Le due Marie e la legge che ora c’è

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di Rosaria Gasparro*

Le donne del mio paese, quando non studiano e quando non vanno via, iniziano presto ad andare in campagna. Offrono le loro braccia adolescenti e continuano con la menopausa e l’osteoporosi. La schiena che si piega, le spalle che trasportano, il sudore che cola sotto i tendoni coperti quando l’afa ti toglie il respiro e gli altri stanno al mare. O quando l’umidità dell’alba, nebbia pioggia brina, penetra nelle ossa, nelle articolazioni, allora è col freddo e con i dolori che bisogna convivere mentre gli altri ancora dormono. Braccianti. Sono 40mila in Puglia. Noventrotrenta insieme agli uomini nel mio paese, il più piccolo della provincia di Brindisi. Partono alle tre di notte nei pullman per andare a Rutigliano e Noicattaro in provincia di Bari o fuori regione, a Metaponto e a Nova Siri in provincia di Matera. Nel mese di luglio sono una quindicina i pullman che partono da San Michele. In tutta la Puglia sono centinaia quelli organizzati dai caporali che partono di notte e ritornano nel pomeriggio, quando va bene.

Molte delle madri dei miei alunni erano e sono braccianti. Con le fragole ti spezzi la schiena e manca il fiato dentro le serre, lo stesso coi pomodori che ti friggono il cervello sotto lo scirocco del deserto, con i carciofi ti proteggi coprendoti con pantaloni e giubba di plastica e comunque ti bagni o da fuori per la rugiada copiosa che copre i cardi e la terra o da dentro perché la pelle non respira. Con le pesche va meglio se non soffri d’allergia, se sai stare sulle scale per tutto il giorno e le sai trasportare da un albero all’altro, filare dopo filare. Con l’uva che ama il clima caldo e arido devi resistere sotto i tendoni coperti di plastica, con l’aria che non circola, poco ossigeno e le temperature elevate che si aggirano intorno ai 45 gradi, l’imballaggio di plotoni di tredici chili da trasportare, oppure ti tocca il magazzino e lì tutto il giorno in piedi nella stessa posizione.

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Le due Marie sono le braccianti che hanno fatto la storia nel nostro paese. Hanno iniziato da ragazzine ad andare nei campi. Conoscono bene i problemi di questa terra, le ingiustizie, gli sfruttamenti, le vessazioni, la mancanza dei diritti, il sottosalario, l’abitudine a subire, a stare zitte se no non lavori, resti a casa. Conoscono lo stato del bisogno, le sue terre di nessuno. Conoscono sulla loro pelle la giornata lavorativa che, per dirla con Marx, non è una grandezza costante, ma una grandezza variabile, non fissa ma fluida. Sanno che in questa regione il caporalato è un fenomeno endemico ma conoscono la lezione di Giuseppe Di Vittorio, perciò insieme ad altre donne, tra cui Piera e la terza Maria (entrambe impegnate oggi nel sindacato), agli inizi degli anni ottanta una notte d’aprile, mentre erano in macchina con il fattore (così chiamano da queste parti il caporale) che le accompagnava, sentirono che non potevano più sopportare la stanchezza che veniva da lontano, che si era mescolata con la rabbia e la dignità e che quello era il momento per dire basta. Scesero dall’auto, chiamarono i sindacati e la polizia, bloccarono i pullmini dei caporali, in cui viaggiavano il doppio delle donne che potevano contenere, quelle donne che dovevano fuggire nei campi ogni volta che venivano fermati a un posto di blocco, che in caso di controllo dovevano dire che era il loro primo giorno di lavoro, che avevano solo cinque minuti per andare al bagno anche quando il ciclo lo richiede ancora. Iniziarono una protesta che interessò altre donne dei comuni vicini, assemblee infuocate tra insulti e minacce, loro che arrivavano scortate. Ce la fecero, riuscirono ad organizzare l’autogestione che durò quasi dieci anni. Poi tutto finì, il caporalato ritornò ad essere un fenomeno normale, in crescita come afferma l’ultimo rapporto sulle agromafie: 430mila le persone coinvolte, di cui 100mila relegate a un vero e proprio regime di schiavitù.

Le due Marie no. Loro lavorano presso un’azienda libera da questo marchio d’infamia. Una di loro, Maria Casalino, ha fatto parte della delegazione delle braccianti della Flai-Cgil ricevuta dalla Presidente della Camera.

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Al mercato ho comprato l’uva, un grappolo d’uva bianca, non ricordo la varietà se è regina, vittoria o italia, un grappolo di uva rosata red globe e uno senza semi. So cosa c’è dietro ogni acino che schiaccio. Serve un marchio etico, free caporalato, in questa regione che con il 74,6 per cento è al primo posto nella produzione di uva da tavola. Allora sì sarebbe veramente la regione più bella del mondo.

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La legge attesa da anni ora c’è. D’ora in poi saranno sanzionabili, anche con la confisca dei beni, non solo gli intermediari illegali ma anche i datori di lavoro che fanno ricorso alla loro intermediazione. Ci sarà anche un aiuto concreto alle vittime del caporalato.

La legge viene da lontano. Viene anche dalle due Marie, più la terza, più Piera. Dal loro coraggio, dalla loro dignità.

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