L’ esempio del dottor Domenico

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di Alessandro Ghebreigziabiher*

Il 29 luglio del 2015 il dottor Domenico Moreschi ci ha lasciato. Medico di Monterotondo (Roma), dopo un’intera vita trascorsa tra ambulatorio e ospedale, una volta in pensione ha pensato bene di andare a lavorare come volontario per vent’anni a curare gli immigrati.

Pochi mesi prima, alla fine dell’anno precedente, ho avuto l’onore e il piacere di fargli questa intervista.

Mi auguro che sia di ispirazione anche per voi.

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Quanti anni hai?

Il 10 gennaio ne faccio novanta.

Ti ricordi quando hai deciso che saresti diventato un medico?

Si usa dire non tutti i mali vengono per nuocere. All’età di otto anni (1933, N.d.R.) abitavo a Monterotondo con la famiglia e spesso andavo a giocare vicino a una chiesetta dei frati. Lì c’è una discesa, a quei tempi le strade non erano asfaltate, tutti ciottoli, erano sassose, e fra i vari passatempi che da ragazzini facevamo c’erano delle tavole di legno sulle quali applicavamo delle rotelline, dei cuscinetti a sfera, creando una sorta di carrozzina e facevamo la discesa, uno dei tanti giochetti stupidi. Una volta, venendo giù in con una certa velocità, la mia carrozzella si ribaltò e mi fratturai il femore.

Questo incidente ha comportato una degenza molto lunga. Trasportato a quello che allora era un piccolo ospedale, mi ingessarono, poi mi tolsero il gesso ma poi, dato che non l’avevano fatto bene – c’era un vecchio medico che faceva tutto e delle suore come infermiere – si accorsero che non l’avevano imbottito a dovere e una volta tolto il gesso dopo quaranta giorni mi trovarono una piaga sul tallone. Questa cosa ha complicato il tutto, non c’erano gli antibiotici, medicazioni varie, e c’è voluto tanto tempo, mi faceva male camminando e sono inciampato in una sedia in casa, sono caduto, e la frattura si è riaperta.

A quel punto mi portarono all’ospedale di Roma, mi hanno fatto un intervento con una stecca metallica, una protesi, però c’era una piaga infetta. A quei tempi, senza antibiotici, io ero a letto, e ritennero conveniente aspettare che guarisse, che non fosse più infetta, almeno parzialmente. Ci volle del tempo, poi mi operarono e sono guarito.

Questa piaga medicata era guarita, però rimase sempre una zona delicata. Ricominciai a camminare ma ci volle un po’ per tornare a scuola.

Ogni tanti si riapriva, la medicavo da solo con una pomata, la coprivo con un cerotto, ma diverse volte è capitato che col passare degli anni mi doleva, non potevo indossare scarpe alte e quando mi chiamarono per la leva a diciotto anni mi riformarono per questa ragione. Arrivai alla laurea e ancora, ogni tanto, soffrivo del riaprirsi di questa ulcera. Questo mi ha fatto nascere dentro l’idea di fare il medico. L’avere vissuto tutta questa esperienza, quella del paziente, aver visto la vita dell’ospedale dal punto di vista di quest’ultimo.

Cosa vuol dire per te essere un medico?

È una domanda ovvia. E’ un lavoro molto impegnativo, molto interessante, ma soprattutto molto utile al prossimo.

Se tornassi indietro, rifaresti la stessa professione?

Sì (risponde immediatamente, N.d.R.). Considero una cosa buona, aver fatto il medico. Sono stato fortunato a farmi male alla gamba.

Perché hai scelto di continuare a lavorare come volontario dopo la pensione?

È stato un caso. Incontrai un amico e collega che prestava servizio alla Caritas, in un ambulatorio per i migranti alla stazione termini a Roma e gli promisi che una volta in pensione lo avrei raggiunto. La fregatura (dice scherzosamente, N.d.R.) me l’ha data lui. Nel ’95, a settant’anni, sono andato in pensione e neanche un mese dopo ho cominciato. Poi mi sono detto: ma gli immigrati senza copertura sanitaria sono dappertutto, anche a Monterotondo. E così, dopo aver sparso la voce, in due, tre mesi sono riuscito ad aprire due ambulatori, uno nella mia città e uno a Tor Lupara.

Che differenza c’è tra fare il dottore retribuito e come volontario?

La differenza è che nel primo guadagni e nell’altro no.

Quindi non c’è altra differenza, il lavoro è lo stesso.

Certamente.

Cosa pensa la gente, tra parenti, amici e conoscenti, della scelta che hai fatto?

La maggior parte ha approvato, ma qualcuno tra i conoscenti mi ha riportato il pensiero di altri ancora, i quali non me l’hanno detto in faccia: chi te lo fa fare? È la domanda ovvia che fanno tutti i non volontari ai volontari. E cosa avrei dovuto fare? Cercare di guadagnare altri soldi? Oppure rimanere a casa a stare senza far niente? Posso fare ancora il medico, mi son detto, be’, allora faccio ancora il medico.

Ultima domanda: che idea ti sei fatto degli immigrati? Dopo vent’anni di lavoro con loro, chi sono per te gli stranieri?

Non si può dire (risponde subito, come se questa fosse la domanda più ovvia, N.d.R.). Gli immigrati, gli stranieri, non sono di un solo tipo, di un carattere unico, non sono tutti uguali. Che altra risposta potrei darti?

Già, mentre chi non ha la più pallida idea di quel che parla e addirittura governa città e regioni, orienta il pensiero delle masse e sfrutta l’altrui ignoranza, una persona per bene e incredibilmente umile, che per tutta la vita ha lavorato curando persone, italiani e immigrati, non avrebbe potuto dare altra risposta.

Grazie, dottor Moreschi, grazie di cuore dell’esempio che ci hai dato con le tue parole. E con la tua vita.

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* autore di narrativa, scrittore di romanzi e racconti brevi, attore e regista teatrale è nato a Napoli nel 1968 e attualmente vive a Roma

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