Fare il morto. Gridare No ogni giorno

Le nostre società sono attraversate da un vento di catastrofe; crisi economica, cataclismi ambientali, militarizzazione crescente ne rappresentano i fenomeni più appariscenti e mortiferi. Sentimenti di depressione, senso d’impotenza, angoscia per un futuro che è divenuto minaccia sembrano sempre più diffusi. Una possibilità di restare vivi, di restare in movimento, secondo Enrico Euli, si profila oggi nel potenziamento della propria capacità di “fare il morto”, quale esercizio di desistenza e renitenza: gridare No ogni giorno in tanti modi a tutto ciò che schiaccia le nostre libertà e limita la possibilità di creare un mondo nuovo
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Foto di Francis Azevedo

di Enrico Euli*

1. Catastrophè

Ormai appare chiaro, anche a chi continua a fingere di non vedere e di non sapere: la civilizzazione occidentale è insostenibile per il pianeta, mortificante verso il vivente. E la catastrofe ci avvolge, sentiamo di cadere, di precipitare nel baratro. (Jonas, 2000; Dupuy, 2006; Diamond, 2005; Oreskes-Conway, 2015; Euli, 2007; Caserini-Euli, 2012). Gli stili di vita dell’umanità globalizzata appaiono sempre più come stili di morte.

Ed è inutile negarlo: quel che si respira nelle nostre società è un’aria da ‘fine del gioco’. Si ha la netta sensazione che qualcosa di importante sia giunto al termine e, che – al di là dell’agitarsi convulso delle metropoli e dei mercati (ma forse proprio dentro e per questo stesso agitarsi) – una lunga fase storica stia tramontando.

Alcune lunghe abitudini si rivelavano invecchiate, ma era come se in cambio di quelle non se ne formasse più alcuna. Se si facevano dei piani, si prospettavano in grande, senza realmente credervi; e invece certi ricordi divenivano inaspettatamente definitivi. La sera, accanto al fuoco, si credeva di abbandonarsi a loro… Tutti tentavano la parte e la controparte. Tutti si pareggiavano, non c’era alcuna azione… Guardandoli, poteva credere che avrebbe imparato ad andare e venire, ad asserire e a declinarsi… (Rilke, 1974, pp.178-187, passim).

Sembra di avere davanti un paziente che, pur tenuto in vita dalle macchine, sappiamo già ‘clinicamente morto’. Ma quel paziente, che guardiamo, siamo noi. Una caratteristica particolare di questa crisi odierna è la sua durata. Finito il tempo delle congiunture sfavorevoli, destinate a risolversi nell’arco di un breve periodo, adesso le crisi si muovono su tempi biblici. Procedono lentamente, a onta della velocità impressa a tutte le attività umane della realtà contemporanea. Ogni previsione di soluzione è continuamente rinviata e aggiornata a data da destinarsi, Sembra non finire mai… Si fa regola di vita, piuttosto che eccezione. Costume quotidiano con cui fare i conti, piuttosto che disturbo occasionale e fastidioso di cui liberarsi al più presto e con impazienza… Ci dovremo abituare a convivere con la crisi. Perché la crisi non è temporanea. È per sempre. (Bauman-Bordoni, 2015, p. 9).

2. Sentirsi nessuno

Ricorda: durante la missione non dovrai mai lasciarti influenzare né corrompere. Gli umani sono una specie arrogante, violenta e avida per definizione. Hanno conquistato il pianeta in cui vivono, l’unico al momento di cui possano disporre, e lo stanno portando alla rovina. Hanno creato un mondo pieno di separazioni e categorizzazioni, senza mai riuscire a capire quanto in realtà si somiglino tra loro. Sono psicologicamente incapaci di reggere il passo con la velocità del loro sviluppo tecnologico, tuttavia si ostinano a inseguire un progresso che non serve a nulla, fuorché a soddisfare la loro avidità di denaro e di fama. Non devi mai cadere nella trappola degli umani. Non devi mai guardare in faccia uno di loro senza perdere di vista i crimini commessi dall’intera specie. Sotto ogni faccia sorridente si nascondono tutti gli orrori di cui ognuno di loro è capace e responsabile, seppure indirettamente (Haig, 2015, p. 61).

È assurdo chiedere motivazione e vitalità a chi non può neppure provare a giocare. Se le trovano, sarà per vivere doppie vite clandestine o dedicarsi ad altri giochi (drogarsi, studiare da fanatici religiosi, affiliarsi alla mafia, allenarsi per diventare kamikaze o quantomeno per distruggere vetrine, incendiare cassonetti o cabine telefoniche…).

Se invece viene consentito l’accesso al campo le persone iniziano a giocare, ma come senza crederci: il gioco viene giocato sì, ma automaticamente, senza voglia, senza interesse, senza prospettive. Depressivamente, direi. È facile vederlo oggi negli occhi mortificati degli studenti, quando vengono a lezione o a chiedere la tesi: magari sono stati efficienti e rapidi nel laurearsi, sono interessati a vari argomenti e testi, appaiono intelligenti e preparati sull’esame specifico, ma i loro occhi – se sai vederlo, se hai la forza di vederlo ci dicono, disperatamente: ‘che senso ha tutto questo, cosa c’entra con la mia esistenza più profonda, verso dove mi sto muovendo, che ne è delle mie vocazioni e della mia libertà…?’. Si sentono giustamente avvolti da un sistema buro-tecnocratico insensato, in cui cambiano discrezionalmente regole, giocatori, obiettivi; in cui vigono precarietà e flessibilità e in cui si sentono sempre inadeguati a giocare, risospinti continuamente all’indietro dal mito delle competenze tecniche individuali da acquisire sempre e per sempre; e perennemente valutati, testati, sondati, profilati, secondo parametri di valutazione univoci, quantitativi, omologanti, convergenti, in una competizione pressante con gli altri, spacciata per meritocratica, ma in realtà truccata, inquinata da familismi, corruzioni, cooptazioni più o meno scoperte. Come potrebbero, come potremmo, non sentirci Nessuno, nei meandri di un sistema tanto ciclopico e indecifrabile?

3. Fingersi Nessuno

Nulla il barbaro a ciò: ma dando un lancio, la man ponea sovra i compagni, e due brancavane ad un tempo, e, quai cagnuoli, percoteali alla terra, e ne spargea le cervella ed il sangue. A brano a brano dilacerolli, e s’imbandì la cena. Quel digiuno leon, che in monte alberga, carni ed interiora, ossa e midolle, tutto vorò, consumò tutto. E noi a Giove ambo le man tra il pianto alzammo, spettacol miserabile, scorgendo con gli occhi nostri, e disperando scampo. Poiché la gran ventraia empiuto s’ebbe, pasteggiando dell’uomo, e puro latte tracannandovi sopra, in fra le agnelle tutto quant’era, ei si distese, e giacque. Io, di me ricordandomi, pensai farmigli presso, e la pungente spada tirar nuda dal fianco, e al petto, dove la corata dal fegato si cinge, ferirlo. Se non ch’io vidi che certa morte noi pure incontreremmo, e acerba: chè non era da noi tòr dall’immenso vano dell’antro la sformata pietra che il Ciclope fortissimo v’impose. Però, gemendo, attendevam l’aurora. (Omero, 1947, pp.77-90, passim).

Quando Odisseo si ritrovò, apparentemente senza scampo, sepolto vivo dentro l’antro del Ciclope, al buio, tra le capre, capì. Capì che non aveva senso proseguire ad implorare pietà, a tentare di richiamarsi agli dei, a reclamare diritti; ma capì anche che non avrebbe avuto senso aggredire il gigante, attaccarlo sul piano della forza bruta. Se anche, per miracolo, fossero riusciti ad ucciderlo, il masso gigantesco che chiudeva l’uscita si sarebbe trasformato ineluttabilmente in una pietra tombale per tutti. Noi, oggi, siamo consapevoli di trovarci in una situazione molto simile a questa? Di vivere dentro una caverna senza uscita, ancora sudditi di potenti colossi sanguinari, spietati e senza dio? E cosa possiamo, potremmo, potremo fare per salvarci da chi vuole tenerci in ostaggio a vita o, se ne avesse piacere, di nutrirsi dei nostri corpi e sbranarci? Come si sa, Odisseo – maestro e seguace di Metis – salvò sé e i suoi compagni superstiti con un astuto stratagemma: dichiarandosi Nessuno.

‘Quando le vie diventano troppo difficili o quando non scorgiamo alcuna via, non possiamo più rimanere in un mondo così pressante e così difficile. Quando tutte le vie sono sbarrate, eppure bisogna agire, allora tentiamo di cambiare il mondo, cioè di viverlo come se i rapporti delle cose con le loro potenzialità non fossero regolati da processi deterministici, ma dalla magia.’ (Sartre).

Quando le gambe mi vengono meno, il cuore mi batte più debolmente, quando impallidisco, cado e svengo perché la minaccia del pericolo mi toglie ogni possibilità d’azione, niente mi sembra meno adeguato di questa condotta che mi lascia alla mercè del pericolo. Eppure, osserva Sartre: ‘Questa è una condotta d’evasione, Lo svenimento è qui un rifugio… Non potendo evitare il pericolo attraverso le vie normali e le concatenazioni deterministiche, l’ho negato, attivando una condotta magica dall’intenzione annichilente… (Galimberti, 2013, pp.299-300).

Vari secoli dopo, in un’opera altrettanto epica, Odissea della modernità, sarà Melville a escogitare un nuovo stratagemma per esorcizzare la morte. Ad Odisseo che si fa Nessuno sopraggiunge Quiqueg, che guarisce, esorcizza ed evita la morte costruendosi la propria bara.

Fu in questa circostanza che il mio povero compagno pagano e stretto amico del cuore, Quiqueg, si prese una febbre che lo portò a due passi dalla fine infinita… Povero Quiqueg!… Si prese là un terribile raffreddore che riuscì in una febbre; e alla fine, dopo qualche giorno di sofferenze, lo distese nella branda sulla soglia della porta della morte.

Come deperì e deperì in quei pochi lentissimi giorni, finchè non parve restare di lui molto di più dello scheletro e dei tatuaggi!… Quiqueg, tra la costernazione di tutti, comandò che la bara gli venisse immediatamente portata e non ci fu modo di negarglielo; visto che, di tutti i mortali, certi moribondi sono i più tirannici…

Sporgendosi dalla branda, Quiqueg osservò a lungo con occhio attento la bara. Poi chiese il rampone, ne fece togliere il legno e mettere il ferro nella bara, insieme a una delle pale della lancia. Tutto a sua richiesta, ancora, vennero disposte gallette in giro per i fianchi, e una fiasca d’acqua dolce alla testa, insieme a un sacchetto di terra legnosa raschiata in fondo alla stiva. Fattosi arrotolare come cuscino un pezzo di tela da vela, Quiqueg allora supplicò di deporlo nel suo ultimo letto, per poterne sperimentare le comodità, se ne aveva…

Giacque là, senza movimento, alcuni minuti… Poi, incrociando le braccia, chiese che gli mettessero sopra il coperchio… E lì giacque Quiqueg, nella bara, mostrando poco più del suo volto pacato. ‘Rarmai’ (‘Andrà’; ‘È comodo’), mormorò alla fine, e fece segno che lo rimettessero nella branda. Ma ora che aveva fatto in apparenza ogni preparativo per la morte, ora che la bara si era dimostrata ben adatta, Quiqueg si riprese all’improvviso… (Melville, 1975, pp. 618-624, passim).

Molto più di recente, alcuni superstiti della strage al Museo tunisino del Bardo, ma anche vari studenti sopravvissuti all’attacco di un campus universitario in Kenya, hanno dichiarato di essersi salvati dalla morte, nascondendosi – immobili – sotto i corpi dei già morti, e  cospargendosi del sangue di questi. Sono ancora sopravvissuti, sono vivi, se la sono  scampata, proprio perché, solo perché hanno finto di essere morti, di essere già stati uccisi. Fare il morto, quindi: unica strategia possibile, quando la morte impazza?

4. Fare il morto

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord e anche molti dei per via dall’Est all’Ovest. Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita. Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra. Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli, chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio. Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza. Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe, me ne uscivo di senno più e più volte. Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio, ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde. Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato. Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato: una persona singola per ora di genere umano, che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno. (Szymborska, 2004, p.105).

Sempre più alto è nelle nostre società anche il numero delle scomparse volontarie e dei senza fissa dimora, i sempre più numerosi barboni che frugano nella spazzatura e sopravvivono sulle panchine dei nostri giardinetti, o nelle feroci, infinite puntate di Chi l’ha visto? Questa vita è un rubinetto che perde: produce scarti; e fa proliferare vite che non possono più conoscere alternative a fare il morto. ‘Fate come se fossi morto’, sembrano infatti dirci i loro occhi, anche quando accettano assistenza e conforto. È come un congedarsi, un prendere congedo anticipato dalla vita, un lasciarsi andare, un accomiatarsi. E poi i sommersi di oggi per antonomasia: le migliaia di migranti sulle barche, che provano a galleggiare sui relitti, sulla gomma sgonfia dei canotti, e viaggiano sui corpi morti di altri sventurati che s’avventurano, sperando di uscirne vivi, alla ricerca di una vita, a costo di morire, tra i flutti o ormai in vista delle coste. Le migliaia che ci guardano, con gli occhi sbarrati, da sotto il mare.

Chi, inesperto, si tuffa nell’acqua ha paura dell’‘onda’ che per un attimo lo sommerge e, nel tentativo di salvarsi, diventa malsicuro rispetto alla ‘totalità del mare’; perde la testa, e l’angoscia che l’assale non è più per l’onda, ma per la totalità che gli scompare senza offrirgli un appiglio a cui agganciarsi… (Galimberti, op.cit, p.305)

Fare il morto, quindi, come forma di lotta, come estremo, unico e disperato modo di manifestarsi e di opporsi: il corpo è fermo, inerme e forte della sua sola fermezza.

Unica possibilità che resta è proprio quella di giocare a fare come se si fosse morti, e proprio per restare vivi: per sentirsi e ri-sentirsi tali e per farsi-farlo sentire e sapere agli altri. La nuda vita che si fa presente e potente nella sua derelizione e si getta, a corpo morto, sui sedicenti vivi, nel tentativo di riportarli a sentire la vita, fosse anche solo attraverso il dolore di altri.

Il conflitto si riattiva così attraverso la disperazione, la passività totale del corpo gettato che sa ancora – solo ed essenzialmente – dire no. Kai nekros enika (e da morto vinse), riportano – sulla stele commemorativa – vari monumenti in Grecia dedicati a Cimone, eroe ateniese nella lotta contro i despoti.

È solo l’irrimediabilmente Altro che infine si può opporre come limite alla sfrontata, apparentemente irredimibile, illimitatezza dell’Uno che vuol porsi come unico Soggetto. Come chi non ha più nulla e nulla da perdere, che sa già di essere morto, ma vuole presentarsi alla sua messa funebre, corpore praesenti. E si getta a corpo morto, come scoglio sugli scogli, alle frontiere, nelle stazioni, per le strade, tra di noi. E diviene visibile, fastidioso, seccante, imbarazzante. Gli uomini neri ostacolano e inquietano non più i sogni di bambini, ma i nostri viaggi di lavoratori pendolari, di turisti curiosi, di convulsi uomini d’affari. Si gettano a fianco di cortesi negozi, gentili commerci, panchine dei parchi e dei giardinetti. Morti in piedi, provano almeno a morire in piedi. Se devono morire, se sono già morti, stanno lì, qui, non più altrove.

We are not going back!’, urlano. Stanno così, in mezzo alle nostre vite quotidiane, e le assediano. Perché il corpo è l’ultima cosa che ci resta, e non ha più parole. Come il nostro assetato perturbante, come un novello Garabombo, che sceglie l’invisibilità proprio per rendersi presente, visibile, pericoloso, efficace. Come in tanatosi: un morto che non parla, immobile e apparentemente senza vita. (Freud, 1976; Scorza, 2002).

Ma che, se parlasse, direbbe: ‘Voglio scendere dal Titanic e galleggiare sull’acqua, tra le onde alte del mare e della storia, a braccia aperte, muto e totalmente concentrato nella mia lotta per stare vivo, mostrarmi esistente ed essere riconosciuto in quanto vivente. Reietto quale sono, voglio dire e fare NO, gettarmi sugli scogli alla frontiera, in attesa di giustizia, contro la legge. Mi volete morto? Lo farò, allora. Mi abbandonate? Mi abbandono, allora, e vi abbandono. Ma resto qui, come morto ma vivo, davanti a voi, sino a quando non mi farete passare o sino a quando non morirò, e anche dopo…’

5. Dire, fare, farsi NO

Fino a che punto possiamo dire sì e quando subentra il no? Io penso che dovremmo riprenderci la capacità e la responsabilità di dire no. NO, non un no e però… o un no ma comunque… Penso ci sia bisogno di dire no, un no profondo. Io credo attualmente in una rivoluzione del no e ho bisogno di dire no per rimanere umano… No è ancora una parola che ci consente di dichiararci umani… E io sono un umano che lotta per rimanere umano. (Curcio, 2015)

Il NO risale alla superficie, come in un rigurgito vitale. Viene, torna a galla. C’è molto nel mondo che non muore E molto che vive per perire, che sorge e cade, sboccia per appassire… Il tempo non guarisce né risuscita; Eppure, pazzi di sangue giovane o macchiati dagli anni, Siamo ancora restii a rinunciare a ciò che resta, sentendo il vento sul capo che non rinfresca E sulle labbra l’arida bocca della pioggia… (Dylan Thomas, 1996, p.363).

Stiamo qui provando a considerare la passività come una forma di azione, quando prende la forma del no. Quando sa decidere di esistere e di non esistere, di rinunciare senza rinunciare. Quando apprende un nuovo senso di essere per la morte. Gandhi, da tempo -seppur inascoltato e -se ascoltato- quasi sempre incompreso, inattuale e inattuato, ha iniziato a tracciare chiaramente una via stretta, un sentiero, tra la distruttività della violenza, e della violenza organizzata, e la passività della sottomissione e della fuga dalla lotta: (Manara, 2006, pp.102-110, passim).

Fare il morto può significare quindi ritornare al dàimon che consigliava a Socrate mai cosa fare, ma sapeva sempre dissuaderlo da cosa non fare. O riprendere in mano e tra le braccia parole ormai – e non a caso – desuete: renitenza, defezione, diserzione. (Scott, 2014) Dichiararsi (o farsi dichiarare) non idoneo, disabile, non arruolato, in congedo illimitato e permanente. O almeno allenarsi a boicottare con leggerezza, tenendosi a galla soltanto: facendo il minimo necessario, e solo se costretti; niente di meno, ma neppure di più.

Rimasi seduto per qualche tempo in assoluto silenzio, come per riavermi dal mio stupore. Poi, mi dissi che, con ogni probabilità, non avevo sentito bene, o che Bartleby non aveva capito ciò che gli avevo chiesto. Pertanto ripetei l’invito, quanto più chiaramente mi fu possibile, e con altrettanta chiarezza mi pervenne la risposta di prima: ‘Preferirei di no’. ‘Preferirei di no!’ risposi io, balzando in piedi tutto eccitato e attraversando la stanza con un passo solo. ‘Ma che volete dire? Siete impazzito? Esigo che voi mi aiutiate a collazionare questa copia, ecco’ e gliela spinsi sotto il naso. ‘Preferirei di no’, mi dichiarò una terza volta Bartleby. Io lo guardai immobile. Un volto smunto e composto, gli occhi grigi, opachi, spenti. Non pareva turbato dalla minima agitazione. Avessi scorto nei suoi modi una certa inquietudine, ira, impazienza, impertinenza, in altre parole avessi notato in lui qualcosa di comprensibile, di umano, senza dubbio l’avrei cacciato sui due piedi dal mio ufficio. Ma, così com’era, mi sarebbe stato più facile cacciare dall’ufficio il pallido busto in gesso di Cicerone. Rimasi a contemplarlo per qualche tempo, mentre lui continuava tranquillo a copiare, poi tornai alla mia scrivania. ‘È una cosa ben strana’ mi dissi. ‘Che dovrei fare?’(Melville, 1975, pp.749-750).

Anche i filosofi – ovviamente – si sono lasciati provocare da Bartleby. Fra questi, certo non a caso, Deleuze e Agamben.

Preferirei niente piuttosto che qualcosa: non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà. B. Si è guadagnato il diritto di sopravvivere, vale a dire di starsene ritto e immobile di fronte a u muro cieco. Essere in quanto essere e nient’altro. Si insiste perché dica di sì o di no. Ma sia che egli dica no…, sia che dica di sì, sarebbe subito sconfitto, giudicato inutile, non sopravviverebbe. Non può sopravvivere che muovendosi continuamente in circolo girando su se stesso, in una sospensione che tiene tutti a distanza. (Deleuze, 1993, pp.15-16) E Agamben, di rimando: Di qui l’irriducibilità del suo ‘preferirei di no’. Non è che egli non voglia copiare o che voglia non lasciare l’ufficio, -soltanto preferirebbe non farlo. La formula, tanto puntigliosamente ripetuta, distrugge ogni possibilità di costruire un rapporto tra potere e volere. Essa è la formula della potenza. (Agamben, 1993, pp.65).

Si tratta dell’ou mallon, il non piuttosto, il termine tecnico con cui gli scettici esprimevano il loro pathos più proprio: l’epochè, lo stare in sospeso. Scoto chiama anzi volontà non tanto la decisione, quanto l’esperienza della costitutiva e irriducibile coappartenenza di potere e potere non, di volere e volere non. Secondo la formula lapidaria cui egli affida l’unico senso possibile della libertà umana: experitur qui vult se posse non velle, colui che vuole fa l’esperienza di poter non volere. Esistere solo in quanto posso non volere, voglio non potere. (Agamben, op.cit., p.76)

Questa tendenza può essere meglio compresa come una possibile versione di ‘fare il morto’: essa infatti rispecchia (e reagisce ad) un mondo in cui non solo l’Io, ma anche l’Altro si fa assente. Il venir meno dell’Io, questo suo cordiale disarmo (1), va di pari passo con il tentativo -in gran parte riuscito sinora- di abolire, negare, neutralizzare l’Altro. Le differenze permangono, certo, ma come smussate, impaludate, incistate negli abiti alla moda che frusciano alla corte neoellenistica dell’Uguale. I nostri genitori avrebbero detto che lottavamo per il futuro. Non noi. Noi stavamo combattendo per rimanere noi stessi (Berger, 2009)

A me sembra ancora strano sapere già in anticipo chi ti sta chiamando al telefono, senza più avere la sorpresa di scoprire dalla voce, solo in quell’attimo in cui rispondi, chi è l’Altro che ti cerca. E non sopporto di Facebook, tra le altre cose, soprattutto l’univocità di quel ‘mi piace’ che non conosce e non permette alternativa e negazione, se non il silenzio. La differenza vale soprattutto perché essa abolisce o sconfigge il conflitto; il conflitto è sessuale, semantico; la differenza è plurale, sensuale, testuale; il senso, il sesso sono dei principi di costruzione, di costituzione; la differenza ha l’andamento d’una polverizzazione, di una dispersione, d’un bagliore: non si tratta più di ritrovare, nella lettura del mondo e del soggetto, delle opposizioni, ma dei traboccamenti, delle invasioni, delle fughe, degli scivolamenti, degli spostamenti, degli slittamenti… (Barthes, 1980, p.81)

Si è andato realizzando il sogno relativista: la convivenza multiculturale globalizzata, che revoca le distanze e mescola tutto e tutti nel pentolone per bulimici di un’auto-sedicente, presunta complessità, in cui tutto va bene e tutto si tiene. (Piccolo, 2014).

Il conflitto è stato evitato, soppresso, sempre preventivamente composto, iperlegalizzato, acquietato. Alla dimensione secante dei sessi si sono sostituiti genderismi e transgenderismi, sino al manifestarsi del metrosexual, in cui ogni confine e distinzione si perdono, neutralizzati nella confusione cosmetica di indizi e maschere. Il confronto-scontro tra sinistra e destra, governo e opposizioni, si è definitivamente liquefatto nella palude collusiva e colloidale della politica postideologica.

L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata spenta dall’abolizione della leva e il servizio civile si è trasformato in una prestazione di lavoro sottopagata. Lo sciopero (se la crisi del lavoro non fosse ancora stata sufficiente a rintuzzarne la portata conflittuale) è stato iperlegalizzato e spuntato attraverso obblighi di preavviso, rassicurazioni sindacali e divieti. Il melting pot multiculturale presume di affrontare i movimenti migratori con le insulse e inani ricette dell’integrazione e della tolleranza. Ma sappiamo che senza rispecchiamento e contrasto con l’Altro da sé, il sé non può trovare linfa per sé. Viene a mancare la relazione e, con essa, la possibilità stessa di costruzione di un’identità e di un pensiero.

6. Voler declinare

Ho pensato e creduto per una gran parte della vita che – anche con il mio contributo attivo – la politica si sarebbe mossa verso qualcosa di meglio. Ho creduto alla possibilità nonviolenta di ‘democratizzare la democrazia’. Devo ammettere ora che, malgrado gli sforzi e l’impegno miei e altrui, ce ne siamo allontanati: il movimento è stato inverso alle nostre aspettative. La politica – per come l’ho sempre intesa – non c’è più e quel che è arrivato al suo posto è qualcosa che non le assomiglia, se non per il nome. Negli ultimi anni, il mio modo – paradossale, l’ammetto – per andare controcorrente, per proseguire a sentirmi in movimento, è stato quello di ‘fare il morto’. (Euli, 2016)

Come si fa quando è in corso una sparatoria o un azione terroristica, fingo di essere morto e resto – pur vivo e per restare vivo – più immobile che posso. Se mi muovessi, mi presentassi e mi esibissi al mondo, finirei nelle sue fauci e sarei finito.

Da bambino rimasi colpito da un racconto mitologico riassunto ne ‘I Quindici’: qui Ulisse viene raggiunto dai messi di Menelao che vogliono arruolarlo per la guerra di Troia. Lui sta arando la terra di Itaca e finge di non sapere chi è, di essere pazzo, per evitarsi la chiamata alle armi. Inizia a svellere furiosamente le zolle e ad andare di qua e di là sul campo, come un forsennato, senza dare ascolto a chi lo richiama ai suoi doveri. A quel punto gli inviati achei gli buttano il piccolo Telemaco davanti al vomere, all’improvviso. E Ulisse è costretto a fermarsi, e a cedere.

Oggi, anche per me, l’unico movimento possibile appare quello del declinare. Di declinare gli inviti, gli impegni, le responsabilità. Di accettare il declino, mio e della nostra prospettiva – ingloriosamente tramontante – di civilizzazione. Ed in questo, proprio nel declinare attivamente e transitivamente, di provare a ritrovare il senso del vivere, del muoversi, dell’andare (non necessariamente avanti). Nel declinare intransitivo di questo qual cosa, del nostro mondo per come l’abbiamo sinora conosciuto, dobbiamo imparare a coniugare il declino in forme transitive. Il declinare, infatti, va e andrà avanti ineluttabilmente da sé. Fare il morto – invece – va e andrà declinato da noi. Solo noi possiamo volerlo, solo noi possiamo provare a capire come transitare in questo interregno in corso dalla lunga transizione.

Sì, a noi spetta di imparare le declinazioni: proprio come se dovessimo ricominciare dalle elementari, ad apprendere nuove sintassi, forme inedite del linguaggio e dei comportamenti, o forse riaprire antiche grammatiche, che credevamo ormai superate e inservibili.

E ancora: quella stanchezza faceva sì che le mille vicende sconnesse alla rinfusa davanti a me si ordinassero, al di là della forma, in una sequenza; ogni vicenda entrava in me come la parte di un racconto… Grazie alla mia stanchezza il mondo si sbarazzava dei suoi nomi e diventava grande. Su questo gradino sedeva lo stanco dio, stanco e impotente, nondimeno della sua stanchezza,… con uno sguardo che, se dai veduti, per ogni dove nelle cose del mondo, fosse inteso in modo cosciente e accolto, avrebbe comunque una sorta di potere. Lo stanco Ulisse conquistò l’amore di Nausicaa. La stanchezza rende giovane, come tu non lo sei mai stato. La stanchezza come plus del minus di Io. Non ho una ricetta, nemmeno per me stesso. So soltanto: queste stanchezze non si possono programmare; non si possono perseguire a priori. Ma so anche che non giungono mai senza motivo, ma sempre dopo una crisi, nel trapasso, in un superamento… (Hand-ke, 2000, pp.38-51, passim).

Cosa ne è – e inevitabilmente ne sarà – del vivere (e del morire), in una ‘società della decrescita e della stanchezza’? (Latouche, 2007; Han, 2012; Benasayag-Schmit, 2004).

Questa è la domanda che mi faccio da qualche tempo, e che vi faccio qui.

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Bibliografia
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creazione, Quodlibet, Macerata, 1993
R. Barthes, Barthes, Einaudi, Torino, 1980
Z.Bauman-C.Bordoni, Stato di crisi, Einaudi, Torino, 2015
M. Benasayag-G.Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004
J. Berger, Da A a X, Lettere di una storia, Schweiller, Milano, 2009
S.Caserini-E.Euli, Imparare dalle catastrofi, Altreconomia, Milano, 2012
R. Curcio, alla presentazione del suo libro L’ impero virtuale. Colonizzazione
dell’immaginario e controllo sociale, Roma, 9 luglio 2015, inedita
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Quodlibet, Macerata, 1993
J. Diamond, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, To-
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J.- P. Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami, Donzelli, Napoli, 2006
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E. Euli, Fare il morto. Vecchi e nuovi giochi di renitenza, Sensibili alle Foglie,
Roma, 2016, di prossima pubblicazione
S. Freud, Il perturbante, in Opere complete 1886-1921, vol.19, Newton Comp-
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U. Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2013
M. Haig, Gli umani, Einaudi, Torino, 2015, p. 61
B. C. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2012
P. Handke, Saggio sulla stanchezza, Garzanti, Milano., 2000
H. Jonas, Sull’orlo dell’abisso, Einaudi, Milano, 2000
S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007
F. C. Manara, Una forza che dà vita. La nonviolenza nell’età dei terrorismi,
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Milano, 2006
H. Melville, Moby Dick, Mondadori, Milano, 1975
H. Melville, Bartleby lo scrivano, Mondadori, Milano, 1975
Omero, Odissea, Libro IX, (trad. I. Pindemonte), Carabba, Lanciano, 1947
N. Oreskes-E.Conway, Il crollo della civiltà occidentale, Piano B. Prato, 2015
F. Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino, 2014
R.M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, Milano, 1974
M. Scorza, Garabombo l’invisibile, Feltrinelli, Milano, 2002
17Nome autore, Titolo articolo
J.C.Scott, Elogio dell’anarchismo, Elèuthera, Milano, 2014
W. Szymborska, Discorso all’ufficio oggetti smarriti, Adelphi, Milano, 2004
Enrico Euli

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Euli Enrico, è ricercatore alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari, in cui è docente di Metodologie e tecniche del gioco, del lavoro di gruppo e dell’animazione. Si interessa di metodologie didattiche attive in ambito scolastico e nella formazione sociale di giovani e adulti. Nell’ultimo decennio ha sviluppato le sue ricerche intorno alla ‘pedagogia delle catastrofi’. Ha pubblicato vari testi ed articoli, tra cui: I dilemmi (diletti) del gioco (2004), Casca il mondo! (2007), Imparare dalle catastrofi (con S. Caserini, 2012).

Fonte: rivista Medea. L’articolo riassume, secondo l’autore, il testo da poco in libreria (Sensibili alle Foglie). Il libro sarà presentato a Spin time labs a Roma il 17 dicembre alle 18,30.

 

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1 risposta a “Fare il morto. Gridare No ogni giorno”

  1. 21 dicembre 2016 at 11:20 #

    FARE I VIVI. FARSI “VIVI”.
    Nel 68 alla facoltà di Lettere di Pisa nelle aule ridipinte campeggiavano enormi NO. Era scritto anche sulle porte dei cessi. Come rottura di tutte le separazioni. Come presa di congedo dal “vecchio dietro di noi” per UNA RIVOLUZIONE che chiedeva l’impossibile. Che rompeva i tabù i linguaggi le gerarchie i comandi e i corpi negati…e cercava di DECLINARE l’ESSERE VIVI insieme. Ecco il punto : SFIDARE LA MORTE PER ESSERE VIVI. Ascoltare il dolore del “piccolo vietnamita”massacrato dal NAPALM del più grande esercito del mondo…vederlo mentre corre nudo sulla strada sterrata…e la foresta brucia dietro….sentire l’ALTRO ed essere “vicino”mentre la violenza del POTERE senza limiti compiva il suo crimine infame…e protestare a migliaia di kilometri di distanza nei campus nelle piazze nelle strade dell’OCCIDENTE DEMENTE. Sentirsi VIVI nell’atto nel gesto nella coscienza rivoltata. Come nell’ascolto dei “FOLLI DI GORIZIA”…e nell’umano che affiorava nella CURA dell’altro dei BASAGLIA e dei MEDICI che mettevano in gioco il proprio SE’ per trovare insieme l’origine di una sofferenza esistenziale nata nella società della violenza e della negazione dei bisogni e dei sogni delle speranze e delle necessità vitali. E nella fabbrica mentre si rompevano i ritmi della catena continua e ci si fermava e si bloccava la macchina dello sfruttamento…si conquistava l’attimo la presenza il corpo liberato…e la socialità di classe liberata e liberante. E…e…e…nei tanti luoghi e nelle tante forme l’ESSERE VIVI era la scoperta e la RE-INVENZIONE del mondo nuovo. PANTA REI tutto scorre. E tante altre RIVOLUZIONI grandi piccole ….fatte di momenti di interruzione dei cicli di accumulazione della FOLLIA del SISTEMA estrattivo dell’avidità del danaro della devastazione e della negazione dell’umano…ci sono “state/i”…DIRE NO A LORSIGNORI ed “essere vivi”…
    Come lo siamo stati il 4 DICEMBRE. Quando UN NO CORALE ha percorso e attraversato l’ITALIA e il mondo. Nonostante il rimbombo assordante di TUTTI I POTERI universali faceva eco con l’industria della menzogna della manipolazione della paura e del TERRORE…
    Per questo ora il NOSTRO NO deve continuare nelle pratiche quotidiane per LIBERARE i corpi le menti le città le campagne le strade le case i luoghi…il VICINO e l’altro/a…la TERRA e il futuro i sogni e la speranza. VIA GLI USURPATORI …voto subito…per rifondare LA DEMOCRAZIA DEI VIVI….-http://blog.gaetanostella.it

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