Mettere in comune nuove narrazioni

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Nuit debout 2016, Parigi. Foto di Francis Azevedo

 

di Emilia De Rienzo*

Ha scritto Doris Lessing:

«Perché nel profondo di ciascuno di noi c’è un cantastorie. Un narratore che è sempre con noi. Quand’anche il mondo in cui viviamo venisse travolto dalla guerra, con tutto l’orrore che possiamo facilmente immaginare… Se un’alluvione inondasse le nostre città, e il mare si sollevasse… quel cantastorie continuerebbe ad esistere, perché, nel bene e nel male, è la fantasia a darci una forma, a crearci, a tenerci insieme. E anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa».

Ci sono molti libri che raccontano storie, ma anche dentro ognuno di noi, senza essere scrittori, esiste il desiderio di raccontarsi, di narrare non solo la propria vita individuale, ma anche quella delle persone che vivono a contatto con noi. Desideriamo raccontare perché abbiamo bisogno di un riconoscimento di quello che facciamo, per comunicare, per avere davvero uno scambio sincero e profondo, per mettere a disposizione degli altri la nostra esperienza anche se non sempre positiva.

Ma raccontare vuol dire parlare, ma anche saper ascoltare, vuol dire scambiarsi esperienze e crescere insieme. Vuol dire non aver paura di esporsi, non come Narciso che amava vedere solo se stesso, ma per aprirsi al confronto, per dia-logare davvero e condividere.

Sono finite le grandi narrazioni, oggi dovrebbero nascere quelle piccole, più vere, più attente alla realtà da cui possono scaturire piccoli sogni, da cui può iniziare un cammino.

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Non mi appassionano, quindi, quelle discussioni che mettono in contrapposizione idee, opinioni senza ascolto e scambio da cui possono nascere solo scontri e nulla di costruttivo. Quelle discussioni che terminano dicendo: avevo ragione io e torto tu. Mi piacciono quei momenti in cui ognuno mette da parte i suoi pregiudizi, le sue certezze e si aprono spazi dove nasce davvero “la parola”, quella autentica che scaturisce non solo da una ragione più o meno “illuminata”, ma dal desiderio di conoscere, di comprendere, di mettere in comune (leggi anche Mettiamo in comune di ).

Dovremmo lavorare ovunque siamo perché si aprano spazi dove questo scambio possa essere possibile, nei quartieri, nella scuola, nelle associazioni, ovunque sia possibile.

 

* insegnante, vive a Torino, cura un prezioso blog – Pensare in un’altra luce. Ha aderito alla nostra campagna 2016 “Facciamo Comune insieme

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