Scelte non negoziabili

Esiste un vero dibattito pubblico sulla strategia di Finmeccanica–Leonardo di puntare sulla produzione militare cedendo importanti aziende del settore civile? Chi deve decidere il destino della multinazionale italiana sotto controllo pubblico? È possibile cominciare a svuotare di senso il dominio militare introducendo scelte etiche, proposte concrete di disarmo e di conversione ecologica e sociale dell’industria delle armi? A proposito di Costituzione da difendere e attuare: cosa vuol dire oggi ripudiare la guerra come prevede l’articolo 11? Un intervento e un appuntamento il 6 dicembre a Roma
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di Carlo Cefaloni

Dopo il referendum del 4 dicembre, che ha bocciato la riforma costituzionale avanzata dal governo Renzi, coloro che vogliono entrare nel merito dell’applicazione della Costituzione, potrebbero prestare attenzione all’incontro di martedì 6 dicembre 2016 nella sede dell’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo (Iriad).

L’Archivio disarmo, che ha sede vicino la centralissima piazza Cavour, è un autorevole centro di documentazione, informazione e formazione “autonomo e indipendente” sui temi della pace e della sicurezza, fondato nel 1982 per iniziativa del senatore Luigi Anderlini e di un gruppo di cittadini e attivisti tra i quali troviamo il professor Maurizio Simoncelli che inizierà i lavori dell’incontro su “Scelte di pace e industria delle armi”. Il caso in esame riguarda Finmeccanica – Leonardo, un’impresa multinazionale italiana controllata dal ministero dell’economia e finanze. Oltre 47 mila dipendenti distribuiti, oltre che in Italia, nel Regno Unito, Usa, Francia, Germania, Spagna, Polonia, Australia, India, Brasile, Canada e altro ancora. Dal primo gennaio del 2016 la ristrutturazione del gruppo industriale ha portato a configurare un’One company, cioè «un’unica società che incorpora per fusione le controllate OTO Melara e WASS e assorbe le attività delle controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi e Selex ES». Si tratta di un progetto condotto con decisione dal presidente della società, Gianni De Gennaro, e dall’amministratore delegato Mauro Moretti, proveniente da Ferrovie dello Stato. Entrambe, nominati rispettivamente nel 2013 e nel 2014, agiscono in base al mandato ricevuto dai vertici dello Stato. Moretti rientra tra le scelte strategiche operate dal presidente del consiglio Matteo Renzi ad aprile del 2014 assieme alla direzione di altre società come Eni, Enel, Poste e Terna. È qui che si gioca buona parte del futuro dell’economia del Paese.

Per quanto riguarda Finmeccanica, che è un grande patrimonio di competenze e tecnologie avanzate a livello internazionale, almeno dall’inizio del Duemila l’orientamento costante è stato quello di concentrarsi, a discapito di altre aree, nel settore aerospaziale e difesa, che ora impiega il 70 % degli occupati in Italia.

Due deputati del Pd, Lorenzo Basso e Mario Tullo, pur appartenendo al partito del premier, hanno criticato, nel 2015, «la cessione di Ansaldo Breda e Ansaldo STS, per fronteggiare la crisi finanziaria del gruppo» facendosi carico delle «legittime preoccupazioni tra i lavoratori, in particolare tra quelli di STS, che operano in un azienda con bilanci sani, leader mondiale del segnalamento ferroviario», ma la società è stata, comunque, ceduta alla giapponese Hitachi. Andando oltre il caso specifico, il problema più ampio riguarda «la scelta di restringere il perimetro di Finmeccanica al settore militare», non tanto e soltanto per questioni etiche ma perché l’intera visione strategica, secondo i due parlamentari genovesi, «appare contraddittoria con l’indirizzo che tutti i governi occidentali stanno compiendo di investire maggiormente nei settori civili dell’energia e dei trasporti». Anche la rete mondiale dei sindacalisti di Finmeccanica, costituitasi ad aprile 2016, è concorde nel vedere la crescita dell’industria aerospaziale e difesa nel suo insieme (8,7 milioni di persone con un totale di 58,1 milioni di posti di lavoro nell’indotto), ma, sottolinea, «soprattutto nell’aeronautica commerciale e civile».

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Sta di fatto che la scelta di produrre armamenti comporta la necessità di trovare i mercati più promettenti senza troppe sottigliezze. Lo testimoniano i nostri concorrenti e alleati come riporta apertamente Alberto Negri su Il Sole 24 ore del 19 novembre 2015 affermando, ad esempio, che l’Arabia Saudita «è la principale cliente degli armamenti francesi che quest’anno, con l’acquisto di reattori nucleari per 12 miliardi di dollari, ha salvato l’Areva dal fallimento» mentre «negli ultimi cinque anni i sauditi hanno acquistato sistemi d’arma da Washington per 100 miliardi di dollari, di cui 12 negli ultimi mesi, nonostante il Congresso abbia sottolineato la persistente violazione dei diritti umani e i crimini di guerra in Yemen».

Seguendo questa prassi, Mauro Moretti ha risposto così a Repubblica Tv che, nel novembre 2015, gli ha posto la questione sulla opportunità di vendere armi a Paesi coinvolti in conflitti o in contrasto con i diritti umani: «Fornire armamenti a Paesi come Arabia Saudita e Qatar che sono considerati controversi? Sono Paesi che sono legittimati dagli Usa ed entrano a far parte del fronte Occidentale (…) E noi siamo un’impresa che lavora secondo le leggi italiane e le rispettiamo tutte. Abbiamo 50 mila persone da dover alimentare».

Se questo è lo stato di fatto non negoziabile di Finmeccanica, si può intendere l’imbarazzo che ha colto i deputati e senatori presenti il 16 marzo 2016 quando, durante un’iniziativa promossa dai giovani del Movimento dei Focolari nelle aule dei gruppi parlamentari, invece del solito appello generico alla pace, è arrivata  la richiesta di uno «stop all’esportazione di armi e al loro transito sul territorio nazionale, verso Paesi in evidente stato di conflitto armato o che stanno commettendo gravi violazioni dei diritti umani; lo stanziamento di fondi per la riconversione a fini civili dell’industria bellica; la trasparenza e controllo delle transazioni bancarie verso importazioni, esportazioni e transito di sistemi d’arma». Istanze che sono state assunte direttamente dal Movimento dei Focolari in Italia sostenendo tutte le iniziative delle associazioni, movimenti e reti che lavorano da decenni su questo fronte e rilanciando il tema con un seminario aperto (tra parlamentari, associazioni e centri di ricerca) il 5 luglio 2016 a Palazzo Montecitorio su Guerre, scelte di pace e riconversione industriale.

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Da questa ostinazione nasce l’incontro del 6 dicembre che cerca di fornire elementi per una possibile diversa politica industriale secondo una logica realista a partire dalle prospettive dalla commissione parlamentare di indagine su Industria 4.0, che ha messo in evidenza i settori dove conviene investire per il futuro, assieme alle osservazioni avanzate da Iriad sul Libro bianco della Difesa, che disegna il futuro delle nostre forze armate nel nuovo secolo, ascoltando economisti come Vincenzo Comito, che ha pubblicato uno studio su Finmeccanica, rappresentanti sindacali di primo piano del settore metalmeccanico, come Gianni Alioti (Fim) e Alessandra Tibaldi (Fiom), la consigliera di amministrazione di Banca popolare etica (Nicoletta Dentico), Riccardo Troisi di Reorient, da sempre promotore di un’economia di giustizia, il rappresentante e già presidente di Legambiente (Vittorio Cogliati Dezza), assieme al presidente del Movimento politico per l’unità (Focolari), Silvio Minnetti, che sostiene il dialogo aperto con i parlamentari che si mostrano disponibili ad entrare nel merito di una questione che sembra troppo complessa e tecnica per essere affrontata seriamente anche perché investe un cambiamento strutturale profondo che pochi hanno il coraggio di pensare.

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Nella discussione della manovra di bilancio, infatti, un gruppo di deputati ha proposto un pacchetto di 13 emendamenti cosiddetti “pacifisti”. Tra questi la richiesta di un costituzione di un fondo di 50 milioni di euro presso il ministero dello sviluppo economico per la riconversione dell’industria militare. Una cifra che verrà, molto probabilmente, respinta ma che impallidisce nei confronti dei 64 milioni di euro al giorno impiegati dall’Italia per armi e soldati secondo il rapporto dell’Osservatorio militare sulle spese militari reso noto a fine novembre. Torniamo così all’inizio del discorso. Cosa vuol dire oggi la fedeltà all’articolo 11 della Costituzione? Il “ripudio della guerra” richiede o meno una conversione della nostra economia? Esiste oggi qualcuno in Italia disposto a prendere sul serio questa sfida?

Programma

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