Creare onde concentriche

cerchi

di Emilia De Rienzo*

Il capitalismo ha vinto, anzi stravinto. L’effetto più eclatante di questa vittoria è che ora chi ha in mano il potere economico fa ciò che vuole e si espande o si ritrae là dove vuole senza remore guidato solo dal vento della loro convenienza. Ed è inevitabile che questo determini uno spaventoso aumento delle diseguaglianze.

Non sono cose che dicono i marxisti o gli estremisti, ma lo dicono le statistiche. Le cifre che denunciano questo problema sono inequivocabili: si può dire senza paura di essere smentiti che l’1 per cento della popolazione mondiale possiede il 46 per cento delle risorse e già questo dato è tremendo. Ma ancora più tremendo è il fatto che il 10 per cento possiede ben l’86 per cento delle risorse del pianeta, il che vuol dire che un’esigua percentuale delle popolazione mondiale controlla quasi tutta l’economia planetaria.

Cosa rimane a tutti gli altri? A più del 50 per cento nulla, la classe più indigente del paese concentrata in Africa ed in Asia. Alla restante parte della popolazione che è il 40 per cento della popolazione, rimane il 14 per cento delle risorse. È la cosiddetta classe media che se la spartisce ed è per lo più concentrata nei paesi che si definiscono “sviluppati”.

L’effetto perverso e aggressivo del capitalismo globalizzato è rendere una massa di persone insignificante, gente che vale meno di zero. Non serve la forza lavoro che possono offrire, non comprano, quindi sono inutili al sistema che conosce solo il denaro e il profitto come suoi valori. Più di due miliardi di persone sono considerati da un’esigua minoranza gente in esubero, decisamente di troppo, carne da macello.

Non c’è pietà per loro, non compassione né comprensione. I fatti recenti anche in Italia, ma prima in tutta Europa ne sono un esempio lampante. L’opinione pubblica di fronte alla tragedia pressoché quotidiana in atto sulle nostre coste meridionali, sembra temere l’arrivo dei “barbari” nel senso più brutto del termine. Il linguaggio che domina ne è l’esempio lampante: di fronte ai barconi che arrivano e spesso naufragano, non si parla quasi mai di aiuto, soccorso o salvataggio, ma di pattugliamento, monitoraggio, presidio: termini che esprimono l’idea di una fortezza assediata, non certo di ospitalità o di accoglienza.

Con un capitalismo sempre più trionfante il nostro sistema politico va in crisi, perché la sinistra non è più capace di mettere più un minimo di freno alle forze del mercato. “La promessa di un capitalismo dal volto umano ha fallito”. La cosiddetta ideologia neoliberista è semplice volontà di dominio. Il pericolo è insito in un capitalismo che avanza senza freni né contenimento, senza più ostacoli, senza più alternative. Il capitalismo si sta espandendo in tutto il mondo: guerre e crisi fanno parte del suo imperterrito sviluppo. I mezzi brutali sono necessari per spazzare via la concorrenza, per eliminare tutto ciò che possa ostacolare la sua avanzata.

La classe media vive una situazione di precariato, in balia del vento, senza protezione ed è in queste situazioni, quando il vero nemico, quello che ci concede un esiguo 14 per cento delle risorse da spartire, non si sa come combatterlo, che ci si lascia guidare dalla propaganda razzista, quella che ci fa identificare il nemico in un capro espiatorio. Una vera e propria arte che fa orientare la paura giustificata di chi non ha sicurezza del proprio domani non contro chi l’ha determinata, cioè i governi o soprattutto le forze economiche, ma contro chi è ancora molto più sfortunato e vittima di questo sistema dominante. Il razzismo e il nazionalismo nascono come muro difensivo contro la ‘minaccia’ di quella parte di popolazione che non ha niente. Ovunque nascono irrigidimenti identitari che comportano la persecuzione degli altri, di chi non è uguale a me.

Manca una prospettiva-altra, un orizzonte verso cui guardare che si ponga come alternativa, che dimostri in teoria e in pratica che un altro mondo è possibile.

“Il nostro male – dice Alain Badiou – viene da lontano, dal fallimento storico del comunismo”, “un pensiero strategico avulso dalla struttura capitalista egemonica”.

Qua e là un pensiero nuovo sta nascendo, ci sono intellettuali che studiano e sostengono che un’alternativa è possibile, ma manca la capacità di aggregazione, di alleanze, di dare organizzazione e concretezza, di raggiungere la gente che rimane al di fuori di un sistema che esclude ed emargina. E ad essere tagliati fuori sono i giovani. Senza alternative o diventano schiavi del consumismo e dell’arrivismo o cercano qualcosa di diverso e si chiedono cosa gli si propone d’altro. Finché una risposta non verrà loro data, questa gioventù resterà quanto meno disorientata o in balia di estremismi nichilisti.

Per ora l’impegno di chi cerca di opporsi a questa situazione è nell’essere “contro”, ma senza un discorso “altro”.

“Non è nel contagio di un sentimento negativo di resistenza – dice Alain Badiou – che troveremo ciò che serve per produrre una seria ritirata delle forze reazionarie che cercano oggi di disintegrare qualsiasi forma di pensiero e azione che rifiuti di assecondarle; ma nella disciplina condivisa di un’idea comune e nell’utilizzo diffuso di un linguaggio omogeneo”.

Ora se un’alternativa vera e propria ancora non c’è, se i politici, gli intellettuali che fino ad ora ci hanno dichiarato di essere “contro” non sapranno unirsi, lavorare, studiare strategie e mettersi in gioco senza cercare solo posti comunque di prestigio, tocca a noi fare piccoli passi nelle scuole, nei quartieri, negli ospedali, nei servizi, nell’arte, ovunque abbiamo un piccolo o grande ruolo. Piccole rivoluzioni che abbiamo come orizzonte un mondo inclusivo. Qualsiasi sasso gettato nello stagno può creare onde concentriche che allargano il piccolo movimento iniziale.

ARTICOLI CORRELATI

Insubordinazioni e lotte: un patrimonio occidentale?

La politica e la vita di ogni giorno

Mettiamo in comune

Abbiamo poche risorse economiche, ma possediamo quello che gli altri non hanno: cerchiamo la nostra umanità, vogliamo che almeno in noi continui a vivere, questa è la nostra forza. Ma dobbiamo ripensare non riprodurre vecchi schemi, dobbiamo metterci in gioco.

Dobbiamo difendere i diritti di tutti a una vita degna di questa nome, dobbiamo diventare gli antidoti a quello che di brutto produce un’economia senza anima.

Dobbiamo stare attenti a questi movimenti che stanno nascendo contro quell’umanità che è considerata superflua e che si identifica con gli stranieri, i disoccupati, le persone con disabilità, tutti quelli che non sapendo farsi largo in questo mondo, rischiano di essere messi ai margini. E lo dobbiamo fare con tutte le forze e le capacità cdi cui siamo dotati. Non perdiamoli di vista e costruiamo un movimento che sappia dimostrare nei fatti quanto la diversità sia ricchezza e che rinchiudersi in una fortezza vuol dire rinunciare a se stessi.

Apriamo le nostre porte.

Inventiamoci ogni giorno un piccolo nostro mondo, costruiamolo e difendiamolo, questa dice Badiou è “la vera vita” e ovunque possiamo uniamoci e cerchiamo alleanze perché un mondo, dove pochi detengono tutto il potere economico, non è e non potrà mai essere democratico né tanto meno giusto.

Quelle cifre no, non dobbiamo mai dimenticarle.

.

civuoleiltempochecivuole-4

* Insegnante, vive a Torino, cura un prezioso blog – Pensare in un’altra luce. Ha aderito alla campagna 2016 “Facciamo Comune insieme“. Un suo contributo è stato raccolto nel quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole. Imparare a perdere tempo (qui scaricabile), insieme a interventi, tra gli altri, di Alain Goussot, Franco Lorenzoni, Lea Melandri, Paolo Mottana e Serge Latouche.

Tags:, ,

Nessun commento

Lascia un commento