I “nessuno” come soggetti

A Córdoba, seconda città dell’Argentina, lo Stato è un apparato poliziesco e serve soprattutto a difendere le grandi coltivazioni di soia e la speculazione immobiliare urbana. Quelli che non consumano sono di troppo, i media e il potere li considerano dei “nessuno”. Il problema è che il loro vagabondare, ma anche solo la loro presenza, generano insicurezza. Li riconosci dall’aspetto, sono giovani, poveri, portano quasi sempre la gorra, il berretto con la visiera, e spesso hanno la pelle scura. La polizia ne ferma 200 al giorno, basandosi soprattutto sull’aspetto. Li arresta in modo sistematico sui ponti, alle uscite dai quartieri, mentre tornano a casa. Grazie al Código de Convivencia, che equipara le infrazioni ai reati, perseguitarli non è un reato, così molto spesso vengono anche assassinati o fatti sparire. Il 19 novembre, però, 20 mila persone hanno percorso a Córdoba la decima Marcha de la Gorra contro gli abusi della polizia. Bisognava vederli e soprattutto sentirli, quei ragazzi, mentre danzavano, cantavano, gridavano in testa al corteo. Quando quelli che stanno più in basso, i “nessuno” di sempre, riprendono in mano le redini della loro vita, e per di più lo fanno in forme collettive, è perché qualcosa di molto profondo sta cambiando. Riusciamo ancora a immaginare i più poveri come soggetti? Noi che pensiamo di avere una coscienza politica e ci diciamo “attivisti” o “militanti”, accettiamo di farci da parte, di togliere di mezzo ogni logica accademica o tutela coloniale e limitarci ad accompagnare la lotta per cambiare il mondo dei soggetti che stanno sotto?
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foto: http://prensa.colectivodejovenes.org

di Raúl Zibechi
Quando quelli che stanno più in basso, i giovani (uomini e donne) poveri delle periferie, i “nessuno” di sempre, prendono le redini della loro vita, e per di più lo fanno in collettivo, è perché qualcosa di molto profondo sta cambiando. Un mondo nuovo comincia a spuntare quando l’intellettuale, il dirigente, lo stratega (al maschile), si dissolve per la potenza del collettivo che annuncia una tempesta politica, sociale e culturale di lungo respiro.
Venerdì 19 novembre, a Córdoba (Argentina), una moltitudine di 20 mila persone ha percorso la decima Marcha de la Gorra [la gorra è il berretto con visiera]. Bisognava vederli e soprattutto sentirli quei ragazzi che danzavano, cantavano, gridavano in testa al corteo, quelli che giorno dopo giorno vengono picchiati, assassinati e fatti sparire dalla polizia provinciale, una delle più letali del paese. Una protesta che ha avuto inizio nel 2007  e che esigeva l’abrogazione del Código de Faltas, oggi mascherato da Código de Convivencia, che equipara le infrazioni ai reati, una trappola giuridica del potere provinciale per perseguire giovani “pericolosi”. Vale a dire, i poveri che vivono nelle periferie.
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A Córdoba esiste uno Stato poliziesco funzionale a un capitalismo militarizzato, che ha nell’estrattivismo legato alla soia e nella speculazione immobiliare urbana, i suoi nuclei dell’accumulazione di capitale. Quelli che non consumano sono di troppo; non esistono né per il potere né per i media, sono i colpevoli dell’”insicurezza” e, come segnala Giorgio Agamben, possono essere assassinati senza che questo sia considerato delitto. Il Código de Faltas, approvato nel 1994, è l’elemento legale di questo ingranaggio.
Lo scorso anno sono state arrestate 73 mila persone, soprattutto per la loro “faccia”, vale a dire, per il loro aspetto, per il fatto di essere giovani di pelle troppo scura, per indossare berretti a visiera e abbigliamenti “sospetti” per la polizia. Ogni giorno vengono arrestati all’incirca 200 ragazzi. Dal 2011, più di 150 sono stati assassinati e diverse migliaia picchiati e feriti. La figura giuridica utilizzata dalla polizia è il merodeo [vagabondaggio] che può essere confuso con il passeggiare, il camminare o il muoversi. L’80 per cento dei giovani dai 18 ai 25 anni sono stati qualche volta arrestati.

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La cosa peggiore è che il codice conferisce alla polizia il potere di arrestare, istruire [la causa] ed emettere giudizio in qualsiasi punto del procedimento. Impunità è la parola più adeguata. Non gli permettono di uscire dalle periferie. La polizia li arresta sistematicamente sui ponti e nelle uscite dai quartieri e li persegue ogni volta che fanno ritorno a casa.
La definizione di Stato poliziesco viene sintetizzata da Huayna, militante della Federación de Organizaciones de Base, di Barranca de Yaco, un quartiere periferico di baracche costruite sopra una discarica. “Chiamiamo l’ambulanza e viene la polizia. Chiamiamo i pompieri e viene la polizia. È l’unico servizio che lo Stato ha per noi”.
Hanno percorso un lungo cammino, i ragazzi che aprono il corteo con i ritratti dei loro amici assassinati, come Güere Pellico, 18 anni, fucilato alla schiena mentre tornava a casa in moto. Adesso sono in grado di redigere un testo memorabile, come la Carta abierta al Estado policial [Lettera aperta allo Stato poliziesco], letta al termine della marcia.
Non pretendo di gettar luce sull’azione pubblica che, in ultima analisi, è simile a quelle che vede protagonisti los abajos in tutto il mondo. Il punto cruciale è come i giovani poveri si sono trasformati in soggetti.

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La mia faccia non è il tuo lavoro.

Dal ciclo di proteste 1997-2002, il cui picco è stato la sollevazione del 19 e 20 dicembre del 2001, decine di studenti universitari e di laureati (in maggioranza donne) lavorano nei quartieri poveri, creando laboratori di teatro, di murga [1], riviste e radio comunitarie che si basano sull’educazione popolare. Intorno al 2007, racconta la psicologa comunitaria Lucrecia Cuello, i giovani del quartiere hanno iniziato a riunirsi in grandi assemblee anche di 300 partecipanti. Lì si è verificato un fatto formidabile.
“Ci hanno detto che le decisioni le volevano prendere loro, che volevano uscire in strada e non fare solamente laboratori. A noi tecnici hanno detto di allontanarci e che poi sarebbero tornati a chiamarci”, spiega Cuello. Così, i giovani universitari sono allontanati e hanno aspettato. Ma, soprattutto, hanno capito che la loro logica accademica di lavoro riproduceva “la tutela coloniale sopra i poveri, che continuano a essere subalterni in relazione alle ONG e ai partiti di sinistra”. Da quegli incontri è nato il Colectivo de Jóvenes por Nuestros Derechos che convoca le Marchas de la Gorra.

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Con il tempo e con la permanenza nei territori, una manciata di laureate si sono aggiunte ai ragazzi che “hanno superato l’educazione popolare grazie all’incontro che hanno avuto tra di loro, che è stato determinante per rompere con il tecnico e con il militante che va nel territorio”. Si tratta di una spiegazione simile a quella offerta da Huayna e da altri militanti di oltre una decina di organizzazioni sociali che lavorano nelle periferie. “Noi stessi per noi stessi”, sarebbe la sintesi, anche se sempre si più si dovrebbe usare il femminile, perché loro [le donne] hanno cominciato a incidere molto negli ultimi anni.
Fin qui, in ristretta sintesi, il racconto di questo levarsi in piedi che ha reso possibile la Marcha de la Gorra, dal doppio sguardo delle periferie e dei “tecnici”. Le domande si accumulano. Siamo in condizione di pensare, e di sentire, che i più poveri possono essere soggetti? Noi che ci diciamo militanti, accettiamo di farci da parte per limitarci “semplicemente” ad accompagnare i soggetti de abajo? Sentiamo veramente che possono cambiare il mondo senza avanguardia politica o intellettuale?
Arrivati a questo punto, qual è il ruolo dei militanti, o come la chiamiamo questa attitudine di vita? Primo, comprendere con la pelle, fare nostre le sofferenze collettive. Secondo, accompagnare un processo senza dirigerlo. Terzo, rallegrarci per essere accettati come uno/una in più. Quarto, dire ciò che pensiamo quando ce lo chiedono e stare in silenzio il resto del tempo. Politiche dell’etica e dell’umiltà. Facendo al contrario, la nostra rivoluzione si limiterà a riprodurre il colonialismo e il razzismo.

[1] La murga è una forma di teatro di strada che comprende musica, danza e recitazione con una forte connotazione satirica e parodistica (fonte: wikipedia).

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo: Sí, se puede: los de abajo como sujetos

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

 

La nuova corsa all’oro

Società estrattiviste e rapina

 E’ il quinto quaderno di Abya Yala, il nome con il quale il popolo Kuna, allora insediato in una regione che oggi corrisponde al nord della Colombia, indicava l’intero continente, prima dell’arrivo degli europei. Si chiama “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, l’autore, Raúl Zibechi, sulle pagine di Comune, non ha davvero bisogno di essere presentato.

sin-titulo279Il testo è inedito, le 106 pagine includono anche 5 schede di “estrattivismo” italiano le hanno curate i nostri compagni di sempre, il gruppo di Camminar Domandando, in collaborazione con Re:Common, che nella prefazione scrive:  “Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti.

oroInvestimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, “cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana”.

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l”estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è  ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

Camminar domandando (www.camminardomandando.wordpress.com)

Il libro non sarà in vendita nelle librerie e potrà essere acquistato solo ordinandolo via mail ad Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com. Il prezzo è di 7 euro, comprese le spese di spedizione.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata in Italia nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei.  Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

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