Erdogan e la controrivoluzione

Per sventare o vendicare un golpe, reale o manipolato, Erdogan e il suo partito hanno fatto, a loro volta, un colpo di Stato. Guai a interpretare questa deriva autoritaria come la follia di un megalomane o, ancor peggio, il risultato inevitabile – finalmente smascherato – della strategia dell’islamismo politico. Gli avvenimenti turchi vanno inquadrati a livello locale, regionale e globale. A livello locale, c’è il ristabilimento dello statalismo nazionalista turco. In termini regionali, si chiude definitivamente il ciclo di cambiamenti iniziati nel 2011 ed abortiti in Siria, con la militarizzazione della rivoluzione e il successivo intervento militare multinazionale. Quanto alla dimensione globale, l’autoritarismo di Erdogan si adatta bene all’ondata controrivoluzionaria che dilaga senza risparmiare alcun continente e alcun paese. Sostituire uno schema ideologico di blocchi contrapposti, sul terreno ormai perdente, con uno schema culturale altrettanto inefficace servirà solo, proprio come spera la controrivoluzione in atto, a farci accettare di cedere diritti e libertà in nome di allineamenti identitari, culturali e tribali
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La repressione contro i golpisti. Foto: noticias.lainformacion.com

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di Santiago Alba Rico

Ciò che in molti temevamo si è avverato nel modo più sinistro la notte del 15 luglio. Se terribile sarebbe stata la vittoria del colpo di Stato in Tuchia, non meno terribile si annuncia il suo fallimento. In una sola settimana il presidente Erdogan ha arrestato o rimosso più di 40.000 funzionari dello Stato: ufficiali dell’esercito, poliziotti, giudici, docenti, giornalisti. Ha dichiarato lo stato d’emergenza per tre mesi – prorogabili all’infinito- e ha sospeso la Convenzione Europea sui Diritti Umani, il che, secondo quanto il governo ha già fatto trapelare, potrebbe preludere al ristabilimento della pena di morte; in ogni caso, ciò serve a normalizzare la repressione contro ogni forma di opposizione e, in particolare, contro gulenisti e curdi, diventati ancora una volta”il nemico interno” , dopo la ripresa delle ostilità militari di un anno fa. In definitiva, per sventare o vendicare un colpo di Stato, reale o manipolato, Erdogan e il suo partito hanno fatto, a loro volta, un colpo di Stato. Sul golpe e sulla figura di Erdogan invito a leggere le cronache di Andrés Mourenza, equidistanti sia dal complottismo che dal compiacimento.

Ora, sarebbe un errore interpretare questa deriva autoritaria come la follia di un megalomane o, ancor peggio, come il risultato inevitabile -finalmente smascherato- della strategia dell’islamismo politico.

I recenti avvenimenti turchi vanno inquadrati a livello locale, regionale e globale al tempo stesso . A livello locale, inseparabile dagli altri due, il golpe di Erdogan significa il ristabilimento dello statalismo nazionalista turco, provvisoriamente sospeso o alleggerito nei primi anni di governo dell’AKP. In termini regionali, significa la chiusura definitiva del ciclo di cambiamenti iniziati nel 2011 ed abortiti in Siria, con la militarizzazione della rivoluzione e il successivo intervento militare multinazionale. Quanto alla dimensione globale, l’autoritarismo di Erdogan si adatta bene all’ondata controrivoluzionaria -o di rivoluzione negativa- che dilaga ovunque, senza risparmiare alcun continente ed alcun paese.

Vediamo. L’AKP arrivò al potere nel 2002, presentandosi come una rottura ricca di speranze. Di fronte ad una tradizione laica autoritaria e golpista, propose la democratizzazione della Turchia attraverso un Islam moderato, espressione soprattutto del conservatorismo culturale delle classi popolari più sfavorite e che, comunque, ha sempre accettato e perfino rivendicato in modo molto esplicito il carattere laico dello Stato e, naturalmente, anche l’economia di mercato. Un analista marxista come Emre Ongun scrive, ad esempio, che “(il trionfo elettorale dell’AKP nel 2002) fu un segno, per gran parte della popolazione, di stabilizzazione politica, di crescita economica forte, di vero controllo dell’esercito e perfino, nei primi tempi, di una nuova speranza di riforma in senso liberale della questione curda.

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Una combattente kurda. Foto: http://sexta-azcapotzalco.blogspot.it

Il modello dell’AKP e di Erdogan, insomma, si presentava come l’unica alternativa democratica autoctona sia alle dittature teocratiche che a quelle “laiche”, in una regione in cui la sinistra era stata ampiamente sconfitta e dove, di fronte alle tirannie locali, agli interventi imperialisti ed alle risposte jihadiste, sembrava chiusa ogni altra strada, per quanto modesta, verso lo sviluppo economico, la cittadinanza e lo Stato di Diritto. Quando nel 2011 scoppiarono le cosiddette “rivoluzioni arabe” – che furono anche curde, berbere, femministe e di classe – quel modello si erse in modo naturale come la risposta politica alle richieste popolari, completamente aliene al jihadismo e radicalmente economiche e istituzionali.

E’ quel modello che oggi viene seppellito definitivamente grazie al golpe di Erdogan in risposta al golpe del 15 luglio.

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Erdogan si prepara a reintrodurre la pena di morte. Foto: asianews

Bisogna infatti ricordare che nel 2011, in questa parte del mondo, è iniziata -conseguenza ritardata del “disgelo della guerra fredda”- una rivoluzione democratica globale che prolungava i percorsi iniziati dieci anni prima in America Latina e veniva a sua volta prolungata dal movimento 15M in Spagna, da Occupy Wall Street negli USA, da Gezi in Turchia, dalle proteste contro l’austerità in Grecia. Nel “mondo arabo” quella rivoluzione, che non era nè islamista nè di sinistra, si è trovata subito ad affrontare due reazioni controrivoluzionarie che hanno cercato di frenare, manovrare o neutralizzare l’impulso popolare. In Libia, in Tunisia, in Egitto si sono confrontati due modelli: da un lato quello già menzionato di Erdogan, che ha abbandonato la politica di “intervento zero” e di buon vicinato a favore di un interventismo neo-ottomano, molto opportunista, orientato ad appoggiare ed appoggiarsi ai Fratelli Musulmani ed alle loro ramificazioni locali, al fine di estendere la sua influenza nel quadro geografico del suo vecchio impero. Accanto a questo modello ce n’è uno molto più reazionario, quello dell’Arabia Saudita, nemico della Fratellanza Musulmana e del Qatar, alleati della Turchia, e che alla fine si è imposto soprattutto attraverso il golpe del generale Sissi in Egitto nel luglio del 2013. L’unica opzione realista per il Nord Africa, nel 2012, era quella di scegliere tra Turchia e Arabia Saudita, e subito dopo tra Erdogan e Sissi: vale a dire, tra un islamismo democratizzatore e una dittatura “laica” appoggiata, in realtà, da un islamismo retrogrado, teocratico e criminale. Facciamo chiarezza su due cose. La prima è che questi due modelli contrapposti erano guidati da paesi alleati degli USA e dell’UE; la seconda è che USA e UE, sbandati e in ritirata, preferivano senz’altro il modello turco e la possibilità di negoziare senza problemi con i Fratelli Musulmani e sono stati costretti a digerire il golpe di Sissi e la vittoria saudita per puro pragmatismo geopolitico, in una situazione -come insiste Wallerstein- di egemonia debilitata.

Nel 2012 non c’era alcuna alternativa rivoluzionaria democratica e antimperialista. Mi azzardo a dire, rassegnato a venire mal interpretato, che sarebbe stata una buona cosa, in quel momento e in quelle circostanze, che il modello turco, opportunista ma potenzialmente più democratico, si fosse imposto su quello saudita come sostituto regionale del fallito imperialismo statunitense. Dico che non c’era un’alternativa politica rivoluzionaria, ma c’era invece un terzo modello controrivoluzionario, origine di buona parte dei guai di quella regione: quello della dittatura siriana, appoggiata da Iran, Russia e Hezbollah, i cui atroci crimini contro il popolo siriano hanno aperto la strada all’Isis e seppellito definitivamente la stagione del cambiamento aperta in Tunisia con il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Di fronte a questo terzo modello, gli altri due -Arabia Saudita e Turchia- hanno raggiunto un accordo o una tregua che, nascosto il conflitto inter-sunnita, ha alimentato la dimensione settaria (sunniti contro sciiti) della controrivoluzione in corso, estesa ora al Bahrein e allo Yemen. Ma la dittatura siriana, alleata della Turchia fino al maggio del 2011 e amica imprescindibile della repressione dei curdi, è diventata la tomba di Erdogan e del suo modello “democratico”.

Confrontato alla sua “primavera araba” a Gezi, vedendo contestato nel 2014 il suo potere elettorale, l’intervento di Erdogan in Siria – che lui immaginava come la fondazione di una nuova e trionfale leadership democratica neo-ottomana- ha finito per spingerlo in una strada senza uscita: la “minaccia” curda da Rujova lo ha portato ad interrompere tutti i negoziati con il PKK ed a finanziare o tollerare diversi gruppi jihadisti, compreso l’Isis, il che a sua volta ha aperto un doppio fronte di “lotta antiterrorista” in Turchia, origine e pretesto -come sempre- di una deriva autoritaria che, in questo caso, è sfociata nel golpe del 15 luglio e nel contro-golpe del 16, ancora in corso. L’intreccio e il retro-feedback tra i livelli locale e regionale, con la questione curda al centro, spiegano la sconfitta del modello AKP e rivelano, ancora una volta, la volatilità e la promiscuità di tutte le alleanze geostrategiche nella regione. Gli USA, che quattro anni fa avrebbero preferito il modello controrivoluzionario turco e hanno dovuto ingoiare il colpo di Stato di Sissi, finanziato dall’Arabia Saudita, appoggiano militarmente i curdi del PYD siriani, fratelli gemelli del PKK turco, e mantengono oggi un rapporto aspro con Erdogan, al punto che avrebbero digerito anche, di buon grado, un golpe gulenista o kemalista contro l’AKP. Allo stesso tempo Washington si mostra sempre più incline a cedere davanti al terzo modello controrivoluzionario, quello russo-iraniano, con il quale negozia una soluzione per la Siria che, ovviamente, non passa dal deporre il regime e promuovere la democrazia.

Conclusione? Le dittature, gli imperialismi, i jihadismi vincono. I popoli perdono.

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Il dolore in Turchia. Foto: tucson.com

Ancora nel 2013, la scelta fra Erdogan e Sissi pareva ovvia. Oggi non più. Diciamo che, per evitare il golpe di Sissi, Erdogan ha deciso di trasformarsi in Sissi, buttando tragicamente il “modello Erdogan” nella discarica della Storia. Di questo modello non resta che l’isoletta tunisina, dove Rachid Gannouchi prova a ripercorrere ora, in condizioni molto difficili, la strada iniziata dall’ AKP quindici anni fa: quella della democratizzazione del conservatorismo sociale musulmano. Non gli riuscirà. Sarebbe comunque un grave errore pensare che, dopo il 15 luglio, in Turchia l’islamismo si sia imposto sul laicismo, come se fosse questa l’alternativa in gioco nella regione e nel mondo. In Turchia si è imposto ancora una volta lo statalismo nazionalista del XX° secolo, nel quadro di una controrivoluzione globale (o rivoluzione negativa) che sta smantellando in gran fretta le speranze nate nel 2011.

In un settore della sinistra molto islamofobico e, in generale, religiosamente laico e male informato, esiste la tendenza ad incolpare di tutto le “rivoluzioni arabe”, pregne di jihadismo, perchè non erano “socialiste” e perchè sono state sconfitte. Ma neanche il movimento 15M era socialista, eppure è stato parzialmente sconfitto. E la stessa cosa è successa a Gezi. E a Occupy Wall Street. E sono stati sconfitti anche il chavismo, il kirchnerismo e il lullismo. Perfino Sanders, negli USA, è stato sconfitto a favore del radicalismo di destra della Clinton e Trump. In cinque anni, l’arretramento è stato brutale, tanto più perchè nel 2011 sembrava che avremmo compiuto un grande salto in avanti contro il neoliberismo capitalista ed a favore della democrazia globale.

La controrivoluzione politica, come l’essere di Aristotele, si può chiamare in molti modi. Si chiama PP in Spagna, Le Pen in Francia, Erdogan in Turchia, Sissi in Egitto, Assad in Siria, PVV in Olanda, UKIP in Inghilterra, FPP in Austria, Macri in Argentina, Temer in Brasile eccetera.

Sarebbe un grave errore pensare che la battaglia si giochi tra laicismo e religione: si gioca invece tra dittatura e democrazia. Stiamo perdendo questa battaglia, così come la lotta di classe, e per gli stessi motivi. Ma sostituire uno schema ideologico di blocchi contrapposti, che sul terreno è ormai perdente, con uno culturale altrettanto inefficace servirà solo, proprio come spera la controrivoluzione in atto, a farci accettare di cedere diritti e libertà in nome di allineamenti identitari, culturali e tribali. Il radicalismo europeo di destra può adottare un sembiante “laico” e “antiterrorista”; quello turco può mostrare un vestito “islamico” e “anticurdo”. Ma in entrambi i casi è il conservatorismo sociale maggioritario che legittima queste pericolose derive. Svolte a destra istituzionali e populismo conservatore stanno guadagnando terreno ovunque e gli scontri geostrategici, sempre più volatili e incrociati, non dovrebbero trarci in inganno su quale sia veramente la posta in gioco. Il compito è lo stesso di sei anni fa, oggi forse un po’ più difficile: democratizzare il conservatorismo “laico” europeo, democratizzare il conservatorismo sociale musulmano. Il contro-golpe di Erdogan, che chiude la fase apertasi nel 2011, è una pessima notizia per tutti noi che -atei, musulmani o cristiani- lottiamo in quella direzione.

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Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile
Fonte: Tunisia in red

www.tunisiainred.org

L’adesione di Tunisia in red alla campagna Ribellarsi facendo di Comune-info

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