La povera Grecia va a tutto carbone

Dopo averla messa in ginocchio con astratte imposizioni economiche draconiane, le generose istituzioni europee ora concedono alla Grecia di Tsipras anche un po’ di respiro in libertà. Per avvelenarsi. Atene potrà accedere così a un fondo di quasi due miliardi di euro stanziato con il Sistema di Commercio delle Emissioni grazie a una deroga approvata nella commissione industria del Parlamento europeo. Questo le consentirà di estrarre tonnellate di lignite, la peggior qualità di carbone per livello di inquinamento e basso potere calorifico, in due nuove centrali da realizzare nella Macedonia occidentale. La Grecia ha già 16 impianti a lignite in buona parte attivi da molto tempo e che garantiscono la metà del fabbisogno energetico

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di Luca Manes*

Due centrali a carbone dal costo stimato di 2,4 miliardi di euro che produrranno circa 7 milioni di tonnellate di CO2 e 1.100 megawatt di energia elettrica. Questi in estrema sintesi i dati essenziali sugli impianti che il governo guidato da Alexis Tsipras intende realizzare nella Macedonia occidentale anche grazie a una “generosa” concessione del Parlamento europeo, che lo scorso ottobre ha approvato in commissione industria una deroga al Sistema di Commercio delle Emissioni (Emissions Trading System – ETS). Entro fine febbraio il Parlamento dovrà votare sull’intero pacchetto ETS ed eventualmente confermare questo regalo al governo Tsipras. In pratica, con la scusa di aiutare la Grecia, Paese notoriamente in difficoltà, verso una futura sostenibilità energetica, gli si permette di estrarre l’inquinantissima lignite – che è anche il peggiore carbone per il suo basso potere calorifico – e di accedere al programma ETS, assicurandosi così 1,75 miliardi di euro.

Anche all’interno dello stesso Parlamento europeo si sono levate voci di protesta contro questo impiego di fondi pubblici per sostenere l’estrazione della lignite, che in teoria è in totale contrasto con gli obiettivi di lotta ai cambiamenti climatici fissati dall’Unione europea. La Grecia ha già 16 impianti a lignite in buona parte attivi da molto tempo e che garantiscono la metà del fabbisogno energetico. Con due nuove centrali, che in teoria dovrebbero essere operative fino al 2060, non si va certo verso una transizione “sostenibile”. Uno degli impianti, Ptolemaida V, è già nella fase dei lavori preliminari. Ben 739 milioni, su un costo totale di 1,4 miliardi di euro, sono arrivati tramite un prestito di un consorzio capeggiato dalla banca pubblica tedesca KfW-Ipex.

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La deroga accordata alla Grecia è già stata concessa da Bruxelles agli altri membri dell’Europa orientale, permettendo così loro di firmare il pacchetto clima 2020 dell’UE. Fra il 2013 e il 2019, sono stati e saranno garantiti 673 milioni di euro in quote di emissioni gratuite a paesi fortemente dipendenti dal carbone il cui PIL pro capite era del 50% al di sotto della media UE. Un valore equivalente dovrebbe essere speso da questi paesi per modernizzare e potenziare le loro infrastrutture energetiche ed investire nelle fonti rinnovabili. In buona sostanza, però, la deroga si è rivelata molto controversa, con la Polonia – di gran lunga il più grande beneficiario del sistema – che ha incassato centinaia di milioni di euro per veri e propri impianti fantasma.

Prima di conquistare il potere, Syriza si era impegnata per promuovere una “trasformazione ecologica dell’economia” e per tutelare l’ambiente. In un’intervista rilasciata al quotidiano britannico Guardian lo scorso anno, un esponente di primo piano di Syriza ha affermato che i problemi causati dall’enorme debito della Grecia rendevano più saggio bruciare lignite che importare altro carbone. Gli ambientalisti greci puntano il dito contro Syriza, accusandola di aver indebolito le tutele ambientali e di non aver sostenuto in maniera adeguata le fonti energetiche rinnovabili.

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