Brexit, populismo e gente comune

di Gianluca Solera

Facebook non è mai stato così prolifico nell’offrire le più disparate opinioni sullo stesso argomento, come nel giorno dopo il referendum sulla Brexit. Alcuni amici predicevano l’Apocalisse europea, altri si sentivano legittimati nel manifestare apertamente il loro disprezzo nei confronti dell’Europa, altri ancora mandavano all’inferno gli inglesi. Altri hanno scritto: “In un solo istante, ci siamo sbarazzati degli inglesi e di Cameron”. Oppure: “Facciamo fuori un paio di paesi dell’Europa orientale e l’Europa rinascerà!”, probabilmente riferendosi all’Ungheria e alla Polonia, recentemente distintesi per le misure anti-liberali, le rivendicazioni nazionalistiche o il rifiuto di condividere l’onere della crisi dei rifugiati. O ancora: “Scozzesi e Irlandesi del Nord, siate benvenuti!”. Altri ancora hanno assicurato che questi risultati alimenteranno l’ascesa dei nuovi leader post-fascisti di oggi come Putin, Trump o Marine Le Pen.

In genere, molti commentatori hanno ascritto questo successo a Nigel Farage e al suo partito di destra. Hanno rapidamente classificato questo referendum tra le espressioni di un emergente blocco della xenofobia politica, di una crescente espansione di raggruppamenti politici illiberali e nazionalistici, se non addirittura autarchici, qualificati come anti-moderni. Gli inglesi dovrebbero pertanto essere puniti per la loro assurda mossa contro il progresso e la produzione, il mercato e la mobilità, il commercio e la competitività in nome di idee antiquate di patria, integrità culturale e frontiere sicure. C’è un certo parallelismo nel modo in cui inglesi e greci sono stati rappresentati dopo il loro ultimo referendum nazionale, e mi riferisco per questi ultimi a quello del luglio 2015 sulle condizioni di salvataggio offerte dai creditori internazionali per «riscattare» la Grecia. «Non vogliono il pacchetto? Non meritano di essere europei!» si ascoltava in certi corridoi. «Stupidi e ingrati greci!» imprecavano alcuni politici. Ogni volta che la gente esprime attraverso una consultazione referendaria una posizione diversa da quella che si auguravano le autorità, sono resi colpevoli. Verranno dunque gli inglesi traditi come lo furono i greci dopo il loro referendum, dato che le condizioni di salvataggio concordate dopo il referendum dell’anno scorso erano altrettanto severe se non più severe di quelle offerte prima di esso?

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Le cose, temo, sono complicate, più complicate di quello cui le prime reazioni al referendum pro-Brexit potrebbero farci pensare. Quasi 17 milioni di persone hanno votato per il Leave, ma solo 3,8 milioni di persone diedero il loro voto all’UKIP, il partito di Farage, alle elezioni generali del 2015. Il risultato del referendum sulla Brexit non può dunque essere solo una vittoria della destra, e coloro che lo qualificano come tale forse lo fanno al fine di spostare il dibattito pubblico verso il pericolo che la destra rappresenterebbe, invece di analizzare e mettere in discussione le motivazioni profonde di questo esito referendario.

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Caroline Lucas, politica britannica verde, è stato uno dei primi legislatori a reagire rapidamente durante la lunga notte di spoglio delle urne. All’alba di venerdì 24 giugno, con il cuore spezzato, dichiarava che questo non era necessariamente un voto contro gli immigrati e l’idea di appartenere all’Europa; era, piuttosto, un messaggio di sfida all’establishment politico, che ha tradito il popolo britannico, convertendo il progetto europeo in uno strumento utile ai grandi capitali impegnati nella competizione globale, dimenticando così i normali cittadini[1].

Qualche giorno prima, il giornalista italiano Federico Fubini aveva denunciato che banchieri commerciali e gestori di fondi speculativi avevano commissionato – un paio di settimane prima del referendum – dei sondaggi riservati per sapere cosa fare prima che si chiudessero le urne[2]. Così, mezz’ora prima di quel momento, hanno venduto fondi speculativi al fine di ridurre le loro perdite. Avevano i soldi per pagare quelle costose società di sondaggio e lo hanno fatto per il loro beneficio[3]. Il capitalismo è più veloce della democrazia. Questo è la metafora di ciò che davvero conta nell’Europa di oggi. Per spiegare la faziosità con cui una parte dei leaders di opinione ha interpretato gli esiti referendari, John Pilger racconta di «una classe insopportabilmente patrizia per cui Londra è il Regno Unito» e la descrive come una «borghesia con insaziabili appetiti consumistici e vecchi istinti di presunta superiorità»[4]. Il Regno Unito, però, non è solo Londra, e questo referendum lo ha messo in chiaro. In Gran Bretagna oggi, 63 per cento dei bambini poveri crescono in famiglie nelle quali lavora un solo componente. Per loro, la vita è una trappola. Più di 600.000 abitanti della seconda città della Gran Bretagna, la Greater Manchester, sperimentano – secondo uno studio – gli effetti della povertà estrema e 1,6 milioni stanno scivolando nella ristrettezza[5]. Le accuse contro il popolo britannico di aver dato un colpo al sogno europeo – in base a cui meriterebbero di essere cacciati – sono stupide e pericolose al tempo stesso. Anche noi italiani ne sappiamo qualcosa. Lo scorso aprile, un referendum abrogativo contro le estrazioni offshore di petrolio e gas non raggiunse la soglia di affluenza al voto del 50 per cento, condizione per la convalida dei risultati del referendum. La quasi totalità dei votanti chiese l’annullamento delle concessioni, a dimostrazione della presenza di un’opposizione diffusa tra i cittadini italiani alle estrazioni, ma il governo italiano aveva esplicitamente fatto campagna per l’astensione, mettendo in guardia contro le perdite di posti di lavoro e l’arretratezza che un esito positivo al referendum abrogativo avrebbe scatenato, senza tra l’altro addurre alcuna prova solida.

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Il problema non è «sì o no all’Europa». Il problema è questa Unione europea. Quando attacchi l’establishment UE e punti il dito contro l’involuzione del progetto europeo a scapito di coesione, solidarietà, lavoro, mobilità umana e responsabilità democratica, allora diventi un pericoloso nazionalista, un populista xenofobo. La realtà è che l’establishment dell’Unione e i partiti che lo esprimono hanno fatto più per indebolire il progetto europeo di tutte le parti che richiedono di cacciare gli immigrati o lasciare l’Unione monetaria (vorrei chiarire che non ho alcuna simpatia per queste parti). In un interessante reportage sulla progressione dei partiti populisti di destra in Europa[6], gli autori spiegano che la sinistra non è riuscita perché solo la destra ha dato voce alla gente comune. I populisti appaiono come i difensori dei cittadini ordinari, delle classi popolari die kleinen Leute direbbe Alternative für Deutschland, les invisibles et les oubliés come li definisce Marine Le Pen. I populisti ne sono diventati i paladini contro una globalizzazione che li ha impoveriti e costretti a vivere con risparmi che non fruttano più, e senza una pensione certa, mentre masse crescenti di profughi in cerca di fortuna, ma assistite dallo stato, circonderebbero queste classi popolari. I populisti appaiono come i difensori della gente comune contro una classe politica autoreferenziale.

Se la sinistra avesse ascoltato le classi popolari, gli inglesi probabilmente non avrebbero dovuto ricorrere a un referendum per esprimere la loro rabbia e le loro paure, perché la sinistra (e includerei la famiglia socialdemocratica in essa) avrebbe fatto di una riforma radicale delle istituzioni europee e delle sue politiche la sua forza. Invece, la sinistra è solo capace di business as usual a Bruxelles, Parlamento europeo compreso, e in altre capitali europee, dove hanno condiviso responsabilità di governo con i conservatori. «Ho una posizione ambivalente sulla Brexit», ha commentato il mio amico giornalista irlandese David Cronin sul suo profilo Facebook, dopo aver sentito i risultati del referendum[7]. Pur temendo la politica dell’odio praticata da personaggi come Nigel Farage e Boris Johnson, denuncia il fatto che «ciò che essi sostengono non è drammaticamente diverso dall’agenda perseguita finora. Le decisioni assunte dalle élites dell’Unione europea sulla crisi dei rifugiati – l’accordo spaventoso con la Turchia – hanno assecondato gli estremisti. È stata la prima volta in assoluto che le élites UE abbiano assecondato gli estremisti».

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La voce della gente comune deve essere ascoltata, se non vogliamo l’FPÖ austriaco o il Front National francese o la Lega Nord alla guida dell’Europa, traendo ispirazione dalle riforme illiberali già adottate dai governi ungherese o polacco. Lo scenario peggiore sarebbe di mantenere l’UE come essa è ora – con i suoi accordi nello stile di quello con la Turchia, le sue ricette di austerità, i suoi intoccabili capitali in fuga dal regime fiscale ordinario, o i suoi negoziati segreti come quello sul TTIP – e al tempo stesso assistere alla legittimazione della xenofobia in diverse nazioni europee. Cronin riprendeva: «David Cameron ha spinto avanti un’agenda di deregolamentazione che mina le poche cose positive che l’UE ha fatto (non sempre per proprio volere, ma grazie alle lotte della gente comune). Per compiacere la lobby delle grandi corporazioni, Cameron ha tentato di distruggere le regole sulla parità di genere, di protezione dell’ambiente e molt’altro. Se questo è il contributo dei Tories per l’Europa (e il New Labour non era molto meglio), sono propenso a dire che il referendum è stata una “liberazione”».

Il mio augurio è che la risposta ai risultati del referendum britannico sia duplice. Da un lato, il sistema dell’UE, le sue strutture, i meccanismi decisionali e le sue politiche devono essere decisamente contestate, per dimostrare che l’Europa libera e unita dei padri non è questa Unione europea. D’altra parte, la sinistra deve ritrovare la sua vicinanza alla gente comune. Se necessario, abbiamo bisogno di un populismo di sinistra, che mobiliti la gente sperando nell’Europa, non temendola. Un populismo non nel senso di pratica della demagogia, ma nel senso di un atteggiamento o un movimento politico che valorizzi il ruolo e i valori delle classi popolari, senza distinguere tra classi buone e classi cattive, senza esaltare i profughi, i curdi o i greci dimenticando però i giovani disoccupati bianchi delle periferie inglesi, o gli emigrati comunitari nel Regno Unito come gli spagnoli o gli italiani, i cui sacrifici rischiano di essere vanificati dalla Brexit. Non vi può essere precarietà e disagio di sinistra e precarietà e disagio di destra[8].  Il populismo di sinistra deve guardare oltre i vecchi partiti di sinistra e collegare sensibilità politiche e ambienti culturali diversi in nome della responsabilità, del rispetto, della solidarietà e della giustizia sociale senza distinzioni. I risultati deludenti delle ultime elezioni generali in Spagna, dove Podemos aveva fatto una coalizione con il partito post-comunista Izquierda Unida, ce lo insegnano[9].

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Mi ricordo che Lech Walesa, ai tempi di Wojciech Jaruzelski, quando non era ancora quello che più tardi divenne, essendo gli spazi del dibattito politico soffocati dal regime, saltava sugli autobus per parlare alla classe operaia, alla gente comune, come ora fanno i nomadi o clandestini in questua di qualche monetina. Questa è la sinistra che manca. Quella che frequenta i posti più ordinari e nascosti, che si impegna in conversazione con quelli che incontra per strada. Una sinistra che ricrea socialità nei quartieri dove non si parla più, che mescola la riflessione politica con la pratica di terreno, e che vince la paura del futuro e dell’«altro», di cui troppa gente soffre, condividendo le loro preoccupazioni quotidiane. Tutto questo, correndo il rischio di essere definiti dei populisti. Lech Walesa, infiltrandosi negli autobus per fomentare il popolo, si comportava come un populista; in pochi anni, tuttavia, guidò il suo paese verso la democrazia.

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[1] In un intervista alla BBC la mattina del 24 giugno 2016, e sul suo profilo Twitter.
[2] Federico Fubini, «E la City commissionò i sondaggi segreti sul voto», in Corriere della Sera, 13 giugno, 2016.
[3] Notizie date da Radio Radicale, la mattina del 24 giugno.
[4] John Pilger, «A Blow for Peace and Democracy: Why the British Said No to Europe», in Counterpunch, 24 giugno, 2016.
[5] J. Pilger, idem.
[6] AA VV, «Die rechte Internationale», in Die Zeit, n. 23, 25 maggio, 2016.
[7] David Cronin è autore del saggio Corporate Europe, Pluto Press, 2013.
[8] Un recente articolo mette in luce le contraddizione di una certa sinistra britannica pro-Brexit che ha dimenticato le gravi conseguenze che questa provocherà nei confronti di lavoratori precari spagnoli, polacchi o romeni, sfruttati per anni dall’economia inglese ed ora capro espiatorio del nazionalismo britannico rampante (Fernando Sdrigotti, “Los inmigrantes comunitarios y la izquierda pro-Brexit”, in openDemocracy, 28 June 2016).
[9] Un altro fattore che ha influito negativamente sulle aspettative di Podemos è stato a mio avviso il timore che le rivendicazioni per l’indipendenza di scozzesi e nordirlandesi in seguito alla Brexit potessero alimentare un effetto a catena tra catalani o baschi, favorito dalle aperture di un partito nuovo come Podemos.

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