La via della Rojava. Reportage

L’amministrazione autogestita gli ha assegnato la terra. Loro producono senza chimica e vendono ortaggi, mais e latte ai soci della cooperativa a un prezzo più basso di quello del mercato. Ogni quota sociale vale cento dollari. Chi non ha i soldi, puó offrire il suo lavoro, oppure unirsi ad altri. Quando c’è bisogno, i soci si aiutano con una giornata insieme nei campi. “Pianteremo anche un bosco e quando il progetto sarà completo apriremo un agriturismo. Stiamo realizzando il nostro sogno”, racconta Azad, visibilmente emozionato. Fa parte di una cooperativa agricola con cinque mila soci del cantone di Jazeera, nella Rojava. Fino a tre anni fa, da quelle parti, le cooperative non esistevano. Poi è cominciata una rivoluzione che, nel nord della Siria, a soli quattrocento chilometri da #Aleppo, dovrebbe essere impossibile. E invece esiste, cresce, alimenta da tempo speranze nel mondo intero e guarda lontano, perché ha fatto della convivenza la chiave per rendere più forte la comunità. La via inesplorata della Rojava – racconta il reportage scritto per noi e Dinamopress – viene percorsa da molte persone diverse, disposte a imparare e a correggere la rotta ogni giorno

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di X. Haval

Quando nel 2011 è iniziata la rivoluzione, sapevamo che il conflitto si sarebbe trasformato in una guerra tra sciiti e sunniti. Noi invece abbiamo scelto una terza via, quella della convivenza”, racconta Haval Jalil co-presidente di TEV-DEM, “la nostra è una rivoluzione culturale che passa innanzitutto per il rafforzamento delle comunità”. Siamo a Qamishlo, la capitale del cantone di Jazeera, una cittadina di duecentomila abitanti al confine con la Turchia. La regione della Rojava si è dichiarata autonoma nel 2012 e dall’anno successivo sta sperimentando una forma di auto-amministrazione ispirata ai principi del confederalismo democratico, la teoria politico-sociale che rappresenta il punto d’approdo di trent’anni di lotte del movimento di liberazione curdo. Il confederalismo democratico prevede il superamento della forma Stato-Nazione in favore di comunità organizzate su un modello di democrazia diretta che persegue una società basata sulla convivenza di culture e religioni diverse, l’ecologia, il femminismo, l’economia sociale e l’autodifesa popolare. Un esperimento unico al mondo, nel cuore di un Medio Oriente martoriato dalla guerra, dalla repressione brutale e dai fondamentalismi. Un’esperienza che può apparire incredibile se non la si vede con i propri occhi, soprattutto nel contesto dell’atroce conflitto siriano.

Chi scrive c’è appena stato è può testimoniare: è in corso una vera rivoluzione.

Negli ultimi tre anni, l’auto-amministrazione guidata da TEV-DEM, l’organizzazione di collegamento tra i partiti del Kurdistan siriano e i movimenti sociali, è stata impegnata nella riorganizzazione delle istituzioni e nella stesura delle nuove leggi.

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L’unità organizzativa e decisionale minima della comunità si chiama Komin (comune). I komin sono organizzati principalmente su base territoriale, ma ce ne sono anche di donne o di gruppi etnici specifici. In ogni quartiere ci sono 7/8 Komin che eleggono rappresentanti nei consigli di quartiere e poi nei consigli cittadini. Nei Komin si elaborano proposte, richieste e si risponde collettivamente ai bisogni delle comunità. Nei consigli cittadini tornano le proposte di legge dell’amministrazione autogestita per miglioramenti ed approvazione. Ognuno dei tre cantoni del Rojava, Jazeera, Kobane ed Efrin, ha ad oggi un’amministrazione separata. Solo lo scorso anno buona parte di questi territori era controllato da Daesh. Il YPG, la milizia di protezione popolare e la sua brigata di donne, il YPJ, hanno recuperato gran parte del territorio attraverso durissime battaglie. Oggi, solo il cantone occidentale di Efrin è ancora separato da Kobane da una zona cuscinetto occupata dall’esercito turco, al quale Daesh ha ceduto territorio senza opporre resistenza. Nonostante la discontinuità territoriale, per l’anno prossimo è prevista l’elezione del primo “Governo Confederale della Siria del Nord Est – Rojava” attraverso il sistema di democrazia diretta costruito in questi 3 anni. Ma il vero cuore pulsante della rivoluzione curda  è la strategia di transizione dal modello  economico capitalista a un nuovo paradigma di economia sociale.

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Vogliamo che la nostra economia sia costituita per l’80% da cooperative, non crediamo in un modello socialista che proibisca l’iniziativa privata. La nostra idea è che ogni persona abbia un ruolo economico attivo nella società e che la trasformazione avvenga gradualmente attraverso la partecipazione della gente”, spiega Haval Rachid, co-presidente del dipartimento di economia. In Kurdistan ogni incarico pubblico è sempre assegnato a due rappresentanti, un uomo e una donna che hanno la funzione di co-presidenti.

Fino a tre anni fa, le cooperative non esistevano da queste parti fatta eccezione per alcune isolate e malviste esperienze legate al regime di Assad. Oggi nel cantone di Jazeera sono piú di cento e si moltiplicano ad una velocità impressionante. Kasrik è una cooperativa agricola a 120 Km da Qamishlo, in direzione di Aleppo, avviata quattro mesi fa. Oggi conta più di 5000 soci consumatori residenti nelle vicine città di Til Tamer e Dirbesye. “L’amministrazione autogestita ci ha assegnato 5000 ettari di terra. Il nostro è un progetto di lungo termine. In otto anni prevediamo di arrivare a produrre e trasformare la maggior parte dei prodotti agricoli e di allevamento. Già vendiamo ortaggi, mais e il latte prodotto da un gregge di 1250 pecore. Ai lavoratori va l’8% del ricavato, tutto il resto lo reinvestiamo nel nostro progetto fino a che non sarà completato”, ci spiega Azad, uno dei contadini locali che si sono uniti per dare vita a questo ambiziosissimo progetto.

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“Produciamo senza chimica e vendiamo i prodotti ai nostri soci a un prezzo piu basso di quello del mercato. Ogni quota sociale vale 100 dollari. Chi non ha i soldi puó diventare socio offrendo il suo lavoro, oppure unendosi ad altre persone. Quando ne abbiamo bisogno, i soci ci vengono ad aiutare in gruppi per una giornata nei campi. Pianteremo anche un bosco e quando il progetto sarà completo apriremo un agriturismo. Stiamo realizzando il nostro sogno”, prosegue Azad visibilmente emozionato.

Le cooperative agricole sono le uniche che hanno un sostegno diretto dell’amministrazione autogestita. A causa dell’embargo e delle scarsissime risorse economiche, i contributi sono minimi ma simbolicamente necessari per il marcare l’importanza dell’autosufficienza alimentare. Molte cooperative sono promosse dal movimento di donne Kongra-Star, che ne ha già formate una cinquantina. Si tratta per lo più di cooperative a piccola scala: agricole, di allevamento, di artigianato, di ristorazione, di trasformazione alimentare. “Lorin” è una cooperativa che prepara conserve utilizzando prodotti di stagione. “Abbiamo iniziato sei mesi fa. Prepariamo conserve da vendere nella nostra comunità e al mercato. All’inizio i nostri mariti non approvavano, ma poi hanno capito. L’unico capitale che abbiamo sono le nostre mani e vogliamo utilizzarle per partecipare”, spiega Sozda, una delle nove socie lavoratrici. “Abbiamo anche in programma di creare una cooperativa agricola per coltivare direttamente gli ortaggi che trasformiamo” .

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Le cooperative nascono infatti in diversi modi: per iniziative dei movimenti sociali, della gente, dei Komin, ai quali viene richiesto di formarne almeno una, e per filiazione. In quest’ultimo ambito, il ruolo più attivo lo gioca Havgartin, la più grande cooperativa della regione che conta 26 mila soci. “L’idea è nata un anno fa nel villaggio di Zargan durante la crisi dello zucchero. Siamo sotto embargo ed i commercianti capitalisti speculano sui prezzi dei prodotti di base. Così è nata l’idea di formare una cooperativa per comprare lo zucchero e rivenderlo a un prezzo inferiore di quello del mercato. Dallo zucchero siamo passati a molti altri prodotti di prima di necessità proponendo a tutti i komin di aderire in ogni città del cantone. All’inizio la cooperativa agiva solo da grossista, oggi distribuiamo anche i prodotti delle altre cooperative e investiamo il 5% dei profitti nella creazione di nuove cooperative. Da Havgartin ne sono già nate altre otto”, spiega Zafer, membro del consiglio di amministrazione, “il nostro obiettivo finale è sottrarre il controllo del mercato ai commercianti e ai grossisti che non socializzano i profitti con le comunità. Per far questo vogliamo creare anche una banca per promuovere la formazione di nuove cooperative”.

Due cose colpiscono molto di questo processo assolutamente unico, la velocità con la quale la società si sta riorganizzando su un modello sino a oggi inesplorato e l’apertura della gente ad apprendere, scambiare e correggere la rotta. “Noi stiamo sperimentando una strada nuova, cerchiamo di imparare dagli errori che facciamo ogni giorno. Non abbiamo le risposte a tutte le domande. Vorremmo ad esempio conoscer molto di più le esperienze cooperative in altri paesi e le buone idee che posso essere utili al nostro processo”. conclude Zafer servendoci un altro tè,  mentre in televisione scorrono senza interruzione le immagini della guerra, con la sua atroce brutalità e le indistricabili contraddizioni.

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