Ora l’imperatore espone la sua nudità

Non siamo preoccupati solo noi messicani, scrive Gustavo Esteva, il mondo intero ha mille ragioni per esserlo. Molti statunitensi sono addolorati e angosciati. Non vogliono riconoscersi nello specchio che è stato messo loro davanti, e meno ancora nell’ondata di espressioni di odio che si è scatenata. Qualcosa di simile succede agli europei, che a loro volta non vogliono riconoscere il loro dispotismo, il razzismo, il sessismo mascherati da savoir faire. Eppure il solo fatto nuovo è che è caduto il velo su quello che per molti anni si era cercato di coprire. Il re (o l’imperatore) è nudo: si vede la natura stessa del regime in cui viviamo, quello che si auto-definisce “democrazia”. Lo sapevamo. Così s’è creata l’illusione che lo “Stato”, quel fantasma linguistico che serve a manipolare la realtà, fosse anche uno spazio di gestione in cui ci si poteva occupare e prendere cura degli interessi della gente. Populismi di vario genere hanno alimentato quell’illusione. Per fortuna, però, chi sta in basso, costruisce autonomia nella vita di ogni giorno e pian piano demolisce la propria dipendenza dal mercato e dallo Stato. Si occupa da sé di ciò che riguarda il cibo, la salute, l’educazione, la casa… Comincia a seminare in un vaso nella veranda e, in men che non si dica, ha già un orto nel cortile. Quando poi si vede che ogni giorno qualcuno riesce a sconfiggere il fascista che tutti portiamo dentro, quello che ci fa desiderare che altri governino la nostra vita, rinasce la speranza
Republican presidential hopeful Donald Trump holds a Henry repeating rifle that was presented to him after speaking at the Republican Party of Arkansas Reagan Rockefeller dinner in Hot Springs, Ark., Friday, July 17, 2015. (AP Photo/Danny Johnston)

foto tratta da internet KXAN.com

di Gustavo Esteva

La cosa più sorprendente è la sorpresa stessa. A ben vedere, l’unica novità è che l’imperatore espone la propria nudità e ridicolizza i cortigiani che facevano finta che fosse vestito.
Noi messicani, specialmente quelli che vivono negli Stati Uniti, abbiamo mille motivi e mille ragioni per preoccuparci di quello che ci minaccia. Ma non dovrebbe sorprenderci il disprezzo dimostrato nei nostri confronti. Questo disprezzo è molto antico. È ciò che ha causato nel 1847 la decisione del Congresso statunitense di tenersi soltanto la metà di quello che era stato il Messico: non volevano tanti messicani nel paese che stavano ampliando. Questo atteggiamento non è infondato. Ci sono mille motivi per disprezzare le classi dirigenti messicane. A tutt’oggi, guardano soltanto verso nord. Vanno a farsi curare a Houston. Come diceva bene Monsiváis, sono i primi statunitensi nati in Messico. Come non disprezzare quelli che oggi, in questi giorni funesti, si comportano come polli senza testa, mentre si litigano i loro piccoli bottini?
Non siamo solo noi messicani ad essere preoccupati. In tutto il mondo c’è chi ha mille ragioni per preoccuparsi. Molti statunitensi sono addolorati e angosciati. Non vogliono riconoscersi nello specchio che è stato messo loro davanti, e meno ancora nell’ondata di espressioni di odio che si è scatenata. Qualcosa di simile succede agli europei, che a loro volta non vogliono riconoscere il loro dispotismo, il loro razzismo, il loro sessismo… mascherato da savoir faire.
L’unico fatto nuovo è l’aver sollevato il velo, mostrando con cinismo e sfacciataggine quello che per molti anni si era cercato di coprire. La novità è che oggi si vede che tutto questo rientra nella natura stessa del regime in cui viviamo, che si definisce come democrazia. Non è un caso che le due società che l’hanno inventata, quella ateniese, che ha coniato il termine, e quella statunitense, che le ha dato la sua forma moderna, abbiano avuto degli schiavi. Negli ultimi 150 anni la schiavitù è stata rivestita di bei colori, e si è riusciti a convincere la maggior parte della gente che nelle società democratiche prevale la libertà, che tutte e tutti possono fare quello che vogliono, che gli Stati Uniti sono ‘la terra della libertà’ e che questo elemento è la base del Sogno Americano… Oggi, finalmente, tutti possiamo vedere che cosa realmente è.
L’illusione non è crollata l’8 novembre. È stato un lungo processo. L’insurrezione zapatista ha stimolato i movimenti antisistemici. L’Argentina nel 2001 e gli Indignados spagnoli nel 2011 hanno costituito due momenti fondamentali del processo. Occupy Wall Street ha segnato il risveglio. Segnalando che questo regime era al servizio dell’uno per cento ha fatto sì che milioni di persone potessero dire a voce alta quello che da tempo sapevano.
A partire da Marx si è rilevato che il governo della società capitalistica è il consiglio di amministrazione della borghesia. Lo sapevamo. L’avevamo sotto gli occhi. Ma si è creata l’illusione che lo “Stato”, quel fantasma linguistico utile per la manipolazione, fosse anche uno spazio di gestione in cui ci si poteva occupare e prendere cura degli interessi della gente. Populismi di vario genere hanno alimentato l’illusione. Molta gente ha continuato a crederci anche sotto i regimi fascisti. Negli ultimi decenni, le sinistre l’hanno consolidata: i governi “progressisti” si sarebbero occupati di soddisfare le richieste di tutti. Così è stato anche negli Stati Uniti. Obama era la prova della fine del razzismo. La signora Clinton lo sarebbe stata del sessismo.
La novità, ora, è che l’imperatore espone la sua nudità. Accetta di essere l’uno per cento e riconosce che il sistema opera a suo beneficio. E afferma di essere più efficiente dei “politici” nel gestirlo. Confida nel fatto che la maggior parte della gente crederà in quello che le hanno insegnato: che qualcosa della ricchezza dell’uno per cento scende a cascata su tutte e tutti. E se non ci crede, la si costringerà ad accettarlo.

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Nonostante tutto, la nuova coscienza costituisce già una nuova speranza. Di continuo si moltiplicano iniziative e proposte che creano alternative, a cui si accostano alleati inattesi, fino a poco tempo fa impensabili. Quelli che credevano che gli Stati Uniti fossero una benedizione per il mondo e che la loro società fosse la migliore, cominciano a riconoscere che cosa sono e che cosa fanno. Da tutte le parti prendono forma nuove coalizioni di scontenti. Persone appartenenti a gruppi e ideologie molto diverse, che si contrapponevano o per lo meno erano divise, oggi si uniscono nella resistenza.
A livello di base, nella vita quotidiana, la gente costruisce autonomia e pian piano demolisce la propria dipendenza dal mercato e dallo Stato. Si occupa da sé di ciò che riguarda il cibo, la salute, l’educazione, la casa… Comincia a seminare in un vaso nella veranda, e in men che non si dica ha già un orto nel cortile. Inizia una piccola ribellione contro la dittatura medica gettando nella spazzatura alcune pillole, e poco dopo ha già recuperato la sua capacità autonoma di guarire. Spezza una dopo l’altra le catene che la legano all’addomesticamento educativo, dentro e fuori la scuola; recupera la libertà di imparare…
La speranza sorge, soprattutto, quando si vede ogni giorno che qualcuno è riuscito infine a sconfiggere il fascista che tutti portiamo dentro, quello che ci fa desiderare che qualcuno governi la nostra vita. Ogni giorno qualcuno, molti, milioni, cominciano a concepire e a mettere in pratica forme comunitarie di governare la propria vita.

Fonte: la Jornada
Traduzione a cura di Camminar Domandando
Camminar Domandando è una rete di relazioni impegnata nella traduzione e diffusione delle voci provenienti dal mondo latino americano radicato in basso e a sinistra, con una particolare attenzione al variegato mondo indigeno. Sul nostro sito sono gratuitamente consultabili e scaricabili articoli, libri e quaderni di cui abbiamo curato la traduzione. Tra i tanti autori: Gustavo Esteva, Jean Robert, Raul Zibechi, Pablo Davalos.
L’adesione di Gustavo Esteva alla campagna Ribellarsi facendo di Comune-info
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gustavoesteva@gmail.com

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