L’altro giorno sono andato a un discount

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Corviale, Roma. Foto di Alessandro Di Ciommo

di Francesco Martone

Qualche giorno fa sono andato a un discount, ad accompagnare un mio amico, precario, ultracinquantenne (già perché mica sono solo giovanotti eh) a fare un pò di spesa. Sapete quei discount che vendono le cose ancora negli imballaggi, marche un pò scamuffe, magari sottomarche di altre marche, per uno share di mercato meno abbiente? Insomma un discount, che potrebbe essere una ottima cartina al tornasole quando si parla tanto di tornare tra la gente, nelle periferie, nuova versione politicamente corretta dei “territori”, oggettivati ma non soggettivati, luoghi immaginari di una ahi noi alquanto improbabile riscossa politica, senza carne e sangue.

Ecco le periferie sono queste, quelle di una “cliente” che ci aveva preceduto al banco del pane. E che la commessa quasi scandalizzata aveva redarguito, perché povera mica chiedeva il pane al peso, o al pezzo. “Mi raccomando signorina, un pezzo di pane che costi tra i 35 ed i 40 centesimi, né più e né meno“. Ecco cos’è la periferia romana, Prati Fiscali, neanche tanto periferia, da quelle parti sono nato, a Montesacro, e poi a Talenti, zona nera, nerissima, dove c’erano ancora le borgate e i pischelli che si andavano a prostituire alla stazione, Le baracche e i compagni che andavano a fare il doposcuola a Valmelaina (Varmelania) e al Tufello, “er Tufo”. Insomma una periferia di media borghesia, ci stavo anche io con la mia famiglia in mezzo – poi le banche ci hanno cacciato di casa, poi dice che uno sta incazzato con le banche.

L’ingresso del Centro di cultura popolare del Tufello

Ed io ora, dopo una puntata all’Esquilino (fico l’Esquilino!, ma andate a vivere nella zona borderline tra l’ex Acquario e la Stazione e poi mi direte), sono nel bel mezzo del buco rosso, sapete quel buco rosso dei grafici dei flussi elettorali, circondato dalla ciambella bianca del consenso alla Raggi? La zona tra Salaria e i Parioli, ma guardate che anche lì ce sta la povera gente. Mica sono tutti regazzini insopportabili con le macchinette o signore in beige che si prendono il cappuccino al latte di soia o il cornetto vegano da Natalizi.

Fatevi ‘na gitarella la domenica a Tor Sapienza, al Michele Testa oppure al centro culturale Morandi  incastonato dentro casermoni di cemento e alluminio, dove c’è gente che prova a fare cultura, pare di stare in trincea. (“Qua non s’è visto mai nessuno, forsa nà volta o due, sai chi ci viene qua? La Lega o Casapaund). Ci si vada a parlare con quelle persone delle periferie vecchie e nuove, ma mica in occasione di comizi o performance elettorali, assumetevi il rischio di beccarvi anche un sonoro e legittimo “fanculo” o forse ancor meglio dai, pè nà volta ascoltate in silenzio, osservate.

Magari fatevi un giro a Porta di Roma, per capire chi sono oggi i pischelli, chi si va a rifare il guardaroba a Decathlon, o chi fa lo struscio il sabato tra le corsie dello shopping. Le periferie, quelle che puzzano di merda o piscio, mica quelle delle sezioni. E poi magari fatevi un giro a Salone o Salviati, ad ascoltare i rom, i sinti, i camminanti, farsi leggere un fondo di caffé o giocare con i bimbi. I bambini e bambine che si fanno ore per andare a scuola, e che da un giorno all’altro rischiano di essere sloggiate senza tanti complimenti. Scavalcare pozze di acqua e fango. Oppure al pronto soccorso del Pertini (mica vi auguro di stare male eh, ma pijateve un giorno di distacco dalla “politica” nà vorta tanto, aprite occhi, orecchie, naso, porte e finestre e non sempre la bocca), seduti in mezzo a persone di ogni età, ceto, origine. Senza accoliti al seguito, o fotografi, senza poi dover fare un post su twitter o contare i propri like.

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Che di gente che opera silenziosamente, lentamente, dolcemente e in profondità là dentro ci sta, eccome, ma rimane invisibile al calcolo della politica di ogni colore. Un paio di giorn fa ho incontrato un compagno, di una certa età forse coetaneo, all’ufficio di Un Ponte Per, una delle mie vecchie-nuove “case”. Anche lì quasi sfrattati che un’ente ci caccia via mica no. Si parlava di Rojava, di come far arrivare un carico di medicinali, “azz ma te rendi conto quanto costa portare fino a là sei container? Si ma guarda ne vale la pena sono macchinari di gran qualità”. Rimango affascinato dalla disarmante e profonda semplicità e concretezza delle cose che si stavano discutendo. Scambiandoci due parole con il compagno e con un valente cooperante del Ponte che sta lì in Siria (parlavamo di Bookchin e del carteggio tra lui e Ocalan, leggi Messaggeri di libertà e nuova democrazia ndr) mi dice, sai io sono stanco di chiacchiere, di elucubrazioni, di politica dei politici, faccio cose.

Altro che la “mitizzazione” delle rivoluzioni altrui, altro vecchio vizio. Ecco. Forse invece di continuare a scrivere, postare, immaginare convegni o congressi salvifici, geometrie variabili dei prossimi scenari politici, misurare le proprie piccole forze, magari sperando nel crollo del Pd o dei grillini, consiglio un esperimento. Una settimana di silenzio “operoso”, comprare un biglietto del bus, (grazie Anna Alina magari proprio il 19, er tramve che taglia tutta Roma) di quelli che non passano mai, che puzzano di sudore, (quelli che quando li prendi ti senti un pò perso, in minoranza, tu italiano o italiana dal viso pallido), ed andarsene in silenzio ad ascoltare le persone. Ad annusare.

A vedere come provare a capire. A finalmente provare a capire che la cifra di un possibile progetto di sinistra, boh manco a quella ci credo più, forse ad un qualcosa che possa avere la pretesa di restituire un pezzettino di dignità a quei milioni di bimbi sotto la soglia della povertà (perché non calcoliamo i genitori), a quei precari di ogni età, a quegli 11 milioni di persone che non si possono curare, ecco chiamiamolo anche Ugo (come disse una cara amica a chi si accapigliava illo tempore a definire se quello di Al Sisi fosse o meno un golpe). Insomma, quello che continua ad animare tanti e tante, il suo senso, si misura nello spazio infinitesimale, immateriale tra i 35 ed i 40 centesimi di pane di quella signora. O nei container che arriveranno a destinazione. Scusate forse sono un pò troppo populista ma pare che ora va de moda.

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Periferie romane  Carlo Cellamare

Pigneto, mon amour. Un territorio resiste Fucina 62

 

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