Parlarci

Ci hanno tolto anche la parola. Invece di essere una forma autonoma di relazione, il linguaggio si sta trasformando in un dispositivo di isolamento e in uno strumento di manipolazione e controllo. Estirpano le lingue, le cancellano, promuovono l’unificazione globale imposta dal capitale, che può condannarci alla cecità e al silenzio. Nel mondo ci sono ancora oltre cinquemila lingue. Cento appartengono al 95 per cento della popolazione mondiale; le restanti, l’immensa maggioranza, all’altro 5. Ogni settimana una di queste lingue vive muore e con essa muore una civiltà, un modo di essere e di pensare. Intanto, ci hanno invaso parole-ameba, come Sviluppo, che significa quasi qualsiasi cosa, dal costruire grattacieli a installare gabinetti, dal perforare pozzi petroliferi a cercare acqua. E’ un concetto di un vuoto gigantesco che ha dominato il dibattito pubblico per più di mezzo secolo. Serviva a rivestire tutte le opere e le azioni che depredano i popoli e per denigrare coloro che resistono. Con le baionette non si può governare; con le parole sì. Il linguaggio è un territorio che dobbiamo difendere
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Tutte le foto sono di Massimo Tennenini

di Gustavo Esteva

Nel mezzo della guerra, come parte della campagna generale di spoliazione, ci hanno tolto anche la parola, le parole. E così vogliono sotterrare Tlataya o Ayotzinapa, oppure fanno trionfare il no in Colombia.

Le parole sono le porte e le finestre della nostra percezione; la nostra esperienza del mondo dipende dalle parole che usiamo. E’ questa la minaccia che oggi incide sulla nostra capacità di parlarci… e di sapere ciò che accade. Invece di essere una forma autonoma di relazione, il linguaggio si sta trasformando in un dispositivo di isolamento e in uno strumento di manipolazione e controllo.

Il campo del linguaggio è ricco e vario come la natura … ma la guerra che gli viene mossa fa declinare la diversità linguistica. Governo e mercato estirpano lingue, le cancellano distruggendo la creatività vernacolare e locale del linguaggio, promuovono l’unificazione globale imposta dal capitale, che organizza la guerra presente e può condannarci alla cecità e al silenzio. Esistono tuttora nel mondo oltre cinquemila lingue. Cento di queste appartengono al 95% della popolazione mondiale; le restanti, l’immensa maggioranza, all’altro 5%. Delle lingue vive, il 30 per cento sono parlate in Asia e in Africa, il 20 nella regione del Pacifico, il 16 nel continente americano; in Europa si parla solo l’1 per cento, 67 lingue. Ogni settimana una di queste lingue vive muore; con essa muore una civiltà, un modo di essere e di pensare.

Ci hanno invasi parole-ameba. Ma forse non dobbiamo associare questo innocente animaletto trasparente, dai contorni incerti, con le mostruosità verbali delle quali soffriamo. E’ preferibile (usare, ndr) il termine “parole plastiche”, come suggerisce il linguista tedesco Uwe Porksen. Le ha elencate e caratterizzate con rigore. A suo dire, esse sono “la chiave maestra della vita quotidiana”; facilmente accessibili, “infiltrano interi campi della realtà e li riordinano secondo la propria somiglianza. Sono parole come identità, sviluppo, comunicazione, informazione, soluzione, energia, risorsa … Hanno fascino. Il loro significato è stato perso o è del tutto impreciso, ma sono cariche di connotazioni, generalmente positive. Spesso sono nate nel linguaggio comune, hanno migrato al dominio scientifico per poi tornare al loro luogo d’origine con enorme forza colonizzatrice … e distruttiva.

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Sviluppo è una di quelle parole. Significa quasi qualsiasi cosa, dal costruire grattacieli fino a installare gabinetti, perforare pozzi petroliferi o cercare acqua. E’ un concetto di un vuoto gigantesco … che  ha dominato il dibattito pubblico per più di mezzo secolo. Durante questi anni, è stato sistematicamente impiegato per rivestire tutte le opere e le azioni che depredano i popoli delle loro terre, delle loro acque, dei loro territori, e per denigrare coloro che vi resistono: sono retrogradi, nemici dello sviluppo e del progresso.

Così è per la parola energia. Raramente viene usata col suo significato originario, che però è ancora presente nei vocabolari, quando si dice che qualcuno è molto energico per alludere a una persona vigorosa e attiva. La parola viene impiegata quotidianamente per fare riferimento a temi come il costo dei carburanti o delle energie rinnovabili. Se qualcuno ci chiede cos’è l’energia  tentenneremo un po’ e confesseremo la nostra ignoranza tecnica, affidandoci agli specialisti per dare una buona definizione. Quando ci diranno che è la massa moltiplicata per il quadrato della velocità resteremo perplessi; non stavamo parlando di questo. Helmholtz e altri hanno impiegato il suo significato originario per le loro ricerche e quando la parola ha fatto ritorno al linguaggio quotidiano ha generato un vuoto. Quando le usiamo, non stiamo dicendo niente, ma sono il segno di appartenenza al gruppo dominante.

Questo non è un tema accademico. Soffriamo ogni giorno le conseguenze di questa distruzione del linguaggio che fa del discorso politico un’espressione fedele della neolingua di Orwell. Nella sua distopia, pace è guerra, come ripeteva continuamente il Grande Fratello. Come faceva Goebbels per Hitler. Questo modo di fare è un ingrediente indispensabile dell’esercizio autoritario: è la sua condizione per esistere. Con le baionette non si può governare; con le parole sì.

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I promotori del no in Colombia hanno rivelato in questi giorni le raffinate tecniche di propaganda che hanno usato per raggiungere i loro obiettivi. In certe zone hanno fomentato l’indignazione, in altre la necessità di sussidi. In ciascuna hanno cercato di indirizzare all’astensione o al rifiuto. E ci sono riusciti.

Il metodo fra noi regna da tempo. Domani in Senato si vota un’iniziativa di legge che cancella il diritto di sciopero, ma viene chiamata giustizia lavorativa. Così si definisce ancora riforma educativa un dispositivo autoritario che non ha nulla a che vedere con l’educazione. O viene presentato come “verità storica” un farfugliare incomprensibile con cui si cerca di occultare i crimini di Ayotzinapa.

Gli usi della neolingua in Colombia, per influenzare il plebiscito, o ciò che riguarda i fatti di Ayotzinapa, per occultare i colpevoli e i responsabili che sono nel governo e nell’Esercito, illustrano bene in che cosa consiste questa operazione. Contro cosa e contro chi stiamo lottando … e come il linguaggio è anch’esso un territorio che dobbiamo difendere di fronte alle minacce compiute dell’espropriazione.

Fonte: la Jornada
Traduzione a cura di Camminar Domandando
Camminar Domandando è una rete di relazioni impegnata nella traduzione e diffusione delle voci provenienti dal mondo latino americano radicato in basso e a sinistra, con una particolare attenzione al variegato mondo indigeno. Sul nostro sito sono gratuitamente consultabili e scaricabili articoli, libri e quaderni di cui abbiamo curato la traduzione. Tra i tanti autori: Gustavo Esteva, Jean Robert, Raul Zibechi, Pablo Davalos.
L’adesione di Gustavo Esteva alla campagna Ribellarsi facendo di Comune-info 

 

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  1. Biodiversità linguistica | NuovoSoldo.it - 18 novembre 2016

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