Populismo, democrazia, insorgenze

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di Gianfranco Ferraro e Francesco Biagi*

Il filo rosso che attraversa l’ultimo numero monografico del Ponte “Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico” è dato innanzitutto dall’interrogativo sul rapporto che intercorre tra le nuove forme di populismo e la crisi che attraversano oggi le forme di rappresentanza. Ma cosa nominiamo effettivamente quando parliamo oggi di populismo? Possiamo riflettere su questa forma del politico contemporaneo con gli stessi strumenti che si sono utilizzati per comprendere, ad esempio, i populismi sudamericani del ‘900?

Parlare di populismo significa inevitabilmente prendere di petto tutte quelle forme che interagiscono, a vario titolo, con la crisi che oggi attraversa la nozione di democrazia. Con i processi che hanno terremotato la relazione tra democrazia e istituzioni rappresentative. Il nostro filo rosso finisce così con l’interrogare inevitabilmente anche tutte quelle forme del politico che, dentro e a partire da questa crisi, contribuiscono a terremotare lo stesso orizzonte dello Stato moderno, per come lo abbiamo fin qui conosciuto. Il Mercato globale, le sue tecniche, appaiono attraversati da un movimento per cui, allo status dogmatico di una finanza che sempre più agisce, quando ostacolata, in termini dittatoriali, ovvero sostituendosi ai tradizionali dispositivi di rappresentazione della sovranità, si oppongono soggettività del tutto eterogenee, imprecise nei loro contorni e persino nelle loro parole d’ordine, ma tutte orientate a riproporre un legame, qualunque esso sia, tra la condivisione pubblica della decisione e la sua attuazione. A un meccanismo di potere sempre più ritratto nelle maglie d’acciaio di una gabbia tecnica, si sono opposte in questi anni forme di ripresa dello spazio pubblico che sempre più hanno avuto come scenario le piazze. Spesso però, e nel breve volgere di qualche mese, l’eredità di queste riattivazioni politiche, quando non ferocemente represse, ha finito con l’innervare nuovi meccanismi di rappresentanza e di rappresentazione: è esattamente qui, sulla soglia in cui falliscono esperienze democratiche di altra natura rispetto a quelle proposte dalle istituzioni tradizionali, che troviamo il populismo. La soglia è quasi sempre quella di una rottura del rapporto tra un territorio e la popolazione che lo abita: ed è sempre in questa soglia che finiscono con l’agitarsi in modo perverso la paura dello straniero, l’ansia di nuovi e vecchi confini, il fantasma, per l’Europa, di una nuova balcanizzazione. Ma è sempre in questa soglia che nuovi scenari si aprono, e spesso, proprio a partire dalla dimensione urbana. Scenari in cui una figura populistica si misura con forme di autogestione dello spazio pubblico e di effervescenza democratica: lo abbiamo visto nel caso delle elezioni amministrative di Barcellona, così come di quelle, più recenti, di Napoli.

Si tratta, pertanto, di interrogare questa soglia.

La società spettacolare integrata, di cui parlava Debord alla fine degli anni ’80, sembra aver fatto posto nel frattempo, dentro lo scenario statuale, ad una nuova forma di “spettacolo” della politica: uno spettacolo in cui forme costituzionali differenti, e ideologie tra loro anche molto distanti, si trovano però unite da uno stesso linguaggio e da immagini simili. Al centro troviamo l’azione di una sola personalità, i cui tratti messianici devono di volta in volta confrontarsi con lo specifico contesto culturale e storico, senza che però vengano meno quelle somiglianze che ci consentono di accostarli. Dal Sudamerica dei Kirchner, di Chavez e di Morales, alla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan, fino all’Italia di Berlusconi e di Renzi, si è costruita con sempre maggiore chiarezza la formula di un dispositivo politico in cui il capo dell’Esecutivo concentra su di sé, oltre che un numero di poteri sempre più ampi, anche la rappresentazione del corpo sovrano e l’egemonia sullo “spettacolo” politico. Così, formule di concentrazione semi-dittatoriale del potere governativo, e modalità che una volta avremmo chiamato quantomeno bonapartiste, si sono andate annacquando dentro una prospettiva in cui la tradizionale forma costituzionale dello Stato viene integrata da una nuova forma di rappresentanza: una rappresentanza molto spesso ridotta, tuttavia, a semplice orizzonte di legittimazione per decisioni che hanno in una nuova figura di capo politico il loro cuore pulsante. Allo stesso tempo, vediamo come anche formule di opposizione o di critica al trionfante discorso neo-liberista assumano linee guida populistiche: è il caso ad esempio del movimento italiano dei 5 Stelle, così come, in maniera differente, di partiti politici quali Podemos in Spagna, o di Syriza in Grecia.

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Eppure, accanto a questi fenomeni, i nostri anni ne hanno conosciuto appunto un altro, altrettanto pervasivo: dal movimento spagnolo 15M alle rivolte delle Primavere arabe, fino alle più recenti proteste parigine contro la riforma del codice del lavoro, le insorgenze democratiche che hanno attraversato lo scenario globale costituiscono un’alternativa, o piuttosto un controcanto, come vorrebbe Laclau nel suo testo La ragione populista, a quelle formule di ri-legittimazione dello Stato che costituiscono il neo-populismo contemporaneo? Ed è possibile in questo senso parlare di una formula unica del populismo, o piuttosto, a seconda delle differenti ideologie, occorrerebbe parlare piuttosto di differenti tipi di populismo?

Per comprendere con occhi nuovi i fenomeni politici che si stanno manifestando in questo primo, drammatico scorcio del secolo XXI, ci sembra importante provare allora a ragionare, ad esempio includendo nella nostra riflessione l’esempio della Chiesa cattolica guidata dal papa sudamericano Bergoglio, dentro una storia di lunga durata: la crisi della democrazia rappresentativa, crisi di cui i neo-populismi e le nuove insorgenze democratiche appaiono come evidenti sintomi, è di fondo anche la crisi di una “avventura del potere” tutto sommato limitata nel tempo ad appena duecento anni. Le nuove figure in cui questa crisi trova esito non ripropongono forse antiche formule di legittimazione o di contestazione del “corpo del re”? Lo spettacolo del populismo sembra ereditare infatti, così come lo spettacolare integrato di Debord, la lunga storia della “gloria” governamentale di cui Giorgio Agamben ha fatto negli ultimi anni, seguendo Foucault, un’archeologia. E così, nelle insorgenze urbane, a loro volta spesso riassorbite in nuove formule populistiche, non troviamo forse lo “spettro” di quella democrazia in persistente contrasto con la statualizzazione del potere, di cui hanno parlato Henri Lefebvre e Miguel Abensour? Vi è forse, al centro di questi due esiti della crisi post-democratica, una nuova dialettica?

Forse, quella che abbiamo fin qui chiamato “globalizzazione” dev’essere pensata fino in fondo come una colonizzazione, da parte del’economia di mercato, di dimensioni della politica, così come della soggettività, fino ad oggi sconosciute. Di più: l’economia di mercato ha forse inventato di sana pianta alcune dimensioni del politico. In questo senso, al pensiero della sinistra, e alla “tradizione degli oppressi”, è venuta meno negli anni una considerazione specifica che sia il Marx dei Grundrisse che, in misura ancora maggiore, il Marx del Capitale, aveva ben presente: ovvero il fatto che l’economia di mercato è, prima di ogni altra cosa, una specifica modalità di creazione del mondo. Una specifica modalità di organizzazione delle condotte di vita. Si tratterebbe di capire allora in che termini il populismo e le insorgenze democratiche contemporanee siano figli di una economia finanziaria che punta, oggi più mai, a farsi mondo. Se inoltre, con Carl Schmitt, possiamo pensare, accanto ad ogni forma politica, l’esistenza di una metafisica, dobbiamo chiederci anche quali siano le “metafisiche” di cui il neo-populismo si farebbe portatore e come, attraverso quale utopia alternativa del mondo, ad esse possono essere contrapposte delle condotte di vita che pure nelle più recenti insorgenze urbane hanno avuto e hanno una qualche espressione.

Diverse sono le prospettive che si incrociano nelle pagine che seguono: presentiamo a questo proposito, per la prima volta in traduzione italiana, la trascrizione del dialogo su “democrazia e rappresentanza” tra i filosofi Jacques Rancière, ispiratore del movimento 15M, e Ernesto Laclau, teorico di riferimento di Podemos, avvenuto il 16 ottobre 2012 presso l’Università di San Martín di Buenos Aires nel quadro di una conferenza intitolata “La democrazia oggi”. Inedite anche le nostre interviste a due pensatori contemporanei, come Pierre Macherey, storico della filosofia e filosofo cruciale per tutto il pensiero utopico contemporaneo, e Boaventura de Sousa Santos, riconosciuto “ideologo” dei movimenti di partecipazione popolare che nei primi anni del 2000 si incontrarono nei “Forum sociali mondiali”.

I lettori possono individuare nel nostro numero una tripartizione: i contributi dei pensatori citati, che costituiscono in qualche modo le linee di fuga delle nostre riflessioni, sono preceduti da una prima parte, in cui troviamo i saggi di matrice più teorica, e una seconda parte, in cui troviamo invece dei contributi che provano a fare il punto su alcune delle situazioni concrete in cui i vari fenomeni politici di cui parliamo trovano una loro espressione diretta. Tra i primi sono compresi quindi gli scritti di Mario Pezzella, Benjamin Arditi, Stefano Azzarà, i quali evidenziano i pregi e (soprattutto nel caso di Pezzella e Azzarà) i limiti della produzione intellettuale di Laclau, mettendo a confronto in modo particolare il suo pensiero con l’attuale crisi delle forme democratico-rappresentative. Sempre in questa parte, troviamo quindi i saggi di Giovanni Allegretti e di Nadia Urbinati, che riflettono rispettivamente sullo statuto contemporaneo delle istituzioni partecipative e dell’attuale crisi delle istituzioni rappresentative, e di Gianfranco Ferraro, che indaga il rapporto tra populismo e democrazia insorgente a partire dallo statuto che la verità acquista in questo rapporto. L’intermezzo storico-letterario di Danilo Soscia propone una riflessione sul dispositivo populista a partire dalla nuova edizione del libro Scrittori e popolo, in cui Alberto Asor Rosa ricostruisce il rapporto fra produzione letteraria e la messa in scena del popolo. Nella seconda parte, accanto al saggio di Marco Tarchi, che ben riassume le sue recenti analisi circa lo statuto del populismo in Italia, troviamo lo scritto di Thomas Casadei, che si interroga sui “tempi” che caratterizzano populismo e democrazia, e sulle forme di populismo che caratterizzano la crisi odierna del Partito Democratico, e di Francesco Biagi, il quale a partire dalle categorie filosofico-politiche di Ernesto Laclau tenta di leggere l’attuale congiuntura politica italiana, riflettendo sul paradosso della creazione di un “populismo di sinistra” anche nel nostro Paese. Concludono questa parte i saggi di Carlos de La Torre, che riflette sullo statuto del populismo contemporaneo in America Latina, di Rosario Scandurra, che traccia una breve storia del partito spagnolo Podemos, al momento in cui scriviamo ancora al centro di una difficile partita post-elettorale, di Luca Onesti, che sottolinea prossimità e differenze tra l’orizzonte politico portoghese, oggi dominato da una coalizione tra socialisti, comunisti e movimentisti di sinistra, e l’orizzonte politico italiano, e di Silvia L. Gil, la quale ci invita a riflettere sulla possibilità di rendere egemonico dal punto di vista culturale e politico un ordine del giorno femminista.

Un particolare, sincero ringraziamento va da parte nostra al direttore de “Il Ponte”, Marcello Rossi, e alla redazione tutta, per la comprensione, la fiducia e il sostegno che ci hanno accordato in questi mesi: al pensiero di un nuovo socialismo, di un socialismo del XXI secolo, abbiamo tentato di dare in questo modo, sulla strada tracciata a suo tempo da Calamandrei, il nostro contributo.

Dedichiamo questo nostro tentativo alla memoria del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso negli scorsi mesi dallo Stato egiziano.

 

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