I giorni del rischio. Da Ceuta a Niamey

Hanno rischiato l’assalto del muro di lame taglienti alto sei metri della barriera che il Marocco protegge per conto della Spagna. A Ceuta i feriti sono oltre un centinaio, tagliati dalla politica e dalla deriva securitaria. Gridavano la libertà che non si trova da nessuna parte se non dentro se stessi, passati i fili spinati della paura. Saranno in seguito resi invisibili dai documenti e ricondotti al confine con un foglio di latta da esibire alle associazioni umanitarie. Ambulanze del sistema… Il rischio di nascere, di vivere, di credere e di partire, dopo la protesta dei migranti nell’enclave spagnola in Africa. Braccati, etichettati, sepolti nella sabbia e ricercati come i peggiori malfattori della storia contemporanea. Un gran bel testo di Mauro Armanino, missionario a Niamey, in Niger, ispirato a una celebre poesia di David Maria Turoldo

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Ma noi rimpiangemmo le vecchie catene
come il popolo ambiva nel deserto
l’ossequio al re per le sicure ghiande…

David Maria Turoldo – Tornino i giorni del rischio, 1985

di Mauro Armanino
Qui da noi si corre il rischio di nascere. Poi ci si abitua con gli anni e sono in pochi a farci caso. Rischiare di andare a scuola dipende dalle circostanze e dal luogo. Sotto una tettoia o i rami secchi con le spine affilate dal vento. E’ un rischio crescere e appena grandi di attraversare la strada. Ci si prende per mano fin dove è possibile e si spera di raggiungere l’altra sponda. Si assume il rischio di viaggiare senza sapere dove. Si rischia di tornare a mani vuote o di non tornare più quelli di prima. Si rischia di pensare e anche di tacere. Per le elezioni presidenziali poi non ne parliamo neppure. La democrazia è un rischio troppo grande da affrontare per la politica. C’è la polizia e l’esercito che sanno a chi dare credito. I poveri rischiano di scomparire nelle sabbie mobili della dimenticanza. Oltre quattrocento hanno preso il rischio di dare l’assalto alla rete metallica di Ceuta questo venerdì mattina. Feriti e dai piedi nudi sfidano il futuro.

Qui da noi si corre il rischio di vivere. Tra governanti corrotti e sistemi internazionali di ricatto. Coi diritti umani variabili a seconda del colore delle pelle e del portafoglio. Il rischio di detenzione, identificazione e soprattutto di espulsione. Il rischio di passare le frontiere col solo documento che il volto attribuisce all’umano. La storia è una migrazione che si racconta quando ancora non si è arrivati a destinazione. Hanno rischiato l’assalto del muro di lame taglienti alto sei metri. Un attacco da manuale in vari punti distinti della barriera che il Marocco protegge per conto della Spagna. A Ceuta i feriti sono oltre un centinaio, tagliati dalla politica e dalla deriva securitaria. Gridavano la libertà che non si trova da nessuna parte se non dentro se stessi, passati i fili spinati della paura. Saranno in seguito resi invisibili dai documenti e ricondotti al confine con un foglio di latta da esibire alle associazioni umanitarie. Ambulanze del sistema.

Qui da noi si corre il rischio di credere. Nel giorno che forse arriva senza annunciarsi. Nel lavoro che svanisce nel nulla e nelle raccomandazioni che puntellano l’economia informale. Nel rischio di prendere Dio come testimone dell’umana follia e di scusarlo al cader del sole. Arrivano le le malattie e le epidemie che seminano inutili feritoie nei cimiteri urbani. Rischia il vento di scavalcare i fili spinati e le macerie della democrazia mal nata. La ricchezza della povertà sperperata con illusorie promesse di facili supermercati di sogni invenduti. Rischiamo di credere ancora che il mattino dopo sarà diverso il suono delle parole. Imprestiamo tempo a chi l’ha perduto e inventiamo forme inedite di sopravvivenza decente. Per gli egoisti neppure un elefante non basterà per sfamare. Per chi è solidale anche la zampa di una cavalletta sarà sufficiente per nutrire il villaggio. Così afferma la saggezza dei contadini che rischiano ancora di seminare.

Qui da noi si corre il rischio di partire. Quando rimanere non serve o non basta più. Quando la sconfitta grida nel silenzio complice dei progetti di sviluppo integrato col niente. Rischiano di partire quando non sono pronti, preparati, scelti e eletti dalla sorte. Braccati, etichettati, sepolti nella sabbia e ricercati come i peggiori malfattori della storia contemporanea. Passano e assaltano la rete, colmano le cronache, arricchiscono quelli che per loro si sono fatti importanti. Partono rischiando di tagliarsi con le parole acuminate del diritto di asilo che cambia direzione. La Croce Rossa ha assistito centotre di loro feriti alle mani e al cuore dai tagli della civiltà. Rischiano l’esilio, la deportazione, la derisione, la cancellazione e la delusione. Si tratta dell’assalto alla barriera più importante da dieci anni a questa parte. Dicono le autorità competenti che altre centinaia di giovani sono stati respinti e interpellati dalla libertà.

Niamey, dicembre 016

L’articolo che ci ha inviato Mauro Armanino è stato pubblicato anche sul blog che l’autore tiene sul Fatto quotidiano, 

* Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. Già operaio e sindacalista della Flm a Casarza Ligure. Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Poi ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova. “Sono stato cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina sono partito in Liberia per sette anni. Ho conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza sono rimasto in centro storico a Genova coi migranti e ho operato come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri di origine africana. Da oltre due anni mi trovo in Niger per un servizio ai migranti e nella formazione. Sono stati pubblicati alcuni miei libri dalla Emi, l’editrice missionaria (Isabelle, 5 nomi per dire Liberia, La storia si fa coi piedi). Con l’editrice Gammarò di Sestri Levante è uscito il libro-tesi: La storia perduta e ritrovata dei migranti, per Hermatena (Bologna) ho pubblicato La nave di sabbia. Migranti, pirati e cercatori nel Sahel”.

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