Apprendere in modo diverso

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di Angela Maltoni*

In questo primo trimestre di anno scolastico ho avuto modo di svolgere molta attività di formazione, da docente e non, sia nella mia città che in diversi centri del nord Italia. Ogni volta, conclusa la sessione, ripenso a quello che ho cercato di trasmettere ai colleghi e a ciò che ho imparato. Incontrare insegnanti di luoghi anche molto lontani tra loro, “mischiare” – condividendole – le conoscenze e ascoltare buone pratiche facilita senza dubbio la crescita professionale. A mio avviso la formazione è da sempre – e non solo da quando viene imposta dalla cosiddetta “Buona Scuola” – uno stimolo a rivedere, in chiave critica e pedagogica, tutto quello che quotidianamente coinvolge la pratica didattica.

Le attività che ho condotto hanno riguardato il metodo che utilizzo nella mia classe sperimentale – il Metodo Naturale mutuato da Célestin Freinet – ma anche tematiche legate al plurilinguismo, all’intercultura e alla gestione di classi multiculturali.

Ultimo, non per importanza ma di tempo, l’intervento a cui ho partecipato a Trento in duplice veste – docente/discente – sulla cittadinanza mondiale.

Fare attività di formazione lontano dalla propria realtà scolastica, come mi era già accaduto in precedenza ancora a Trento e a Piacenza, suscita in me un maggiore interesse. Sia verso i relatori che nei confronti delle osservazioni degli insegnanti che mi siedono a fianco in platea, partendo dal presupposto che chi sceglie attività di formazione incentrate su temi specifici come quelli sopracitati sia in qualche modo coinvolto, stimolato e motivato al cambiamento.

Tuttavia, spesso mi viene spontaneo pensare che, come si suol dire, “tutto il mondo è paese”: purtroppo alcune osservazioni, un po’ stereotipate, si ritrovano ovunque. Lo “straniero”, passatemi la provocatorietà del termine, viene visto – anche se da un numero di docenti in netto calo rispetto a qualche tempo fa – ancora come “emergenza” e in alcuni casi come un “problema”. E questo accade tanto a Genova, dove le classi ormai da molti anni sono eterogenee per provenienze geografiche, quanto a Trento, dove il fenomeno migratorio è assai più contenuto. L’accoglienza viene ormai svolta come pratica consolidata, anche se ho avvertito un certo scoraggiamento riguardo alle criticità dovute alle lingue di provenienza e alla valutazione. Nel caso specifico, alcune scuole – la mia è tra queste – in nome dell’autonomia scolastica e della normativa hanno da tempo adottato un metro di valutazione attento ai bisogni di questi alunni prevedendo – con attività individualizzate – un’attenzione particolare nelle proposte e tempi più lunghi.

Nonostante se ne parli da molti anni, l’intercultura così come l’educazione alla cittadinanza mondiale sono ancora intese come discipline parallele e non trasversali e questo implica un “accantonamento” delle attività in tempi ristretti e non adeguati. Pochi insegnanti riescono a comprendere l’importanza di “mischiare” e “contaminare” tutti gli apprendimenti in modo che l’intercultura, le tematiche legate alla pace, alla cittadinanza mondiale, alle differenze e alle diversità possano diventare veramente lo sfondo integratore in grado di permeare tutte le discipline e il “fare scuola” quotidiano. Alcuni, inoltre, pur avendo letto le indicazioni nazionali e le molte circolari che caldeggiano queste modalità di approccio, evitano di trattare “certi” argomenti perché reputati troppo difficili o non consoni all’età dei bambini.

Parallelamente, l’innovazione didattica non mi pare ancora “assorbita” e il fare scuola risulta sempre troppo legato a scadenze e a programmi che non ci sono più.

La “lentezza” tanto agognata da Gianfranco Zavalloni non è ancora stata assimilata, così come la necessità di dare più tempo a tutti i bambini nel rispetto della loro crescita, delle loro difficoltà e della condivisione. La conversazione e la lettura quotidiana di testi da parte dell’insegnante – nella mia classe si svolgono nell’“angolo morbido” – sono pratiche assai poco diffuse anche nella scuola dell’infanzia. Molti colleghi, quando racconto questo mio modo di affrontare la giornata scolastica, spesso mi chiedono se non mi “fa perdere tempo” per “andare avanti” con altre attività. Pochi giorni fa, a Trento, ho invece trovato alcuni insegnanti che per iniziare la mattinata scolastica utilizzano il “dado dell’amore o della pace”. Trovo questa “gioco” molto stimolante e penso che a breve lo proporrò ai miei bambini.

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Alla lentezza e al bisogno di imparare a perdere tempo: è dedicato il quaderno “Ci vuole il tempo che ci vuole” (edizioni Comune)

Un’altra cosa di cui mi sono accorta durante gli interventi di formazione è che difficilmente si ragiona o si propongono attività in un’ottica di sviluppo delle competenze. Mi rendo perfettamente conto – anche perché l’ho vissuto in prima persona – delle difficoltà a riadattare una pratica portata avanti per anni; tuttavia i necessari ripensamenti dell’azione didattica mi sembrano ancora troppo “subìti” e non “agìti”. Per quanto riguarda poi la didattica della lingua, nella maggior parte dei casi il metodo utilizzato per l’apprendimento della lettura e della scrittura è piuttosto rigido e non in linea con le ricerche dello sviluppo evolutivo del bambino e le recenti scoperte delle neuroscienze riguardo alle competenze specifiche utili a tale insegnamento. Il bambino non sempre viene messo al centro dell’azione educativa, il fulcro da cui partire, ma spesso è ancora concepito come “vaso da riempire e non fuoco da accendere”. Mi è capitato tante, troppe volte di vedere facce perplesse di fronte ai tentativi di scrittura ancora incerti dei bambini della scuola dell’infanzia e della primaria. Perché non solo i genitori ma anche alcuni insegnanti pensano ancora che sia la scuola a dover gettare le basi degli apprendimenti in un’ottica poco attenta ai vissuti e alle esperienze pregresse. Questo avviene molto spesso anche con quei bambini che arrivano da altri paesi, dove la “negazione” o il “non riconoscimento” di una vita vissuta “altrove” causa problemi legati all’inserimento e li fa sentire poco compresi e accettati.

Da quello che ho potuto ascoltare e condividere con alcuni colleghi, anche l’ambiente-scuola e la cura dell’aula sono spesso influenzati negativamente da una serie di norme di sicurezza che vanno contro quella che dovrebbe essere la gestione dello spazio-aula. Spesso, un po’ ovunque, i dirigenti amministrativi e i responsabili della sicurezza negano agli insegnanti la possibilità di attaccare cartelloni, carte geografiche e manufatti, applicando alla lettera norme che dovrebbero invece essere riviste. Assurdo, quando poi armadi, scaffali, banchi e sedie in dotazione risalgono a diversi decenni fa e sono tutto fuorché sicuri e a norma…

Penso che la scuola debba ancora crescere e sia necessario lavorare sulla formazione degli insegnanti aiutandoli a porsi domande e stimolandoli verso nuove conoscenze. Nello stesso tempo, tuttavia, temo che imporre la formazione non sia la strada giusta. A mio parere sarebbe molto meglio – e questo è stato più volte condiviso dai gruppi di docenti con i quali ho lavorato – prevedere all’interno delle scuole gruppi guidati da esperti in grado di supervisionare il lavoro di rinnovamento e revisione della didattica. Insomma, forse la strada è stata segnata ma si presenta ancora impervia e piena di ostacoli.

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* Maestra a Genova, si occupa di intercultura e di plurilinguismo e di progetti di promozione della lettura. È autrice di “Una scuola tante lingue. Lavorare in una classe multiculturale” (introduzione di Graziella Favaro, Junior-Mce, Biblioteca di lavoro dell’insegnante, Gennaio 2013)

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