Parlare di terrorismo ai bambini

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Le immagini di questa pagina sono disegni realizzati da bambini della scuola Ferrero di Genova

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di Angela Maltoni*

La scuola in cui lavoro è multicolorata per le molte provenienze, per le sfumature e per i diversi credi religiosi. I miei bambini hanno radici famigliari in molti paesi del mondo, colori che vanno dal bianco latte al cioccolato fondente: tra loro vi sono cristiani, islamici, buddisti, hinduisti, evangelici e atei. Per via di questa caratterizzazione fortemente multiculturale in questo ciclo scolastico, così come nei precedenti, ho sempre cercato di insegnare loro l’accoglienza e la tolleranza.

Ho tentato di farlo attraverso la valorizzazione delle culture, delle lingue, cercando punti di contatto tra religioni diverse. L’intercultura sta alla base della mia impostazione didattica quotidiana e lo scopo è abituare i bambini a guardare oltre gli stereotipi degli adulti.

Ultimamente ho affrontato molte volte – non senza timore, costretta da tragici accadimenti – il tema del terrorismo e non è stato semplice scegliere le proposte più adatte all’età e alla sensibilità infantile. Oggi infatti i bambini vivono nella perenne contraddizione del non comprendere il qui e ora, il limite tra fantasia e realtà, anche a causa dell’abuso dei video giochi dove una volta morti si può tornare in vita. Di fronte alle stragi e alle immagini dei morti i bambini sono spaventati, restano attoniti a causa della violenza e proprio per questo, quando affronto l’argomento, temo sempre di non riuscire a trovare le parole giuste.

Il fatto si complica ancor più quando, come nel mio caso, alcuni di loro hanno vissuto la loro prima infanzia in paesi difficili dal punto di vista politico, hanno visto le devastazioni delle bombe o subìto le persecuzioni dei loro genitori per motivi religiosi o politici; oppure sono dovuti fuggire dal loro paese a causa della guerra civile o per lo stato di continua guerriglia.

Anche se in classe non si è verificato nulla di particolare, dopo i fatti di Parigi alcuni che praticano la religione islamica hanno percepito di essere stati messi nella categoria dei cattivi e additati tra quelli che potrebbero rappresentare una minaccia. Allora ho proposto libri e narrazioni in cui erano in forte contraddizione buoni e tiranni, puntando ad approfondire soprattutto il tema della pace in modo da mitigare – per quanto possibile – la paura. In realtà sono stati gli stessi bambini a trovare soluzioni e suggerimenti per i potenti della Terra in un’ottica di distensione.

In questi giorni, dopo gli ultimi tragici eventi – Nizza, Monaco e Ansbach – mi sono interrogata su cosa potrò dire al ritorno dalle vacanze estive ai miei alunni. I media ci hanno vomitato addosso dirette infinite in cui il terrore diventa merce di audience, immagini raccapriccianti di poveri corpi dilaniati coperti da tovaglie, tappeti di fiori, candele e pupazzi per ricordare quanti bambini hanno perso la vita per la follia umana, video di attentatori armati che sparano e parlano con persone affacciate al balcone. Sicuramente i miei alunni saranno informati di quel che è accaduto e sapranno tutto per filo e per segno, dettagli compresi.

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In questa estate perciò, almeno per alcuni di loro, i sogni saranno diventati incubi e temo tornino a scuola pieni di domande e paure. Tuttavia la televisione, quella che guardano la sera seduti a tavola con i genitori, ha risparmiato loro tante altre tragiche informazioni, anch’esse riferite dai media ma in modo sommario e marginale. Probabilmente, e forse è meglio per loro, non sapranno quasi nulla delle bombe che quasi giornalmente uccidono civili – tra cui molti bambini – in Siria e Afganistan. Nulla dei molti paesi africani dove sono in atto genocidi, e neppure del regime che si sta instaurando in Turchia. Forse non avranno ascoltato quello che i giornalisti dicono con un filo di voce di loro coetanei costretti a lavorare in modo disumano, della piaga delle spose bambine o della pedofilia accettata e non perseguita in molti paesi da cui loro stessi provengono.
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Di fronte a un tipo di comunicazione che salvaguarda soprattutto i potenti stati europei nascondendo o quasi tutto ciò che accade più a sud, mi chiedo quanto sia opportuno spiegare anche questo lato oscuro della realtà. Se sia corretto e giusto farlo. Partendo anche dal presupposto che fino a oggi ho sempre cercato di aprire i loro gli occhi rispetto a ciò che viene propinato da una sola parte come verità assoluta.

Ho provato, e continuerò, a insegnare ai miei bambini che la storia non deve essere letta solo dal punto di vista dei vincitori, che gli interessi socio-economici sono da sempre regolati dalla legge del più forte, che la cristianizzazione è stata spesso usata come scusa per colonizzare e azzerare popoli indigeni e che il nord geografico è da sempre considerato superiore al sud. Li ho fatti spesso riflettere sulla lingua che oggi viene parlata nei loro paesi di provenienza, che non è quella antica – cancellata a costo della vita – ma quella importata dai conquistatori stranieri.

Per questa ragione ho tolto dalle pareti dell’aula la carta di Mercatore sostituendola con quella di Peters, dove sono riportati equamente gli equilibri geografico-territoriali del nostro pianeta. Parallelamente cerco di far capire loro che il sud del mondo – spesso più denso di popolazione ma anche più fornito di ricchezze naturali – è sempre stato sfruttato, tenuto a bada e schiavizzato dal potente nord in nome della civilizzazione. In questi giorni ho letto parecchi articoli di noti giornalisti e opinionisti che sostengono quanto la scuola possa fare contro il terrorismo, quanto la cultura esportata – forse ancora una volta dal nord al sud – possa educare popoli armati dalle nostre stesse armi.

Mi ha particolarmente colpito, tra gli altri, l’articolo di Mario Calabresi, direttore de La Repubblica, in cui denuncia il pericolo che sta correndo l’Europa, che “sempre di più scivola verso un modo di vivere che è stato per decenni quello della popolazione civile israeliana, attenta a insegnare ai propri bambini l’importanza delle precauzioni e del sospetto”. Questo è proprio quello che vorrei evitare, almeno a scuola: e cioè la paura, il sospetto, la tensione.

Sono sicura che a settembre, ancora una volta, non troverò le parole giuste per spiegare ai miei bambini e alle mie bambine quello che la maggioranza dell’opinione pubblica pensa. Non me la sento infatti di dimenticare bambini morti nel loro letto tra la polvere di una casa crollata durante un bombardamento intelligente o di vite spezzate a solo due giorni dalla nascita; non voglio far loro chiudere gli occhi di fronte a greggi di popolazioni che marciano tra filo spinato e muri per cercare rifugio e pace. Penso che proporrò – come al solito – una serie di narrazioni e tra queste una delle prime sarà la lettura della storia di Malala e l’analisi del suo discorso pronunciato all’Onu in occasione del conferimento del premio Nobel, in cui ricorda che

“gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. Hanno paura del potere dell’istruzione”.

Come spesso faccio, continuerò ad andare controcorrente cercando insieme a loro le parole giuste, facendoli ragionare su ciò che accade e cercando di far crescere in loro il senso critico; continuando a far apprezzare le “culture” altre, il valore delle differenze e l’importanza della diversità, il profondo significato di pace e uguaglianza in nome di un dio che non deve essere superiore agli altri. E tutte le mattine continueremo a salutarci cantando “Salam aleikum, aleikum salam”.

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* Maestra presso la scuola primaria D. Ferrero di Genova, si occupa di intercultura e di plurilinguismo e di progetti di promozione della lettura. È autrice di “Una scuola tante lingue. Lavorare in una classe multiculturale” (introduzione di Graziella Favaro, Junior-Mce, Biblioteca di lavoro dell’insegnante, Gennaio 2013)

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