Paura, libertà e pazienza

bachaposh

Fonte: west-info.eu

di Ivano Calaon*

L’Isis (O Daesh) fa paura. Questa organizzazione sembra avere il potere di creare morte e distruzione ovunque, in qualsiasi momento. Viene spesso dipinta dai mass media come un mostro che nell’oscurità tesse trame di morte. Ha assunto il ruolo del radicalmente Altro, una sorta di entità primitiva e crudele che ci perseguita, che disprezza la libertà, la democrazia, il diritto, e intende precipitare la civiltà occidentale in una barbarie cupa e sanguinaria.

Eppure l’Isis fa proseliti proprio nel mondo occidentale che ne ha così orrore. Attraverso le valli dei Balcani e le acque del Mediterraneo si è creato un grottesco incrocio tra chi scappa dalla guerra e chi la cerca e la alimenta: secondo un rapporto del 2014, elaborato all’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (Icsr), il numero dei combattenti islamici in Siria provenienti dall’Europa, nel 2013, oscillava tra le 5.000 e le 11.000 unità.

L’Icsr, inoltre, stimava che circa un quinto (18 per cento) dei combattenti stranieri operanti in Siria provenisse dall’Europa occidentale. Nell’ultimo trimestre del 2014, stime prodotte da fonti d’intelligence hanno calcolato in circa 15.000 i combattenti stranieri nell’Isis, di cui 2.000 occidentali. Il 6 per cento di questi, provenienti dall’Ue, si sono convertiti all’Islam, molti sono immigrati islamici di seconda o terza generazione e pochissimi di origine siriana. Il 18 per cento è costituito da donne, l’età media è compresa tra 18 e i 29 anni e molti dei reclutati occidentali hanno un buon livello di acculturamento, discreto è il numero di laureati e la condizione economica delle famiglie è generalmente buona. Le donne in particolare, più che arruolarsi come combattenti, arrivano ad offrirsi come “spose” dei combattenti, un eufemismo che indica una vera e propria forma di schiavitù sessuale.

È uno spaesamento, sia nel senso che parliamo di persone che cambiano radicalmente paese, lingua e modo di vivere, sia nel senso che si rimane angosciati e confusi. Queste conversioni sulla via di Damasco e dintorni sono inquietanti; ci dicono che il Nemico non è fuori, in una terra remota, non solo è il risultato di ignoranza, isolamento e povertà, il Nemico è anche nato e cresciuto dentro di noi.

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Cosa spinge delle persone che sono cresciute in un contesto multiculturale, tollerante, garante – almeno formalmente – dei diritti individuali a scegliere deliberatamente l’appartenenza a un mondo che è la negazione di tutto questo? Perché questa fuga dalla libertà?

Nel libro Le ragazze segrete di Kabul la giornalista svedese Jenny Nordberg ci permette di vedere la questione da un punto di vista particolare. In Afghanistan i confini tra ruoli maschili e femminili sono particolarmente rigidi e le violazioni vengono pesantemente punite. Esiste, tuttavia, uno spazio in cui questi ruoli vengono apparentemente trasgrediti, con il tacito assenso di tutti e senza che questo abbia a che fare con patologie o sfruttamento sessuale. Si tratta delle cosiddette bacha posh un’espressione che nella lingua dari significa “vestita come un ragazzo”. Accade con una certa frequenza che bambine in età scolare si vestano e si comportino come maschi: indossano tunica e pantaloni da ragazzo, portano i capelli corti, giocano a calcio e lavorano come apprendisti (maschi) in una bottega. Attorno a loro si crea una sorta di tacita collusione per cui molti sanno ma nessuno dice. È qualcosa di trasversale alle diverse classi sociali ed etnie. Può nascere dal bisogno di uno stipendio in più, dall’esigenza di un “uomo” che possa muoversi liberamente per fare la spesa e altre commissioni quotidiane oppure perché non avere figli maschi è percepito come una vergogna. Il cambio di ruolo può avvenire nel corso della stessa giornata:

“Ogni mattina Niima frequenta la scuola per due ore con un vestito e il velo in testa. Quando torna a casa si mette gli abiti da lavoro e va a fare il garzone in un piccolo alimentari poco lontano da casa. In media guadagna l’equivalente di un dollaro e trenta centesimi al giorno. E con questo sfama la sua famiglia Pashtun, composta dalla madre e otto sorelle” 1

Le bambine sono consapevoli di essere femmine e una volta raggiunta la pubertà riprendono a vestirsi unicamente da donna e in genere si adeguano alle rigide prescrizioni della società afghana (velo, attività unicamente casalinga, sottomissione all’uomo, ecc.) senza apparenti problemi rispetto alla propria identità di genere.

Un primo spunto di riflessione è che la trasgressione dei ruoli è solo apparente. Per poter lavorare queste bambine devono travestirsi da maschio. La svalutazione del ruolo femminile è talmente forte che “basta” vestirsi e comportarsi come l’altro genere per poter fare cose apparentemente banali come uscire di casa da sole e lavorare. Il ruolo maschile esce assolutamente rinforzato ed esaltato da questo tipo di usanza, in misura inversamente proporzionale alla svalutazione del ruolo femminile. È più importante che la forma della superiorità maschile venga rispettata, a discapito della sostanza biologica.

In quest’ottica la questione non è tanto cosa sia maschile o femminile ma piuttosto la relazione che si stabilisce tra questi due mondi, attraverso un parola chiave: libertà.

“Ho chiesto spesso agli afghani di definire la differenza tra uomini e donne e nel corso degli anni ho ricevuto risposte interessanti. Mentre gli uomini di regola cominciano con il descrivere le donne come più sensibili, premurose e fisicamente meno prestanti degli uomini, le donne – ricche o povere, istruite o analfabete – spesso sintetizzano questa differenza con una sola parola: libertà…. per loro libertà è evitare un matrimonio non desiderato ed essere in grado di andarsene di casa. È avere il controllo sul proprio corpo e poter scegliere come e quando rimanere incinte. Oppure studiare e avere una professione”.

Una libertà che fa paura alla maggior parte degli uomini afghani, e non solo a loro. Le cronache riportano con regolarità di omicidi – suicidi da parte di uomini non in grado di tollerare che la propria compagna li lasci. E, senza arrivare a questi estremi, nella pratica clinica con singoli o coppie, rimango sempre colpito dalla frequenza con cui vengono costruite organizzazioni di personalità e familiari “terrostiche e fondamentaliste”: a prescindere dal livello culturale ed economico sembra davvero difficile sfuggire dalla tentazione di richiudersi “liberamente” in ruoli maschili e femminili che non sono poi così lontani, a livello delle qualità intrapsichica, da quelli di una cultura come quella afghana. Per uomini e donne occidentali entrare a far parte di un’organizzazione fondamentalista, in senso letterale o metaforico, è un modo per sfuggire dalla fatica del confronto con la libertà dell’Altro e dell’Altra, perché come diceva Winnicott, l’amore non è un istinto ma una faccenda complicata.

Nel 1941, di fronte al fascino che i regimi totalitari e la guerra esercitavano su milioni di persone, Erich Fromm in “Fuga dalla libertà”, scriveva:

“Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà ha reso [l’essere umano] isolato e, pertanto, ansioso e impotente. Questo isolamento è intollerabile e l’alternativa che gli si presenta è la seguente: o sfuggire dal peso di questa libertà verso nuove dipendenze e sottomissioni, o progredire verso la piena realizzazione della libertà positiva che si fonda sull’unicità e l’individualità dell’uomo”.

La libertà fa paura quanto l’Isis, e in alcuni casi anche di più. Il mondo globalizzato e interconnesso è complesso e opaco, le possibilità di scelta ogni giorno di più ma allo stesso modo aumentano le possibilità di fallire la propria esistenza personale e collettiva. Una grande libertà richiede un’anima forte, una mente capace di tollerare l’ambiguità, i vuoti e il conflitto sempre presenti dentro e attorno a noi. La scelta di aderire a un’istituzione “totale” come l’Isis o una organizzazione di personalità particolarmente rigida è una scorciatoia che permette di evitare, ad un costo altissimo, le fatiche dell’individuazione, di dimenticare che la materia prima nella costruzione di se stessi e delle relazioni è il tempo.

Con il tempo, tuttavia, occorre fare qualcosa, non basta farlo passare più o meno piacevolmente, occorrono strumenti per lavorarlo e dargli una forma. Uno degli strumenti per vivere nella libertà, senza fughe paurose, è la pazienza: il suo uso fecondo viene ben raccontato da Atiq Rahimi in Come pietra paziente.

È la storia di una donna afghana bloccata in una casa all’interno di una zona di combattimento tra clan rivali. Passa le sue giornate ad assistere il marito in coma per un proiettile conficcato nella nuca, sparatogli da un compagno d’armi durante una stupida lite. Il marito non è cosciente, vegeta sdraiato in una stanza spoglia, e la donna inizia a parlargli per trovare sollievo dall’angoscia e dalla noia di giornate sempre uguali, in cui le uniche occupazioni sono le figlie e le cure di un malato privo di coscienza, mentre fuori si svolge la battaglia. Pian piano le parole della donna si trasformano, non sono solo più lamenti sulla durezza e la crudeltà della sua situazione, ma, in qualche modo, il marito diventa un muto confidente, evento impossibile quando egli era “vivo”, diventa la sua “Sang-e sabur” “pietra di pazienza”, un sasso a cui si confidano dolori e segreti.

“Ora finalmente capisco cosa diceva tuo padre a proposito di una pietra sacra. Era verso la fine della sua vita. Tu eri via, partito per la guerra ancora una volta. Qualche mese fa, poco prima che tu ricevessi questo proiettile, tuo padre era malato; c’ero solo io a occuparmi di lui. Era ossessionato da una pietra magica. Una pietra nera. Ne parlava di continuo… come la chiamava, la pietra?”. Cerca la parola. “Agli amici che venivano a trovarlo chiedeva sempre che gli portassero quella pietra… una pietra nera, preziosa…”. Infila il tubicino nella gola dell’uomo. “Sai, la pietra che ti metti davanti… davanti alla quale ti lamenti di tutte le disgrazie, di tutte le tue sofferenze, di tutti i tuoi dolori, di tutte le tue pene… a cui confidi tutti i pesi che hai nel cuore e che non osi rivelare agli altri….” Regola il gocciolatore. “Le parli, le parli. E la pietra ti ascolta, assorbe tutte le sue parole, i tuoi segreti, finché un bel giorno va in frantumi. Si sgretola”. Pulisce e umetta gli occhi dell’uomo. “E quel giorno sei infine liberato da tutte le tue sofferenze, da tutte le tue pene… come si chiama quella pietra?”. (…)

“Sang-e sabur!”. Sobbalza, “ecco il nome della pietra: sang-e sabur, pietra di pazienza! La pietra magica!”. Si accovaccia vicino all’uomo. “Sì, tu, tu sei la mia sang-e sabur!”. Gli sfiora delicatamente il viso, come se davvero toccasse una pietra preziosa. “Ti dirò tutto mia sang-e sabur, tutto. Finché non mi sarò liberata delle mie sofferenze , delle mie pene. Finche tu, tu…”. Tace il resto. Lascia che sia l’uomo a immaginarlo… Esce dalla camera, dal corridoio, dalla casa.

Qualsiasi relazione che ci permette di trasformare, senza scappare, la nostra paura della libertà è una sang-e sabur, una pietra di pazienza. È quello che si cerca di realizzare nella relazione tra terapeuta e paziente: due persone passano un periodo indefinito a parlare in una stanza, uno spazio relativamente tranquillo rispetto alle battaglie che si svolgono fuori, nella vita quotidiana. Il paziente, come dice il nome, ha proprio il compito di usare pazienza, e può a volte avere la sensazione di stare parlando a una pietra, di dire sempre le stesse cose, di tornare ogni volta ad affrontare gli stessi errori e gli stessi schemi. In realtà si sta confrontando con le proprie emozioni pietrificate, con le parti dure e repressive della propria personalità, che non tollerano e bloccano il cambiamento. Soprattutto all’inizio, il terapeuta in genere viene vissuto come qualcosa di poco differenziato dalla altri oggetti della stanza, da cui si distingue appena perché respira ed ogni tanto emette qualche suono. Questo a prescindere dalla capacità ed esperienza del professionista: quando il dolore ruggisce dentro, oppure quando la capacità di pensare e di sentire del paziente è soffocata da un eccesso di contenuti emotivi caotici, un terapeuta adeguato offre un’accoglienza paziente e rispettosa più che interpretazioni o indicazioni. Nel prosieguo del racconto di Rahimi alla protagonista sono necessari molti giorni e molte parole per diventare capace di raccontare verità sempre più intime e scomode, fino a quando il “marito di pietra” si frantuma. Solo a quel punto la donna può finalmente entrare in contatto con i diversi aspetti del mondo maschile in un modo più consapevole, difendendosi con astuzia dalla loro violenza, ma senza fuggire dall’intimità quando questa è possibile e autentica.

Non meno complesso e pericoloso il percorso per il terapeuta, che si trova ad essere un po’ come un reporter straniero in una zona di guerra. Nel 1978 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Il fotografo Steve Mc Curry lascia la sua attività in un giornale di Philadelphia negli Stati Uniti e parte con un biglietto di sola andata per l’India, uno zaino per i vestiti e uno per i rullini. Dopo molti mesi di viaggio, si ritrova a passare il confine con il Pakistan. Là, incontra un gruppo di rifugiati dell’Afghanistan, che gli permettono di entrare clandestinamente nel loro paese, proprio quando l’invasione russa chiude i confini a tutti i giornalisti occidentali. Il giovane fotografo, indossando abiti tradizionali, trascorre mesi tra i Mujahidin, senza possibilità di contatto con il resto del mondo. Riattraversa il confine con il Pakistan dove gli vengono sequestrate macchine e rullini, ma non quelli che aveva cucito all’interno dei propri vestiti. Riesce così a far pubblicare delle straordinarie foto in bianco e nero che per la prima volta danno forma e volto al conflitto in corso. Mc Curry è partito con l’Afghanistan con la stesso desiderio di trasformazione radicale di un aspirante miliziano dell’Isis, ma ciò che non lo ha reso un feroce assassino sono il suo sguardo e la sua capacità narrativa:

“La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.

Una testimonianza di come, con i giusti compagni di viaggio, sia possibile viaggiare attraverso l’orrore e il terrore, stare nei conflitti senza schierarsi con le fazioni presenti, superare il bisogno di controllo e di sicurezza, e permettere la nascita di una vita più libera e creativa.

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1 Jenny NORDBERG – Nei panni di un maschio – Internazionale, n. 1074 del 24 ottobre 2014

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* Psicoterapeuta, vive a Genova. Si occupa, tra le altre cose, di miglioramento dei processi organizzativi: “Odio excel, power point e le riunioni. Preferisco piccoli gruppi  di progetto – scrive Ivano – formati da persone capaci di vivere bene o non troppo male insieme agli altri”. È tra gli autori del quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole (edizioni Comune):

Ci vuole il tempo che ci vuole

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