Black bloc. La tattica e il pretesto

La presenza di giovani incappucciati che si richiamano alla “tattica black bloc” nelle manifestazioni brasiliane contro il governo illegittimo di Michel Temer ha acceso una grande discussione sulla rottura delle vetrine di banche e imprese private e sul monopolio statale della violenza. Vale la pena, forse, ricordare soprattutto che si tratta di una tattica e non di un tratto identitario: non tutti quelli che si coprono il volto sono black bloc, né usano quella tattica sempre e ovunque, non formano un’organizzazione né sono sempre anarchici. Contrariamente ai pregiudizi esistenti, inoltre, i giovanissimi black bloc non appartengono quasi mai alle classi medie agiate ma vivono nelle periferie e spesso studiano e lavorano da quando erano molto giovani. Certo, la loro azione può facilitare la repressione poliziesca e spaventare parte dei manifestanti, soprattutto quando gli incappucciati agiscono e si ritirano prima dell’arrivo della polizia che finisce per reprimere le persone a caso. Non sarebbe affato impossibile, però, in linea di principio, distinguere tra le azioni black bloc e le provocazioni della polizia, sempre che ci sia interesse a farlo

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di Raúl Zibechi
Nelle ultime settimane, a seguito dell’azione black bloc in Brasile, abbiamo assistito a un dibattito che ha coinvolto dirigenti dei movimenti sociali e collettivi di militanti. La tattica black bloc (distruzione dei vetri e delle vetrine di banche e di imprese private da parte di giovani incappucciati durante le manifestazioni) è stata una prassi in Cile e in Uruguay, tra gli altri, e in Brasile si era già installata nel giugno del 2013, per riapparire con forza di recente nelle manifestazioni contro il governo illegittimo di Michel Temer.
Da quando le tattiche black bloc sono comparse, si è generata una polemica nelle organizzazioni sociali sulla pertinenza di queste azioni. Alcuni sostengono che sono negative, perché danno argomenti alla polizia per reprimere e in questo modo allontanano e spaventano i manifestanti reali o potenziali. Altri sottolineano che si tratta di violenza simbolica contro grandi imprese e rappresentazioni del sistema, che ha effetti deterrenti sulla repressione. I partiti elettorali sono soliti condannarle in maniera categorica.
In Brasile, si è inserito nella polemica uno dei principali referenti dei movimenti più combattivi, come Guilherme Boulos, coordinatore del Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST). Un giorno prima della più grande marcia contro il governo, Boulos ha assicurato che “nelle nostre manifestazioni non c’è spazio per queste pratiche” e ha detto che non dovevano partecipare alla mobilitazione di domenica 4 [settembre] (goo.gl/GUDSMi). È stato duramente criticato per aver difeso la “criminalizzazione” di coloro che usano la tattica black bloc.
Boulos, poco dopo, ha pubblicato una nota sul suo blog, nella quale spiega: “Non sono d’accordo con la tattica perché allontana persone dalle mobilitazioni e prendono decisioni isolate, ma colpiscono tutti noi”. Rifiuta l’accusa di criminalizzare la tattica e ricorda che il MTST “è stato duramente criminalizzato per aver praticato l’azione diretta”, sottolineando che militanti del movimento sono in carcere e con processi in corso (goo.gl/zxqzST).
A São Paulo, nella manifestazione di domenica 4, hanno partecipato circa 100 mila persone. Gli organizzatori, l’alleanza Povo Sem Medo, dove il MTST gioca un ruolo preponderante assieme a circa 30 movimenti e organizzazioni sociali e politiche, e il Frente Brasil Popular, egemonizzato dal PT e dal sindacato CUT, si sono diretti verso gli incappucciati perché scoprissero i loro volti o abbandonassero la marcia. Non si è registrato alcun incidente. Tuttavia, quando i manifestanti si stavano disperdendo, la polizia militare li ha attaccati e ha arrestato 26 giovani, perché “volevano compiere atti di violenza”.
In questa occasione non c’è stata la minima “provocazione” black bloc, ma la repressione è stata ugualmente implacabile. La polemica continua il suo corso, con argomenti che vanno dalla messa in discussione della violenza fino all’opportunità del suo utilizzo quando alle manifestazioni partecipano famiglie con bambini, compresa l’ipotesi, che viene sempre usata, degli infiltrati per provocare la repressione poliziesca.

Sembrano necessarie alcune considerazioni.
La prima è che si tratta di una tattica che, in astratto, non è né buona né cattiva, ma può essere conveniente o meno, a seconda delle circostanze. Non ci troviamo davanti a una questione di principio. È necessario capire che non tutti quelli che si coprono il volto sono seguaci della tattica black bloc, che non formano un’organizzazione né sono necessariamente anarchici, né usano la tattica sempre e ovunque. Quelli che la utilizzano oggi, possono non farlo domani e viceversa.
La seconda è che quelli che utilizzano la tattica black bloc, sono giovani radicali, anticapitalisti, che rifiutano il sistema economico e la repressione poliziesca. Contrariamente ai pregiudizi esistenti, non appartengono alle classi medie agiate; vivono nelle periferie, studiano e lavorano da quando erano molto giovani. Da quel che conosco in Uruguay, per i dati forniti dal Cile e per la ricerca degli autori di Mascarados (Geração Editorial, 2014), si tratta di persone di circa 20 anni, molte di loro donne, che subiscono la persecuzione poliziesca nei loro quartieri. Anche se sono pochi, dimostrano “la profonda crisi in cui si dibatte la sinistra brasiliana” (pag. 19).
La terza, ruota attorno al principale argomento che si usa contro questa tattica: facilita la repressione poliziesca e spaventa una parte dei manifestanti, che sia perché gli appelli chiariscono che le marce sono pacifiche oppure perché la repressione che segue alla tattica black bloc colpisce persone che non vogliono subire la violenza della polizia. Vengono definiti “provocatori”.
L’argomento è solido, soprattutto quando gli incappucciati agiscono e si ritirano prima dell’arrivo della polizia che finisce per reprimere persone a caso. Il problema però non è solo in chi utilizza questa tattica, ma anche negli stessi manifestanti, che spesso non sono organizzati e partecipano individualmente. Qualcuno riesce a immaginare che un gruppo di giovani usi la tattica black bloc durante una manifestazione delle basi di appoggio dell’ EZLN a San Cristóbal de las Casas?
La quarta questione riguarda l’uso di tattiche simili da parte di poliziotti o militari infiltrati nelle manifestazioni. Come ha notato un giovane di São Paulo in un eccellente reportage dell’edizione brasiliana di El País, “credo che chi spacca un’edicola o brucia un autobus, ad esempio, o non ha capito niente o è un infiltrato” (goo.gl/2G6lck). È possibile distinguere tra le azioni black blocs e le provocazioni della polizia, sempre che ci sia interesse a farlo.
Infine, il tema che la giornalista Eliane Brum solleva: “Mentre la distruzione dei corpi dei manifestanti da parte della polizia è naturalizzata, quella dei beni materiali viene criminalizzata” (goo.gl/mdRPKj). A suo parere, si tratta di una “eredità schiavista e genocida” che ancora non è stata superata. Detto in altro modo, la tattica black bloc, che siamo d’accordo o meno con essa, ci pone un dilemma: accettiamo, senza aggiungere altro, il monopolio statale della violenza?

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