Benvenuti sull’ultima spiaggia

C’è una tendenza suicidaria del genere umano in corso che si può misurare in molti modi, ad esempio, prendendo in esame il modello prevalente di produzione e consumo di materie prime. Secondo uno studio commissionato dal Programma ambientale dell’Onu, negli ultimi quarant’anni l’estrazione di materie prime dalla terra è triplicata. Se i consumi continueranno a crescere al ritmo annuale – questa è la previsione catastrofica – entro il 2050 il prelievo di risorse naturali è destinato a triplicare ulteriormente, intensificando l’inquinamento, i cambiamenti climatici, la produzione di rifiuti e l’erosione del suolo e dei bacini d’acqua. Intanto, il Wwf fa sapere che lo sviluppo urbanistico lungo il litorale italiano ha divorato dieci chilometri lineari di coste l’anno per cinquant’anni. Sì, siamo all’ultima spiaggia. Una rassegna stampa a cura di Alberto Castagnola, obiettore di crescita

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a cura di Alberto Castagnola

I primi giorni di ottobre l’Onu ha reso noto che con la ratifica dell’Unione europea, del Canada e del Nepal è stato superato il numero di 55 paesi, che rappresentano insieme più del 55% delle emissioni di anidride carbonica, cioè le condizioni che erano state poste per l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi del dicembre 2015. A novembre sarà formalizzato il raggiungimento di questo traguardo, ma non si possono dimenticare le tante critiche formulate sul testo e le logiche dell’accordo stipulato a Parigi, ma soprattutto le profonde contraddizione che si sono rilevate rispetto al quinto rapporto del Ipcc, il mega gruppo di scienziati, sempre dell’Onu, che stanno da molti anni approfondendo i complessi meccanismi dell’andamento climatico. In estrema sintesi, l’accordo continua ad affrontare i cambiamenti del clima globale prevedendo misure di mitigazione degli effetti e di adeguamento delle logiche economiche in atto, ritarda di parecchi anni l’inizio dei necessari massicci investimenti per eliminare l’uso del carbone e dei carburanti fossili, non introduce norme e comportamenti vincolanti per i singoli Stati, specie di quelli che maggiormente contribuiscono all’inquinamento del pianeta e al suo successivo riscaldamento, non delinea forme operativo di sostegno a favore dei paesi vittime della eccessiva estrazione di risorse naturali e degli eventi climatici estremi ormai scatenati. In sostanza, indurre i governi ad assumere un atteggiamento responsabile nei confronti del riequilibrio del pianeta è un lavoro che resta ancora totalmente da fare e che è sempre più urgente. Perfino Obama ha riconosciuto che da solo esso non può risolvere la crisi climatica.

  1. SOS alpaca. Il governo peruviano ha decretato lo stato di emergenza economica nella regione andina di Puno, a causa della morte di circa 171.000 alpaca, la cui pregiata lana è la principale ricchezza dell’area. La strage è stata causata da un’ondata di gelo senza precedenti, persino per una regione situata a oltre 3500 metri di altitudine. Il governo ha deciso di assegnare sussidi alle già poverissime 120.000 famiglie che si dedicano all’allevamento degli alpaca. (SETTE n. 31, 5 agosto 2016, pag. 39)
  2. La moratoria sulla soia sta salvando le foreste. Finalmente una buona notizia dall’Amazzonia brasiliana. La moratoria internazionale sulla soia distruttrice di foreste – che compie in questi giorni dieci anni di vita -, ha funzionato molto bene. Solo una minima parte della deforestazione oggi è dovuta alle piantagioni del legume più redditizio. Nel 2006 una battaglia mondiale guidata da Greenpeace, spinse le grandi multinazionali della soia (come Cargill e Bumge) a siglare un impegno che vietava loro l’acquisto di soia proveniente da aree amazzoniche distrutte per dar posto a nuove piantagioni. All’epoca Greenpeace mappò l’avanzata del legume sulla foresta arrivando alla conclusione che il 30% della produzione veniva da aree “ripulite” di recente. Lo stesso calcolo oggi stima che questa percentuale non supera l’1,25%. Gli ambientalisti sostengono che la principale causa della distruzione della foresta resta l’allevamento del bestiame. A differenza della soia, il cui mercato è in mano a pochissimi acquirenti, il business della carne è frammentato tra migliaia di fazendeiros, il che rende assai difficile poter condurre una battaglia simile. (SETTE n. 31, 5 agosto 2016, pag. 39)
  3. ONU: l’estrazione di materie prime triplicata negli ultimi 40 anni. UNEP, dai 22 miliardi di tonnellate nel 1970 ai 70 attuali. La tendenza suicidaria del genere umano si può misurare anche prendendo in esame il modello prevalente di produzione e consumo di materie prime. Secondo uno studio commissionato dal Programma Ambientale dell’Onu (Unep), negli ultimi 40 anni l’estrazione di materie prime dalla terra è triplicata, passando da 22 miliardi di tonnellate nel 1970 a 70 miliardi di tonnellate nel 2010. Se i consumi continueranno a crescere al ritmo annuale – questa è la previsione catastrofica – entro il 2050 il prelievo di risorse naturali è destinato a triplicare, intensificando l’inquinamento, i cambiamenti climatici, la produzione di rifiuti e l’erosione del suolo e dei bacini d’acqua. Per rispondere alle esigenze di 9 miliardi di abitanti (alloggi, trasporti, cibo, energia, e acqua) serviranno 180 milioni di tonnellate di materiale al giorno. I paesi più ricchi consumano in media dieci volte più materiale dei paesi più poveri, e il doppio della media mondiale. Nel mondo l’utilizzazione di materie prime è aumentata drasticamente dopo gli anni 2000, quando economie emergenti come quella cinese hanno utilizzato quantità sempre maggiori di ferro, acciaio, cemento, energia e di altri materiali per costruzioni: “questo non può essere un modello sostenibile”, afferma l’Unep. L’aumento “spettacolare dell’utilizzazione di carburanti fossili, metalli e altri materiali, oltre alla riduzione della biodiversità del pianeta e all’estinzione delle risorse naturali, in futuro comporterà anche un aumento dei rischi di conflitti locali, come quelli che già stanno scoppiando nelle zone dove il settore minerario è in diretta concorrenza con l’agricoltura o lo sviluppo urbano.(…). (Il testo integrale su Il Manifesto del 6 agosto 2016, pag. 6)
  4. Siccità sulle Ande, Himalaya inondato. Montagne che scali, cambiamento climatico che trovi. Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista americana Pnas, e commissionato dal Politecnico Federale di Zurigo, gli effetti del riscaldamento globale saranno addirittura opposti sull’Himalaya e sulle Ande. Sulla prima catena montuosa nei prossimi decenni si verificheranno inondazioni sempre più frequenti , mentre l’ecosistema della regione andina verrà colpito dalla siccità. Gli scienziati hanno analizzato il bacino idrico complessivo delle due regioni montane simili, con ghiacciai e vette che superano i seimila metri: il Langyang in Nepal e lo Juncal in Cile. Secondo i modelli climaticile due aree entro la fine del secolo conosceranno un innalzamento delle temperature piuttosto simile, da 1-3 gradi in più nell’ipotesi mno catastrofica fino a 4-6 gradi nello scenario più estremo. Ma le conseguenze sarebbero ooposte.Nella regione dello Juncal tra 84 anni le disponibilità di acqua potrebbe ridursi a un terzo del livello attuale, mentre nella zona himalayana l’acqua che si scioglierà dai ghiacciai potrebbe aumentare del 70%. Un incremento notevole dovuto anche al fatto che con l’innalzamento della temperatura le piogge aumenteranno e le nevicate saranno meno frequenti. (Il Manifesto, 6 agosto 2016, pag.6)giornata-terra-171-paesi-accordo-clima-orig_main
  5. WWF, l’Italia è all’ultima spiaggia. Lo sviluppo urbanistico lungo il litorale italiano “ha divorato 10 chilometri lineari di coste l’anno per 50 anni” . Una barriera di mattoni lunga 2000 chilometri (un quarto delle nostre coste), l’inquinamento dovuto all’estrazione di idrocarburi, con “122 piattaforme offshore attive e 36 istanze per nuovi impianti”, lo sversamento di rifiuti urbani solidi e anche tossici (compresi radioattivi), l’iper sviluppo turistico che riversa sulle località costiere il “45% dei turisti italiani e il 24% di quelli stranieri”, l’impennata del trasporto via mare che fa “dell’Italia il terzo Paese in Europa, dopo l’Olanda e il Regno Unito, per quantità di merci containerizzate movimentate” e la caduta verticale dell’attività di pesca, con il “93% dei nostri stock ittici sovra sfruttati, e la proliferazione di impianti di acqua coltura(in 10 anni aumentati in Italia del 70%)”. Sono questi i fattori che stanno mettendo a serio rischio i nostri mari e le nostre coste. A lanciare l’allarme è il WWF che nel suo dossier “Italia, ultima spiaggia” chiede subito di invertire le tendenze degli ultimi 50 anni. (…). Però non si può dimenticare che “i tratti di costa liberi dalla urbanizzazione pervasiva più lunghi di 5 chilometri, ad un buon grado di naturalità, non siano più del 10% di tutto il nostro litorale nel versante tirrenico e del 13% in quello adriatico”. Il consumo del suolo infatti sembra inarrestabile: secondo il Wwf che ha usato anche gli studi dell’equipe dell’Università dell’Aquila, “la densità dell’urbanizzazione in una fascia di un chilometro dalla linea di costa è passata nella penisola dal 10 al 21%, mentre in Sicilia ha raggiunto il 33% e in Sardegna il 25%”. Secondo i dati Istat, prendendo in considerazione la fascia costiera di un chilometro dalla battigia, tra il 2000 e il 2010 sono stati costruiti 13.500 edifici.”40 edifici per chilometro quadrato nei versanti tirrenico e adriatico e più del doppio sulla costa ionica”. (il testo completo dell’articolo di Gilda Maussier è su Il Manifesto dell’8 agosto 2016, pag. 6).
  6. L’inquinamento del traffico aereo. Gli aerei immettono nell’atmosfera tonnellate di Co2. Abbattere le emissioni utilizzando carburanti ecosostenibili è” teoricamente” possibile ma c’è un ma: costerebbe 60 miliardi all’anno dal 2020 alla metà del secolo. Lo sostiene un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile dell’Onu (ICAO). La cifra sembra scoraggiante. Per sostituire completamente i carburanti a base di petrolio con biocarburanti bisognerebbe costruire 170 grandi raffinerie all’anno tra il 2020 e il 2050. Sarebbe inoltre necessario un incremento della produttività agricola, servirebbero molti terreni per coltivare le materie prime e bisognerebbe migliorare il processo di conversione delle biomasse (anche se coltivare campi per produrre carburanti è un‘ idea piuttosto discutibile). Oppure in alternativa si potrebbe ridurre il traffico aereo ma le previsioni indicano un aumento tra il 4 e il 5% all’anno. Nel 2010 il traffico aereo ha utilizzato 142 milioni di tonnellate di carburante, causando emissioni per 448 milioni di tonnellate di Co2. Nel 2020 si prevedono consumi tra i 216 e i 239 milioni di tonnellate di carburante ed emissioni per 682-755 milioni di tonnellate di Co2. (Il Manifesto del 6 agosto 2016, pag.6).
  7. Volkswagen, risarcimenti turbo. Oltre 170 azioni legali ”ammaccano” Das auto. Nel quartier generale di Wolfsburg in Bassa Sassonia non smettono di contare le denunce per il trucco delle emissioni dei motori diesel. Ieri l’Anti trust italiano ha notificato al produttore tedesco la richiesta di risarcimento di 5 milioni di euro per “condotta scorretta”. Due settimane fa l’ufficio legale della Volkswagen ha ricevuto il maxi conto dagli Stati Uniti. Si tratta di un accordo extragiudiziale che è stato depositato alla corte distrettuale di San Francisco, in California. Un conto davvero con …il turbo: 14,7 miliardi di euro. Oltre Oceano non scherzano quando il motore si accende con caratteristiche ben diverse da quelle dichiarate al momento della produzione. Così Vw si ritrova ora a dover saldare oltre 10 miliardi di dollari per riacquistare e/o riparare 489mila auto con il diesel da due litri “truccato”. Poi deve sborsare altri 2,7 miliardi di dollari per il fondo gestito dall’Ente per la protezione ambientale” per compensare gli effetti dell’inquinamento”. Non basta: Vw si è impegnata a investire due miliardi nell’arco di dieci anni in tecnologie ad emissioni zero. Infine, il conto comporta l’intesa che costa altri 600 milioni di dollari con 44 Stati americani. Contenziosi legali pesanti: per le cifre e soprattutto per l’effetto a catena che comporteranno anche sul fronte europeo. L’UE ha già chiesto a Volkswagen che i clienti dei 28 Stati membri vengano ripagati esattamente come gli acquirenti americani. E ciò fa il paio con il “processo – pilota” istruito in Germania dalla magistratura di Braunschweig che aprirà le porte  a un ‘ulteriore ondata di risarcimenti: la stima è di altri quattro miliardi da scovare nel bilancio Vw. In ogni caso per la casa automobilistica tedesca è fallimento sicuro, al di là delle vendite o delle quote di mercato. Attualmente, i modelli coinvolti nello scandalo sono ben 11 milioni, ma solo 4,6 sono stati richiamati per le modifiche (800mila in Europa).Di fatto, il danno si rivela impossibile da ripagare, non solo finanziariamente. Almeno finché  il Dieselgate continua ad essere incardinato nel conflitto di interesse che in Germania è istituzionale. A differenza della Baviera (dove si producono BMW e Mercedes) che ha citato il colosso di Wolfsburg, la Bassa Sassonia (azionista di Vw con il 20%)  fa sapere di non avere alcuna intenzione di esercitare l’azione legale a nome del Land che ospita la fabbrica principale. Secondo il primo ministro Stephan Weil, “attualmente non ci sono le condizioni giuridiche per chiedere il risarcimento danni”. Non la pensano così gli uffici legali di altri Stati tedeschi che potrebbero costituirsi “parte civile” nello scandalo emissioni., come Assia e Baden- Wurttemberg dove è in corso la verifica degli estremi per l’ennesima denuncia milionaria. Alla base, come per tutti gli altri casi di contenzioso legale, “l’induzione all’acquisto del consumatore portato a fare scelte che non avrebbe fatto” grazie anche alla pubblicità ingannevole di Vw che l’Antitrust ha già messo sotto i riflettori in Italia. Intanto a Braunschweig si testa il banco di prova del processo, che farà da precedente giuridico ai prossimi procedimenti. “questo è solo il punto di partenza” conferma la portavoce del tribunale locale. Insieme al dettaglio che sono già 170 le azioni legali intentate da investitori che hanno visto crollare il valore di borsa delle loro azioni Vw a causa della manomissione dei gas di scarico. Mentre alla Corte della Bassa Sassonia risulta registrato l’elenco di 494 nomi che pretendono la restituzione di circa 4 miliardi di euro e, proprio come la Baviera, lamentano la perdita di circa 60 euro ad azione dopo lo scandalo. Il titolo Vw era crollato alla luce dei risultati dell’indagine dell’Environmental Protection Authority (EPA) degli Stati Uniti sul motore modello EA-189 montato su milioni di “auto del popolo”. (Il Manifesto del 20 agosto 2016, pag. 4)
  8. “Class action” per le alghe. Avvocato australiani per 13.000 coltivatori in rovina dopo il disastro del petrolio. Indonesia. “Se la società thailandese Ptt pensa di evitare di risarcire i danni perché le sue vittime, i coltivatori di alghe, sono indonesiani, o, peggio ancora perché non riconoscono i loro diritti, si sbagliano”. Di grosso, dovrebbe aggiungere Ben Slade. Non lo fa, perché non è una espressione elegante per un avvocato in doppiopetto gessato della Maurice Blackburn Lawyers di Sidney. Ma “grosso” è proprio il termine giusto per definire il risarcimento richiesto dallo studio legale di Slade per i suoi assistiti: 136,5 milioni di euro. Un “caso” da film, verrebbe da dire guardando la “class action” avviata davanti un giudice federale australiano: a sperare nel rimborso sono, infatti, 13.000 lavoratori di una delle regioni più sperdute dell’Indonesia, Nusa Tenggara  orientale, che devono i loro introiti alle alghe coltivate e vendute ad industrie alimentari, cosmetiche, farmaceutiche e agricole (come fertilizzanti). Nel 2009, esattamente in questi giorni di agosto, sostiene il ricorso, il più grave incidente avvenuto ad un impianto di estrazione petrolifero in Australia, ha colpito anche loro, che pure erano a 200 chilometri di distanza: dopo l’esplosione di una piattaforma nel mare di Timor vennero riversati (l’abbiamo ormai dimenticato) 300mila barili di greggio per più di 10 settimane, prima che la perdita fosse domata. “Tutti i coltivatori della zona videro l’acqua degli allevamenti cambiare colore e riempirsi di pesci morti. I raccolti sono andati perduti per anni”, racconta il più determinato di loro, daniel Aristabilius Sanda (al Sidney Morning Herald). “Ero disperato, non potevo     mantenere più la mia famiglia, mandare i miei figli all’università”, ricorda oggi. Solo nel 2013 i raccolti hanno cominciato a tornare alla normalità. “Sei anni, 11 mesi e dieci giorni di lotta: è stata lunga  ma ora avremo i nostri diritti riconosciuti”, aggiunge Ferdi Tanoni, il presidente della West Timor Care Foundation, che da allora ha combattuto per avere un risarcimento per la comunità. Come andrà a finire, ovviamente, non lo sa nessuno. La società incriminata, la Pttep Australasia , ha  dichiarato di essersi sempre  assunta la responsabilità per il danno arrecato ma ha già annunciato la linea di difesa: secondo le immagini satellitari, gli studi scientifici e i modelli presentati dai loro avvocati, la perdita non può essere arrivata a colpire i coltivatori di alghe, troppo lontani. Sarà una lunga battaglia ma i 13.000 accusatori, a differenza di quanto avviene nei film, non rischieranno di finire i soldi per gli avvocati. A finanziarli, infatti, ci sarà l’Harbour Litigation Funding, società inglese proprio nel partecipare a questo tipo di cause. “Siamo molto contenti di poter sostenere chi non ha i mezzi”, dice Ruth Stackpool-Moore dell’ufficio asiatico. In cambio, ovviamente prenderà una fetta dell’eventuale risarcimento. (SETTE n.32, 12 agosto 2016, pag.36; per l’Italia cfr. anche Il Fatto Quotidiano del 15 agosto 2016, pag.18). pubblicata-la-bozza-definitiva-del-nuovo-accordo-sul-clima-5
  9. Aquile calve volano sopra un cimitero di oro nero. Lungo il Missouri, Stati Uniti. Parchi nazionali e bisonti. Ranch e praterie. Bacini petroliferi caduti in disuso dopo il crollo dei prezzi. Nel Nord Dakota, tra asprezza, bellezza e resilienza, perché qui la gente non può non reinventarsi. (…) La chiamano America best idea e quest’anno compie 100 anni. E’ nata ufficialmente il 25 agosto 1916 quando il presidente Wilson ha creato il National Park System. Oggi vanta 22.000 impiegati, gestisce 412 siti di interesse storico e naturalistico, che messi insieme sono più grandi dell’Italia (338 chilometri quadrati). 59 di questi siti sono parchi, fra cui i famosi Yellowstone (il più vecchio al mondo, classe 1872), Yosemite e Grand Canyon. Il più esteso è il Wrangeli in Alaska, che misura più di Piemonte e Sicilia insieme. Il più piccolo il Kosciuszko Memorial in Pensylvania, grande come un trilocale (80 metri quadri). Nel 2016 si prevedono 315 milioni di visitatori, l’equivalente della popolazione degli Stati Uniti. Ogni anno questo sistema genera un indotto di 32 miliardi di dollari, dando lavoro a circa 300 mila persone, ma ha un debito corrente di 12 miliardi di dollari per riparazioni arretrate.(…). I pionieri 2.0 con il crollo del prezzo del petrolio di due anni fa hanno lasciato un mucchio di ruggine: migliaia di caravan abbandonati nei campi; in molti, disoccupati, hanno resistito sperando nella ripresa del nuovo Klondike, hanno perso tutto, nemmeno i soldi per la benzina, e sono rientrati negli Stati di origine in autostop. Il becchino della ferraglia se la ride: “Era pazzesco, un milione di barili estratti ogni giorno, Williston era una cittadina di 14mila abitanti e in tre-quattro anni è arrivata a settantamila. Non si riusciva a costruire abbastanza in fretta per dare una casa a tutti e allora migliaia di uomini vivevano accampati come ai tempi del vecchio West. E qui si toccano i meno quaranta d’inverno. Un domino di fallimenti, centomila persone disoccupate nell’indotto. Per queste strade passavano quattro milioni di semi-articolati l’anno, ora gli incroci sono di nuovo deserti, ci si saluta tra automobilisti. Era impossibile trovare un posto in un motel, poi ne hanno costruiti a diecine, enormi, e ora i parcheggi sembrano piste d’atterraggio. Interi quartieri fantasma che non hanno mai visto fumare un barbecue. Anche le prostitute arrivate fin dalla Russia sono emigrate sui marciapiedi della California. In una regione dove le case non avevano serrature hanno scoperto la criminalità. “Il petrolio ha lasciato una macchia nera” dice Chris Simon direttore della stazione radio Keyz, “l’Fbi ha aperto una grossa sede a Williston”. La chiamavano Shale revolution, l’estrazione ottenuta con la frantumazione idraulica, trecento pozzi in attività: e il Nord Dakota occidentale era improvvisamente il nuovo Texas. Oggi i pozzi in attività sono 27, nei bar i reduci controllano continuamenti le quotazioni del greggio. (…) Il Wyoming era il “carbon State”, produceva la metà del fabbisogno nazionale (il 66% dell’elettricità degli USA è prodotta da carbone e gas). Con le politiche ambientali di Barack Obama, il Clean power plan, il settore sta crollando, migliaia di minatori perdono il lavoro. Ma vengono assorbiti nella “wind rush”, la corsa all’eolico, perché il Wyoming sta diventando un laboratorio mondiale, attira investimenti globali nella costruzione di nuovi impianti. E il re del vento è il magnate repubblicano Philip F. Ansschuz: entro il prossimo anno costruirà la TransWest Express, che non è una ferrovia ma una condotta elettrica che trasporterà energia pulita dal Wyoming fino a Las Vegas e California: ”Il vento della prateria potrebbe illuminare tutte le case degli americani”, ha detto. (Il testo completo su SETTE n.32, 12 agosto 2016, pag. 48-53).
  10. Petizioni e 4 garanti nazionali. Inghilterra in soccorso dei ricci. Nel 1950 il regno Unito ne ospitava 30 milioni. Oggi rimane solo il 5%. Il governo non intende dichiararla specie protetta. (Corriere della Sera, 19 agosto 2016, pag. 22)
  11. Inquinamento e arterie, un allarme da raccogliere. (…) È di questi giorni la pubblicazione su “Lancet” di un importante studio effettuato dai ricercatori dell’Agenzia per l’Ambiente e del NIH americano su una popolazione di circa 7000 soggetti il cui contenuto in calcio coronarico è stato misurato e seguito nel tempo per 10 anni mettendolo in relazione ai valori di inquinamento atmosferico. I dati sono sorprendenti  e allo stesso tempo preoccupanti: la progressione delle calcificazioni aumenta in modo direttamente proporzionale al livello di Pm 2,5, ed è anche strettamente correlato ai valori della concentrazione di ossidi nitrici. L’editoriale di commento allo studio prova a fare un esempio che rende molto bene l’idea: vivere in una zona trafficata di Parigi piuttosto che nella rurale Bois Herpin , una cittadina a soli 60 chilometri dalla capitale francese , vuol dire avere una progressione annuale di queste calcificazioni del 38% più rapida.  I risultati di questo studio sono molto inquietanti, in America infatti vigono limiti di sicurezza per gli inquinanti molto più stringenti che in Europa: per il Pm 2,5 i valori soglia sono meno della metà di quelli richiesti per rispettare le normative UE(12 contro 25 mcg/m3) (…) (Il testo completo su Corriere della Sera, 19 agosto 2016, pag. 25)
  12. In California c’è un oceano: La idrogeologa di Stanford Mary Kang ha fatto una scoperta fondamentale. Sotto la California esistono immense riserve d’acqua. Duemila settecento chilometri cubi, 24volte il Lago di Costanza. Una scoperta avvenuta per caso. Il governo voleva aggiornare i dati sulle riserve di petrolio e gas e ha commissionato 34.000 perforazioni, che hanno permesso di aggiornare la mappa del sottosuolo. E’ così che il team di Kang ha scoperto il mare sotterraneo. E’ la fine dell’emergenza siccità? La scienziata frena, ma guarda al futuro. Non avrà ripercussioni nell’immediato, ma sapere di quest’acqua è la nostra assicurazione sulla vita. Ci metteremo al lavoro per mettere a punto le tecniche per sfruttarla in modo adeguato ed ecosostenibile”. Perché nessuno in uno Stato tecnologicamente così avanzato se ne era mai accorto? “ Gli ultimi dati sulle falde californiane risalgono a 80 anni fa ed erano state ottenute con strumenti arretrati”. Il mare sotterraneo si trova tra le contee di Bakersfield e Redding, a sud. Ma quali saranno le difficoltà maggiori per l’estrazione? “Falde così vicine all’oceano devono innanzitutto essere desalinizzate per essere potabili. Ma anche depurate da tutte le sostanze che si trovano a quelle profondità, per esempio materiale radioattivo” spiega Mary Kang. Non è detto però che l’acqua debba essere bevuta. Gli impianti di desalinizzazione , infatti, consumano molto e non godono di buona reputazione, soprattutto tra gli ambientalisti. “Potremmo utilizzarla per l’agricoltura. Sfruttandone il 20%  sarebbe assicurata l’irrigazione dell’intera Central Valley. E più a nord, a tremila metri di profondità, prevediamo di trovarne anche di più: 3900 chilometri cubi”. (Il Venerdi di Repubblica, 19 agosto 2016)                                                                                                                                                                                               4a74863e31fd43bd7b0e8e5486a73d45
  1. Nell’inferno di Luras bruciati oltre 700 ettari. Il rogo in Alta Gallura. Il Corpo forestale conferma: fuoco doloso, trovati inneschi in due punti diversi. Altri duecento ettari distrutti nei giorni successivi. (La Nuova Sardegna. 20 e 22 agosto, pag. 6 e pag. 2)
  2. A che punto è Zika. La corsa al vaccino va a rilento e il focolaio in Florida ha rilanciato l’allarme. Casi di contagio in 70 paesi ”L’epidemia durerà ancora tre anni”. (…) Zika nel frattempo avanza. Ha raggiunto 69 paesi, soprattutto nell’America Latina, dove è arrivato nel 2015. Ha colpito per primo il Brasile del nord-est, a febbraio dell’anno scorso, proveniente da quelle isole del pacifico, che aveva conquistato una dopo l’altra dai primi anni 2000. A portare nel popoloso paese sudamericano quella che una ricerca su Emerging Microbes and Infections definisce “la tempesta perfetta” sono stati- secondo la rivista – i mondiali del 2014 o un cargo arrivato via mare. Un altro studio uscito su Nature Microbiology a fine luglio prevede che l’epidemia si esaurirà da sola quando il virus avrà contagiato tutti, o quasi. Ma serviranno almeno 2-3 anni. Fino ad allora potrebbe arrivare a toccare 93,4 milioni di persone, tra cui 1,6 milioni di donne incinta. Poi non avrà più persone da colpire in quella parte del mondo. , visto che quasi nessuno si ammala due voltene la curva dell’incidenza scenderà. (…) In Brasile gli ultimi dati raccontano di oltre 1700 casi di neonati con quella patologia e di tantissime donne che hanno deciso di abortire. In più, ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine della malattia sui bambini partoriti da una madre infetta e sani alla nascita. E’ stato provato che Zika si trasmette anche per via sessuale, proprio questo meccanismo è alla base di molti dei casi avvenuti in alcuni paesi, come gli Usa. E siccome il virus rimane nel liquido seminale anche per sei mesi, è esposto al rischio di prendere la malattia chi fa sesso con un infetto anche dopo molto tempo dal rientro da uno dei paesi a rischio. Se tra queste persone c’è una donna che vuole avere un figlio, c’è il rischio che si ammali e trasmetta la malattia al feto, con effetti potenzialmente gravissimi. Agli adulti, ma anche ai bambini il virus non provoca problemi importanti, solo febbre  non alta e un po’ di dolori per alcuni giorni. Addirittura l’80% delle persone nemmeno si rende conto di aver preso la malattia. I problemi arrivano quando a contagiarsi è chi aspetta un figlio. E se per ora in Italia a rischiare di ammalarsi sono le persone che viaggiano in un area coinvolta dall’epidemia o che hanno rapporti sessuali con una persona infetta (una quarantina i casi registrati dal Ministero della Salute finora) resta il pericolo che anche gli insetti nostrani imparino a inoculare il virus. Finora infatti a trasportare Zika sono state le zanzare delle specie Aedes diffuse in Sudamerica. Ma il nostro Istituto Superiore di Sanità include anche  l’Aedes Albopictus – o zanzara tigre fra i potenziali vettori del virus. (…) (il testo completo su La Repubblica, 21 agosto 2016, pag. 14 e 15).
  3. Glifosato, scattano le restrizioni. In vigore da oggi il decreto che limita uso e commercio dell’erbicida. Scattano in Italia le restrizioni al commercio e le modifiche all’impiego del glifosato, con il decreto del Ministero della salute che entra in vigore oggi. L’erbicida più potente al mondo brevettato dalla Monsanto nel 1074 e sospettato di essere cancerogeno, non si potrà più usare in alcune aree frequentate da bambini e anziani e in pre-raccolto in agricoltura per ottimizzare i raccolti o la trebbiatura e vengono revocate le autorizzazioni all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari che lo contengono. In particolare, è vietato l’uso di prodotti fitosanitari con glifosato nelle aree “frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini , cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”. Il glifosato è al centro di una querelle che ha diviso il mondo scientifico suklla sua sicurezza entrata nel vivo l’anno scorso dopo la sua classificazione come sostanza “probabilmente cancerogena per l’uomo” da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), e in attesa della proroga da parte della Commissione Europea per l’autorizzazione al commercio nella UE. L’Agenzia della sicurezza alimentare europea (Efsa) aveva però detto nel novembre scorso che era “improbabile” che la sostanza attiva dell’erbicida fosse cancerogena. Parere ribadito dalla Fao e dall’OMS quattro mesi fa. Solo a fine giugno la Commissione Europea ha messo la parola fine alla vicenda prorogando l’autorizzazione alla messa in commercio, però solo fino alla fine dell’anno prossimo e in attesa di un parere definitivo dell’Agenzia Chimica europea sui rischi per la salute. Parere atteso entro la fine 2017. La Commissione UE ha deciso anche di proporre la limitazione dell’uso dell’erbicida in parchi pubblici e di “rafforzare l’esame minuzioso del suo uso pre-raccolto”. Tutti elementi ripresi nel decreto. (La Nuova Sardegna, 22 agosto 2016, pag.9)
  4. Un incendio che si è sviluppato a est di Los Angeles , negli Stati Uniti, ha distrutto 96 case e 15mila ettari di vegetazione. Un altro incendio ha distrutto 25 edifici e 24mila ettari di vegetazione nello Stato di Washington. In Portogallo, dall’inizio di agosto, una serie di incendi ha distrutto 95mila ettari di vegetazione. (Internazionale n. 1168, 26 agosto 2016, pag.100.)
  5. Almeno venti persone sono morte nelle alluvioni causate dalle forti piogge monsoniche che hanno colpito gli stati dell’Uttar Pradesh e del Bihar, nel nord dell’India. Più di centomila persone sono state evacuate. Negli Stati Uniti 13 persone sono morte negli allagamenti in Louisiana e quarantamila case sono state danneggiate. Circa cento persone sono morte nelle alluvioni in Sudan. (Internazionale n.1168, 26 agosto 2016, pag. 100)blu21
  6. Migliaia di caimani morti o agonizzanti sono stati ritrovati nel letto prosciugato del fiume Pilcomayo in Paraguay. Da settimane il paese attraversa una grave siccità. (Internazionale n.1168, 26 agosto 2016, pag.100)
  7. Gli esseri umani hanno modificato il 75% della superficie terrestre. Uno studio su BioScience stima che, escludendo gli oceani, i tre quarti della superficie del pianeta siano stati alterati dalla presenza umana, a causa soprattutto della conversione delle aree naturali in terreni agricoli in città. Tuttavia lo studio mostra che è possibile contenere l’impatto della crescita demografica: tra il 1992 e il 2009 la popolazione è aumentata del 23 % mentre l’impatto sull’ambiente è cresciuto del 9%. (Internazionale n.1168, 26 agosto 2016, pag. 100)
  8. L’incendio di Blue Cut, in California. Un incendio divampato nella contea di San Bernardino, in California, ha bruciato in pochi giorni migliaia di ettari di bosco e centinaia di edifici, costringendo più di 82mila persone a lasciare le loro case. L’immagine mostra il rogo alle 22.36 del 17 agosto 2016. E’ elaborata a partire dai dati raccolti dal sensore infrarosso termico, a bordo del satellite lansat8, che rivela la quantità di energia termica irradiata. (…) L’incendio è cominciato la mattina del 16 agosto 2016 sul passo di Cajon (vicino al sentiero Blue cut, da cui il rogo ha preso il nome), a ovest dell’interstatale 15, che è una delle principali strade di collegamento tra Los Angeles e Las Vegas. A mezzogiorno del 18 agosto, aveva già bruciato più di 12mila ettari di terreno (120 chilometri quadrati), favorito dal vento e dalla vegetazione secca. (…) Negli ultimi anni nella contea di San bernardino ci sono stati alcuni degli incendi più devastanti che hanno colpito la California, come l’Old Fire di Santa Ana del 2003, che in pochi giorni incenerì più di trentamila ettari di terreno. Tra il primo gennaio e il 13 agosto 2016 il dipartimento forestale della California ha registrato 3874 incendi, che hanno bruciato quasi cinquantamila ettari di terreno, distrutto centinaia di edifici e ucciso sette persone(Internazionale n. 1168, 26 agosto 2016, pag. 101, con foto).
  9. La voglia di avocado distrugge le foreste. L’aumento della domanda di avocado nel mondo sta provocando deforestazioni su larga scala nello stato messicano del Michoacàn. E gli affari attirano la criminalità. (…) Il Michoacàn concentra i quattro quinti della produzione di avocado del Messico, che è il primo produttore mondiale con un terzo della raccolta. Secondo i dati del ministero dell’agricoltura , trent’anni fa le piantagioni coprivano 31mila ettari di territorio, oggi ne coprono 118mila. Nel 2015 la produzione ha raggiunto 1,6 milioni di tonnellate, con un aumento del 6,6% rispetto all’anno precedente. L’altra faccia della medaglia del successo economico è la distruzione delle foreste di pini, in parte endemici. “Gli agricoltori piantano clandestinamente le piante di avocado in mezzo ai pini, spiega Victor Manuel Coria, direttore dell’Istituto nazionale di ricerche forestali del ministero dell’agricoltura. “Procedono lentamente, prima tagliano i rami e poi i tronchi secchi”. Anche la fauna è minacciata: coyote, puma, uccelli rari e farfalle monarca. Per non parlare dell’acqua consumata da queste colture, con conseguenze negative sul livello dei fiumi o dei pesticidi che contaminano la falda freatica. “Ma non vogliamo certo demonizzare questo frutto dalle virtù dietetiche eccezionali e che fa vivere migliaia di famiglie”, precisa Coria. (…) Più di metà della produzione è esportata. La Francia è il secondo importatore di avocado messicani dopo gli Statu Uniti e precede paesi come il Giappone e il Canada. Il successo economico è legato a una strategia di marketing aggressiva: nel 2013 i 19mila produttori messicani e le 46 imprese esportatrici si sono riuniti nell’Avocados from Mexico. Due anni dopo l’organizzazione ha sborsato un milione di dollari per uno spot pubblicitario durante il Super Bowl, l’evento sportivo più importante degli Stati Uniti. Da allora la domanda ha fatto salire i prezzi. A giugno negli Stati Uniti l’avocado si vendeva a un dollaro e 10 centesimi rispetto agli 86 centesimi di gennaio. Diventato più caro di alcuni metalli, il frutto ha attirato l’attenzione della criminalità organizzata. Nel 2013 gli abitanti di diversi villaggi del Michoacàn  hanno imbracciato le armi, esasperati dal racket di un cartello della droga che cercava di impadronirsi del loro oro verde. (…) Secondo uno studio della Commissione nazionale delle foreste (Conafor), nel 2009 gli incendi hanno distrutto 12.500 ettari di foresta nella regione. ”Un anno dopo la superficie delle coltivazioni di avocado cresceva di 8000 ettari”, scriveva a maggio la rivista Reporte Indigo. In seguito la situazione sembra essere peggiorata: il 9 agosto Osvaldo fernandez Orozco, responsabile regionale della Conafor, ha rivelato che quest’anno 818 incendi hanno devastato 15.620 ettari di foresta, , cioè il 9% della superfice boschiva del Michoacàn. (,,,). (Internazionale n. 1168, 26 agosto 2016, pag.98)
  10. Troppa carne. Il consumo eccessivo di carne suina in Cina preoccupa per le gravi conseguenze che può avere sulla salute e sull’ambiente. I cinesi consumano il 52% della carne suina nel mondo, scrive il Quotidiano del Popolo, e nel 2016 la Cina sarà il paese che ne produce e ne importa di più. Inoltre la Cina, che ha solo l’8% delle terre coltivabili al mondo e deve sfamare il 20% della popolazione mondiale, ha cominciato a comprare terreni all’estero per allevare bestiame. Secondo le ultime direttive del governo sull’alimentazione, Pechino dovrebbe dimezzare in dieci anni il consumo di carne e pesce, aumentato per effetto della crescita economica, scrive lo Straits Times. Il calo drastico dei consumi nel prossimo decennio permetterebbe di ridurre di un miliardo di tonnellate entro il 2030 la quantità di Co2 prodotta dagli allevamenti. (Internazionale n.1168, 26 agosto 2016, pag.23)
  11. Asini preziosi. Il governo del Burkina Faso ha vietato l’esportazione di asini. Il motivo del provvedimento , spiga Die Tageszeitung, è che questi animali, fondamentali per i lavori e i trasporti nelle aree rurali del paese, sono diventati rari e costosi a causa dell’impennata della domanda dall’estero. Gli asini sono richiesti in particolare in Cina, dove la carne d’asino è considerata una prelibatezza. “Secondo Adama Maiga, direttore del centro statale per la salute degli animali, nei primi tre mesi del 2015 il Burkina Faso esportava circa mille asini, mentre nel secondo trimestre del 2016 la cifra è salita a 18mila”. Nel frattempo, conclude il quotidiano, il prezzo di un asino è triplicato: un anno fa costava tra i 53 e i 60 euro. (Internazionale n. 1168, 26 agosto 2016, pag. 103)
  12. Il 22 agosto le autorità statunitensi hanno dato il via libera all’acquisizione della Syngenta, multinazionale svizzera specializzata nell’agricoltura industriale, da parte dell’azienda pubblica cinese ChemChina. Quello statunitense era uno degli ultimi ostacoli all’operazione da 44 miliardi di dollari annunciata lo scorso febbraio. La ChemChina conta di completare l’acquisizione della Syngenta entro la fine dell’anno, anche se dovrà superare l’esame di numerose autorità anti trust: la multinazionale svizzera, infatti, è presente in 90 paesi. (Internazionale n. 1168, 26 agosto 2016, pag.103)

    Philippines Climate Countdown

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  13. La terra. Innovazione, strategia e sostenibilità. Il controesodo dei giovani verso i campi. L’agricoltura. Nel 2015 il settore ha registrato quasi 20mila nuovi occupati sotto i 40 anni. Colti e specializzati, non lo fanno per ripiego, ma perché recuperano quei valori dimenticati nell’epoca della corsa al posto in città. E il 72% dei neolaureati in agraria trova impiego dopo 12 mesi. 44.301 è la cifra dei giovani al di sotto dei 35 anni che sono alla guida di una azienda agricola nell’indagine relativa al 2016 fatta dalla Coldiretti. Secondo un progetto di ricerca realizzato da Coldiretti e Ixè, la metà ha una laurea, il 57% ha fatto innovazione, il 74% è orgoglioso della propria scelta, il 78% è più contento di prima. Fenomeno che coinvolge sia uomini che donne.(…) (Corriere della Sera, 30 agosto 2016, pag. 28 e 29)
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