Quanto conta il silenzio maschile?

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Immagine tratta da lahoradehurlingham.com.ar

di Lea Melandri*

La recente sequenza di femminicidi deve aver fatto cadere, da parte maschile, alcune delle resistenze più forti a interrogarsi come «genere», a chiedersi se la «follia omicida» di pochi non sia imparentata, nel profondo di «antiche e oscure emozioni» – come le chiama Virginia Woolf -, con l’idea di «virilità» di cui sono improntati sia la cultura alta che il senso comune.

«Viviamo ancora, noi maschi in Italia – scriveva Nicola Lagioia sulla prima pagina di Repubblica (il 10 giugno scorso – in un contesto che ci mette in una posizione di predominanza. Quanto ne siamo consapevoli? Quanto, consapevolmente o meno, cediamo alla tentazione di contribuire a cementare un modello che ci vede in differenti blocchi di partenza rispetto alle donne? E quanto siamo tentati di trasferire questo modello nel privato delle nostre relazioni sentimentali?».

Altalenando tra riflessioni più teoriche e testimonianze di vita personale, la parola degli uomini parla oggi con una coscienza di sé e della propria storia che il femminismo sollecitava da anni e che finora non era andata oltre la pratica politica di gruppi ristretti, come Maschile Plurale.

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Sul Sole 24ore, un «intellettuale trentenne», Raffaele Alberto Ventura, descrive la nascita della figlia come una «piccola apocalisse»: la caduta di un intero edificio di valori e priorità, la scoperta che le «mutilazioni» che la paternità – e a maggiore ragione la maternità – avrebbe imposto a carriere, sogni di gloria, distrazioni, ecc., potevano non essere temute ma desiderate come tempo liberato dalle «promesse di un avvenire che non giungerà mai».

Si tratta di «legittimi dubbi su se stessi», sulle proprie fragilità, su logiche di potere interiorizzate inconsapevolmente e diventate «normalità», privilegio «naturale» maschile, che andrebbero però trasferite – come sottolineava giustamente Nicola Lagioia nel suo articolo – in un dibattito pubblico.

Sulla necessità del passaggio, dai cambiamenti che stanno avvenendo nelle esperienze singole e nella quotidianità a un impegno più esteso che investa la cultura e la politica, sono totalmente d’accordo, ma non posso non chiedermi perché non è ancora avvenuto, perché le riflessioni e le pratiche di mezzo secolo di femminismo siano tenute ancora nell’ombra, per non dire osteggiate, date per morte e richiamate in vita all’occorrenza.

Come ho scritto più volte, se c’è stato un silenzio, non è «del» femminismo ma «sul» femminismo. Nelle pagine dei maggiori quotidiani nazionali, che oggi sembrano aprirsi a una parola maschile inusuale, si aspetta ancora, e non si sa per quanto, la voce di quella rivoluzione delle coscienze che ha portato allo scoperto e analizzato nella sua complessità, un dominio del tutto particolare, che ha visto confuse logiche d’amore e di guerra, tirannie del privato e del pubblico. Gli archivi, i centri di documentazione, le case delle donne conservano scrupolosamente memoria di un sapere a cui pochissimi uomini, compresi gli insospettabili, hanno portato il loro sguardo: libri, riviste, documenti che per entrare nel dibattito mediatico, televisivo, dovrebbero prima di tutto essere letti.

È per questo che, a differenza degli altri, l’articolo di Michele Serra (apparso su Repubblica.it il 12 giugno) mi ha irritato e convinto che è stata prima di tutto le generazione maschile degli anni ’70 a volersi liberare del peso inquietante di relazioni, intellettuali e sentimentali, che stavano cambiando rapidamente, sotto la spinta di presenze femminili «impreviste», nelle case come nelle piazze e nei luoghi tradizionali della politica.

È vero che «per spiegare l’orrore delle tante donne assassinate» non bastano – come scrive Serra – le analisi della psicologia e della criminologia, che portano tra l’altro firme quasi esclusivamente maschili. La mancanza di una «parola politica» ha permesso che un fenomeno «strutturale», radicato nella storia di tutte le civiltà, restasse confinato nella patologia o in zone marginali di arretratezza, disagio sociale.

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Ma le nostre convinzioni e le nostre idee non sono mai state separate da «materiali psichici complessi», e se hanno potuto spesso diventare «ideologiche», cioè un volontaristico «dover essere», goffamente svincolato da pulsioni profonde, durature e difficilmente modificabili, è proprio perché questi «nessi» raramente vengono visti e indagati. L’intuizione più radicale del femminismo degli anni ’70 è stata la messa in discussione di tutte le contrapposizioni astratte, a partire da quella che ha deciso del destino dell’uomo e della donna, a cui ha fatto seguito la ricerca di legami che ci sono sempre stati tra il corpo, la sessualità e la politica, tra la ragione e i sentimenti, la cultura e la vita.

Lo slogan «il personale è politico» – che Serra traduce erroneamente con«il privato è politico» – intendeva portare allo scoperto la  storia non scritta che è rimasta sedimentata nella memoria dei corpi, nelle configurazioni inconsce, restituire alla cultura, alla storia tutte quelle esperienze dell’umano – le più universali – che sono rimaste confinate nella natura. E perciò immodificabili. In altre parole, si andava verso una «sprivatizzazione» del rapporto tra i sessi, ma anche tra individuo e società, famiglia-Stato, e così via. Può darsi che il femminismo sia stato vissuto dai «ragazzi» di quella generazione come una «forzatura ideologica» e che la scomparsa di slogan così mirati a un cambiamento che partiva dalle loro vite, dalle loro relazioni familiari e amorose, sia apparsa liberatoria.

Ma non si capisce allora perché Serra oggi li rimpianga, riconoscendo in quelle parole «brevi e di implacabile precisione» una idea rivoluzionaria capace di «modificare la struttura sociale perfino più radicalmente di quanto la muterebbe la sovversione della gerarchia padrone-operaio». Se le idee che parvero allora «troppo determinanti» oggi valgono come detriti di un passato, o banalità scontate – come le definisce Serra -, se hanno perso appeal per quanto riguarda il discorso politico, non è certo perché le femministe abbiano smesso di pronunciarle e scriverne, farne oggetto delle loro pratiche. La sordità, l’indifferenza o la volontaria messa in ombra hanno contraddistinto innanzi tutto una politica e una cultura ancora saldamente in mano agli uomini, esitanti a volgere lo sguardo su di sé e a riportare al proprio interno le consapevolezze nuove che venivano dal movimento delle donne, che interrogavano allo stesso modo la sfera privata e quella pubblica, l’esperienza del singolo e la vita sociale, lo psichismo profondo e le storia che vi è cresciuta sopra.

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Apparso sul blog La Ventisettesima ora (con il titolo originale “Violenza contro le donne. Quanto ha contato il silenzio della politica e della cultura maschile?”), qui con l’autorizzazione dell’autrice (che ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme).

 

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2 Risposte a “Quanto conta il silenzio maschile?”

  1. 22 luglio 2016 at 12:48 #

    …esame indispensabile per comprendere le motivazioni alla base di tanto feroce disagio. Penso che la sintesi finale:
    “La sordità, l’indifferenza o la volontaria messa in ombra hanno contraddistinto innanzi tutto una politica e una cultura ancora saldamente in mano agli uomini, esitanti a volgere lo sguardo su di sé e a riportare al proprio interno le consapevolezze nuove che venivano dal movimento delle donne, che interrogavano allo stesso modo la sfera privata e quella pubblica, l’esperienza del singolo e la vita sociale, lo psichismo profondo e le storia che vi è cresciuta sopra.”, racchiuda più di una verità schiacciante che abbiamo subito sulla nostra pelle.
    Abbiamo ancora molta strada da fare…
    Grazie per la condivisione

    Vitiana Paola Montana

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  1. Quanto conta il silenzio maschile? | archiviodilea - 21 luglio 2016

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