Cuba, Fidel e il Che in América Latina

L’influenza del Che e di Fidel sui popoli dell’America Latina ha avuto la forza di un maremoto, soprattutto tra i più giovani, che con Cuba scoprivano la possibilità di fare politica in un altro modo, molto legato all’azione e senza doppiezze né vuota retorica. Nel corso dell’intero Novecento, nessun processo politico ha mai lasciato un’impronta profonda quanto quella segnata dalla rivoluzione cubana. Tra le ragioni della passione che i ribelli del mondo intero hanno continuato a nutrire per decenni verso l’esperienza caraibica vale la pena di segnalare almeno l’idea di non pensarsi come un modello da riproporre in modo pedissequo, un atteggiamento refrattario all’ “imborghesimento” dei suoi principali dirigenti e la grande solidarietà espressa verso altri popoli senza mai pretendere nulla in cambio

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di Raúl Zibechi

Nessun processo politico ha segnato la regione latinoamericana con un’impronta così profonda come la rivoluzione cubana. Né le rivoluzioni indie di Túpac Amaru e di Túpac Katari, né la rivoluzione nera ad Haiti. Neppure la potente rivoluzione messicana di Villa e di Zapata o la quasi sconosciuta rivoluzione boliviana del 1952. Quello che è successo a Cuba ha elettrizzato il continente. È riuscito a magnetizzare la vita politica in due potenti poli che, in sintesi, si dicevano anti e pro imperialismo.

Chi volesse riesaminare la stampa dell’epoca, come il settimanale Marcha – dove scrivevano Mario Benedetti e Juan Carlos Onetti e che è stato diretto da Eduardo Galeano – potrà scoprire la polarizzazione che si verificò tra i suoi lettori. Ma, soprattutto, la passione nella difesa di una rivoluzione guidata da giovani che si avvalevano di argomenti semplici e convincenti, che parlavano senza giri di parole e lanciavano invettive verso l’impero che pochi, prima, avevano avuto il coraggio di pronunciare.

L’influenza del Che e di Fidel in América Latina ha avuto la forza di un maremoto tra i più giovani, che scoprivano che si poteva fare politica in un altro modo, senza doppiezze né vuota retorica; che si poteva dire pane al pane e vino al vino, cosa che le élite dell’epoca avevano dimenticato nel tanto lungo quanto inutile esercizio del potere.

Verso l’inizio degli anni ‘60, la regione aveva svoltato a sinistra, prima sul terreno della cultura, poco dopo nella politica. C’era quindi un clima favorevole per accettare la realtà di una Cuba rivoluzionaria, che insegnava che il cammino dell’azione diretta era più fecondo delle deludenti liturgie elettorali che i partiti comunisti continuavano a ripetere. La rivoluzione cubana ha messo in discussione le statiche strategie comuniste, una ragione in più per entusiasmare una gioventù studentesca desiderosa di azioni di strada come sfida per le oligarchie.

La rivoluzione cubana è stata una fiamma che ha preteso di incendiare il continente. Dal 3 al 14 gennaio del 1966, a L’Avana, si riunì la Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli di Asia, Africa e América Latina, conosciuta come la Tricontinental, che ospitò le forze rivoluzionarie di 82 paesi. La dichiarazione della conferenza mostrava un tono ottimista: “La situazione mondiale favorisce lo sviluppo della lotta rivoluzionaria e antimperialista dei popoli oppressi”.

Difendeva la lotta armata come il metodo principale per sconfiggere l’imperialismo. Erano gli anni della guerra in Vietnam, ma anche delle lotte armate in Venezuela, Guatemala, Perù, Colombia; e, in Africa, dello spiegamento delle guerre anticoloniali in Guinea, Mozambico, Angola e Congo. Erano ancora fresche le vittorie in Algeria e a Dien Bien Phu nei confronti del colonialismo francese. La Conferenza di Bandung (1955) che diede vita al Movimento dei paesi non allineati, del quale Cuba ha fatto parte, mostrava un mondo in rapida trasformazione.

Nel 1967 venne fondata l’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS) in un incontro a L’Avana che ospitava quasi tutta la sinistra della regione. Fidel chiuse l’incontro marcando le distanze con i partiti comunisti: “Nessuno si faccia illusioni di conquistare il potere pacificamente in nessun paese di questo continente, nessuno si faccia illusioni; e chi pretendesse di dire alle masse una cosa simile le starebbe ingannando miseramente ”.

Nella critica ai comunisti ortodossi, Fidel si spinse ancora oltre: “Alle volte i documenti politici cosiddetti marxisti danno l’impressione che si possa andare in un archivio e si possa chiedere un modello; modello 14, modello 13, modello 12, tutti uguali, con la stessa verbosità, che logicamente è un linguaggio incapace di esprimere situazioni reali. E molte volte i documenti hanno divorziato dalla vita. E a molte persone viene detto che è questo il marxismo… E in cosa si differenzia da un catechismo, e in cosa si differenzia da una litania e da un rosario?”.

Negli anni successivi alla creazione della OLAS si verificò una svolta profonda, nell’isola e in tutta la regione. Nell’ottobre di quell’anno, in Bolivia, il Che morì in combattimento e furono provati i limiti del movimento armato. Nel 1968 avvenne il massacro di Tlatelolco, in Messico. L’annunciato raccolto delle dieci milioni di tonnellate di canna da zucchero si concluse con un fallimento che spinse la direzione cubana ad avvicinarsi alle posizioni “realiste” dell’URSS. Agli inizi degli anni ‘70, la potenza del movimento rivoluzionario, sia nelle campagne che nelle città, mostrava fragilità e sconfitte. Nel 1970 Salvador Allende vinse le elezioni e divenne il primo presidente marxista ad arrivare al governo attraverso la via elettorale.

Il realismo

Il realismo seppellì i sogni di prendere d’assalto il potere. Tuttavia, la rivoluzione cubana rimase nell’immaginario latinoamericano come un riferimento ineludibile, malgrado gli errori e i fallimenti, la restrizione delle libertà e il fatto di non aver mai raggiunto lo sviluppo economico di altri paesi della regione.

Trovo tre ragioni principali per cui questo questo fervore per Cuba (per Fidel e il Che) si è mantenuto nel tempo.

Uno: l’appoggio illimitato della direzione cubana alle sinistre latinoamericane che, nel giusto o nell’errore, cercavano la rivoluzione. È stato in quel periodo che la stella cubana ha cominciato a brillare nel firmamento ribelle della gioventù latinoamericana e si è forgiato l’impegno cubano con l’América Latina. La morte del Che confermava questa vocazione da un’etica del sacrificio e dell’ascetismo.

Due: Fidel e gli altri dirigenti cubani hanno commesso errori, e alcuni orrori, ma mai si sono corrotti, mai hanno vissuto come borghesi.

Tre: Cuba è stata solidale come nessuno lo è stato con i latinoamericani. Le migliaia di medici che lavorano a Haiti, dove Cuba non si aspetta di raccogliere nulla per sé, o le decine di migliaia di poveri operati gratuitamente agli occhi da oculisti cubani, stanno lì come testimonianza di una rivoluzione che non li ha delusi. Solidarietà che non chiede nulla in cambio.
Articolo pubblicato su Diagonal con il titolo Cuba (y Fidel y el Che) en América Latina

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

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