dall’UE. Ma il negoziato non esonera la politica: “ai decisori spetta il compito di stabilire quanto si è disposti a pagare e per cosa”, conferma infatti pani. Il potere di contrattazione delle agenzia pubbliche deriva dalla possibilità di rifiutare accordi svantaggiosi, privando le aziende farmaceutiche di un potenziale mercato. In altre parole, per offrire i farmaci a tutti i malati, l’Aifa deve mettere in conto di non offrirli a nessuno. La trattativa, per quanto vincente, si svolge dunque sulla pelle dei pazienti. Per garantire davvero l’accesso alle cure servono regole diverse. (Il Manifesto, 7 settembre 2016, pag.11).

  1. Oltre due miliardi di persone rischiano il contagio del virus Zika. Le zone più vulnerabili si trovano in Africa e in Asia, scrive The Lancet Infectious Diseases. A causa del clima, della presenza di zanzare che trasmettono il virus e dell’intensità del traffico passeggeri dalle regioni già colpite, sono soprattutto a rischio India, Indonesia, Filippine e Thailandia. (Internazionale n. 1170, 9 settembre 2016, pag. 103)
  2. Il dossier finale degli esperti: C’è un legame inconfutabile tra i tumori e i fumi dell’ILVA. Non ci sono dubbi, adesso. Non servono approfondimenti. Gli abitanti di Taranto che risiedono nei quartieri attorno allo stabilimento Ilva (Borgo, Tamburi, Paolo VI), muoiono, si ammalano e si ricoverano di più rispetto a quelli di altre zone della città. L’inquinamento prodotto dalle emissioni industriali non lascia scampo. “E’ stata riscontrata una forte relazione tra PM10 (polveri sottili) e SO2 (gas) di fonte industriale e questi eventi”, è scritto nel rapporto conclusivo coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio con Asl di Taranto, Arpa Puglia e Ares Puglia. Un dossier istituzionale che mette la parola fine alle controversie sulla responsabilità delle sostanze prodotte dall’acciaieria. E’ la prova del nove. Il documento è nelle mani del presidente della regione, Michele Emiliano, che si appresta a renderlo pubblico. La storia sanitaria di 321mila persone è stata ricostruita in dettaglio dal 1998 fino al 2014 attraverso i dati di anagrafe, mortalità, schede di dimissione ospedaliera e registro tumori. Alla fine del 2014, 36.580 abitanti non c’erano più. Una brevissima anticipazione dei risultati è contenuta in un lavoro esposto alla conferenza mondiale della Società Internazionale di epidemiologia dell’ambiente. Un’indagine analitica, molto più specifica rispetto allo studio nazionale “Sentieri” sui siti siderurgici, che confrontava la mortalità e l’incidenza delle malattie a Taranto e col resto della Regione. Di più, nel nuovo rapporto, si fa chiarezza di un elemento controverso. “L’alterato stato di salute dei residenti non è spiegato da fattori di rischio personale, quali fumo, alcol o sedentarietà, “, sottolineano gli epidemiologi. Le vittime sono state uccise  dalle sostanze nocive e non, come hanno sostenuto i periti dell’Ilva, da abitudini insane. Le morti per cancro al polmone (più 17%), malattie cardiovascolari (11%), e infarto (29%), sono legate all’anidride solforosa (SO2) e alle emissioni di polveri (PM10). L’incidenza di cancro al polmone è più alta del 42%, più 100% i casi di neoplasie al rene. Il legame tra mortalità oncologica e emissioni è inconfutabile: la curva dei decessi si alza e si abbassa tra 2008 e 2014 a seconda dell’attività industriale che ha subito flessioni in seguito alla crisi economica del 2009, la ripresa di mercato nel 2010-2011, e il declino nel 2013-2014. “tale sincronia non si osserva altrove”. Colpiti i bambini tra0 e 14 anni di asma e infezioni respiratorie 3 volte di più rispetto ai coetanei. (Margherita De Bac, Corriere della Sera, 9 settembre 2016)
  3. Le etichette bugiarde. “Vi siete mai chiesti da dove proviene il pesce che mangiate?”, scrive Mother Jones. Un rapporto dell’organizzazione non profit Oceana indica che un campione su cinque dei prodotti ittici mondiali ha una etichetta fraudolenta. Ogni punto della filiera presenta problemi, dalla lavorazione al confezionamento, dagli scambi di merce alla rete di vendita. Nel rapporto sono stati raccolti 200 studi sulle truffe nel settore in 55 paesi. Solo una ricerca non riportava alcun imbroglio. Spesso l’origine del prodotto è errata, oppure viene spacciato per pesce pregiato uno di qualità inferiore., o un prodotto di allevamento viene indicato come selvatico. Anche in Italia sono stati segnalati alcuni casi. Secondo un’indagine nazionale, il 59% del baccalà non è autentico. Un altro test, a Catania, ha rivelato che tra i campioni di pesce spada del Mediterraneo esaminati, il 17% veniva dall’Atlantico. Uno dei campioni a una specie di squalo che, secondo l’Iucn, è quasi minacciata. Da uno studio svolto a Prato è invece emerso che l’83%dei prodotti ittici venduti in negozi cinesi aveva una etichettatura non a norma. Infine, un’altra indagine, nel Lazio, ha rivelato che il pesce venduto come gallinella era in realtà pangasio, di valore inferiore. La situazione in Unione Europe è però migliore che altrove. L’Unione ha infatti introdotto   norme su tracciabilità ed etichettatura che tra il 2011 e il 2015 hanno ridotto le frodi nel settore dal 23 all’8%. (Internazionale n.1171, 16 settembre 2016, pag. 96)
  4. Kuwait, primo paese nella gara degli obesi: il merito è dei fast food. Sei delle dieci nazioni con più obesi tra la popolazione sono nel mondo arabo. Il primo paese della classifica (con il 42,8%), è il Kuwait dove sotto accusa è la moda di mangiare nei fast food e le disfunzioni alimentari create dalla ricchezza improvvisa legata al petrolio. Così il Kuwait batte anche il record di interventi allo stomaco, la scorciatoia a colpi di graffette per ridurre il peso. Al secondo posto c’è un’altra monarchia del Golfo: in Arabia Saudita sono soprattutto le donne a essere colpite dai problemi di salute legati all’obesità, come succede in Giordania (quinta nella lista). In Egitto (quarto) i chili di troppo sono concentrati nelle metropoli e tra i giovani delle fasce più povere che si riempiono di cibo spazzatura e bevande gassate: il diabete si diffonde sempre di più tra i ragazzi. Oltre al cambio di abitudini alimentari, responsabile è la sedentarietà in nazioni come il Qatar dove tutti i lavori più duri per la minoranza super ricca vengono svolti dagli immigrati stranieri. (SETTE n.37, 16 settembre 2016, pag.55)
  5. Chi non si fida dei vaccini. I più scettici al mondo sui vaccini sono gli europei, con i francesi in testa: il 41% dei francesi non crede che siano sicuri. I più fiduciosi, invece sono gli asiatici. Così come le persone con più di 65 anni. I russi sono i più scettici sull’importanza delle vaccinazioni in età pediatrica. E’ quanto emerge da un sondaggio condotto dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, che ha coinvolto quasi 66.mila persone in 67 paesi per capire cosa pensa l’opinione pubblica dei vaccini. Dall’indagine è emerso che la maggior parte delle persone riconosce l’importanza dei vaccini, ma ha dei dubbi sulla loro sicurezza – in media è scettico il 12% degli intervistati. I risultati, affermano gli autori dello studio su EBioMedicine, evidenziano che gli scienziati e le autorità sanitarie dovrebbero fare di più per costruire un clima di fiducia. (Internazionale n. 1171, 16 settembre 2016; pag. 95).

 

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1.La corsa da 65 miliardi di dollari ai fertilizzanti. Stavolta potrebbe essere la classica offerta che non si può rifiutare o che comunque basterebbe ritoccare un pochino all’insù per strappare un “si” alle nozze che farebbero nascere il leader globale dei fertilizzanti. Bayer per acquistare Monsanto ha messo sul piatto 65 miliardi di dollari (58 miliardi in euro) , offerta che sta portando il management della multinazionale Usa a più miti consigli rispetto al secco rifiuto opposto all’insistente corte che il gruppo tedesco della chimica e della farmaceutica sta facendo alla multinazionale statunitense da maggio.(…) (Testo integrale su Corriere della Sera, 7 settembre 2016, pag. 37)

2.Camposanto. Bayer conquista Monsanto. La multinazionale tedesca dei pesticidi mette sul piatto 66 miliardi di dollari e si unisce in nozze con il colosso Usa degli Ogm. Ambientalisti e agricoltori: una minaccia per la biodiversità. (Il Manifesto, 15 settembre 2016, pag. 1 e 7)

Economia e ambiente

1.Poveri anziani. Sempre di più i pensionati tedeschi ricorrono a piccoli lavori a breve termine, i cosiddetti minijob, per aver più entrate, scrive la Suddeutsche Zeitung. Secondo il ministero del lavoro di Berlino, alla fine del 2015 ne avevano uno circa 943mila tedeschi di età superiore ai 65 anni. Rispetto al 2010 il loro numero è salito del 22%. Nel 2005 i pensionati con questo tipo di impieghi erano meno di 700mila. I minijob sono cresciuti particolarmente tra gli anziani sopra  i 75 anni: alla fine del 2015 erano 176mila, più del doppio rispetto al 2005. Secondo politici e osservatori ,commenta il quotidiano, questi numeri “sono un chiaro segnale dell’aumento della povertà tra gli anziani in Germania”. Nel paese, inoltre, sono in crescita anche le persone in età di lavoro che hanno un minijob come seconda occupazione. (Internazionale n. 1169, 2 settembre 2016, pag. 103).

2.Un flusso senza fine. I minori che attraversano il confine non diminuiscono e il 60% subisce violenza. Messico. Non diminuisce il numero dei minori d’età che tentano di attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti, non accompagnati da adulti. Secondo l’ultimo dato reso noto dall’Unicef sarebbero ben 26.000 nei primi sei mesi dell’anno soltanto quelli che sono stati fermati dalla guardia di frontiera, senza riuscire a raggiungere gli Usa. Adolescenti, spesso poco più bambini, che fuggono quasi sempre da altri paesi del Centroamerica e attraversano il Messico. Scappano dalla violenza delle pandillas (le bande armate giovanili) povertà, affrontano un cammino denso di pericoli e senza la presenza di un familiare. Guatemala, El Salvador e Honduras sono i principali paesi di provenienza. , secondo la relazione dell’Unicef, che segnala un aumento rispetto al primo semestre del 2015, ma una diminuzione rispetto ai 44.500 fermati del 2014. Da due anni gli Stati Uniti esercitano una forte pressione sul Messico affinché blocchi i migranti minorenni prima che arrivino al suo confine. Le loro storie lungo il cammino sono spesso strazianti. Quasi sempre affidati a gang, simili agli scafisti del Mediterraneo, i ragazzini finiscono spesso derubati, sequestrati, uccisi o possono morire di stenti nel calore del deserto. Le ragazze finiscono spesso per prostituirsi. Un rapporto di Amnesty International sostiene che il 60% delle giovani migranti subisce qualche forma di violenza sessuale durante il viaggio. (SETTE n.35, 2 settembre 2016, pag.41)

 

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