La scuola, il mondo e il bisogno di lentezza

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di Emilia De Rienzo*

Ho letto il libro di Federic Gros, Andare a piedi (Garzanti). Mi sembra che offra degli spunti interessanti per riflettere sulla finalità della scuola e in particolare su cosa può voler dire valutare.

Federic Gros mette in evidenza la differenza tra lo sport e il camminare.

“Lo sport è una faccenda di tecniche e di regole, di risultati e di competizione, che richiede un lungo apprendistato: conoscere le posizioni, introiettare i gesti corretti. E poi vengono, molto dopo, l’improvvisazione e il talento. Lo sport è fatto di risultati: a che livello sei? Qual è il tuo tempo? E il punteggio? E sempre quella separazione fra vincitore e vinto, come in guerra… (…) Lo sport è anche, ovviamente, senso della resistenza, gusto dello sforzo, disciplina. Etica, impegno. Ma è altro ancora: attrezzature, riviste, spettacolo, commercio. E prestazione”.

“Camminare non è uno sport. Mettere un piede davanti all’altro è un gioco da bambini. Nessun risultato, nessun numero quando ci s’incontra: il camminatore dirà quale strada ha preso, quale sentiero offre il miglior panorama, quale vista si gode da quel certo promontorio. (…) camminando, c’è un solo primato che conta: l’intensità del cielo, lo splendore dei paesaggi. Camminare non è uno sport. E pur vero che, una volta in piedi, l’uomo non sa star fermo”.

Purtroppo la scuola sta assomigliando sempre di più allo sport così e molto meno al camminare.

“(…) Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza. Intendo, con questo, una lentezza del camminatore che non è l’esatto contrario della velocità. In primo luogo, è l’estrema regolarità del passo, la sua uniformità (…) La lentezza è più che altro il contrario della precipitazione“.

Gros racconta un episodio capitato durante una sua passeggiata con un amico più vecchio di lui. In questa camminata avevano incontrato un gruppo di ragazzi che li aveva sorpassati andando di fretta: “Ed è stato allora che, guardandoli passare, Mateo (il suo amico) ha detto: ‘Mah, devono proprio aver paura di non arrivare per correre così forte!’…”.

Sembra che anche a scuola oggi si voglia sempre “arrivare da qualche parte”, e arrivare in fretta. Sembra che sia importante arrivare per primi, che si debbano valorizzare quelli che sanno fare tutto velocemente e che gli altri che camminano sulla stessa strada, ma più lentamente siano solo di intralcio a chi deve perseguire la sua meta, o meglio la meta che altri hanno deciso per lui. Sembra che rallenti la corsa intrapresa anche fermarsi a dialogare, a verificare se qualcuno non si è perso, a rispettare ogni diversità nella sua peculiarità. Sembra che sia meglio che chi non sta al passo tolga il disturbo, non intralci chi conosce la velocità a qualsiasi costo.

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Vedo sempre più articoli allarmati sui giovani. L’allarme dovrebbe invece suonare per noi adulti che siamo sempre più disorientati. Il che può anche andare bene, visto che tutti viviamo in una società che corre, che cambia velocemente e che ci impone ritmi che ci impediscono di relazionarci all’altro con quella lentezza che deve essere tipica di chi sa ascoltare e dialogare. Senza ascolto e senza dialogo non potremo mai comprendere i nostri figli, i nostri allievi, i giovani che ci vivono vicino. Dobbiamo smettere di parlare di loro e cominciare a parlare con loro. Dobbiamo cercare insieme valori e sensi da dare alle nostre vite. Guardiamo loro, li vediamo assenti, indifferenti, ma forse ci stiamo guardando allo specchio.

I giovani come categoria, non esistono, ognuno è diverso dall’altro, ed è così che dobbiamo relazionarci a loro. Se siamo noi che li vediamo raccolti in un unico gruppo omologante, come pretendiamo che loro trovino le loro strade? Hanno molto da dirci, ma dobbiamo noi imparare a dialogare e dialogare vuol dire ritrovare il valore della lentezza e della fragilità. Solo così impareremo a camminare insieme ognuno col proprio sguardo sul mondo e sulla realtà.

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* insegnante, vive a Torino, cura un prezioso blog – Pensare in un’altra luce. Ha aderito alla nostra campagna 2016 “Facciamo Comune insieme“: “Da molto tempo cercavo un luogo dove condividere, dove fosse possibile fare un cammino comune… Poi ho incontrato Comune… Quello che mi ha subito colpito è il vostro entusiasmo, la vostra volontà di continuare, di cercare e soprattutto la vostra umiltà: quella bella che non prevarica, che ascolta, che legge in modo instancabile e con questo spirito trova… Virtù molto rare di questi tempi… ” SEGUE QUI

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3 Risposte a “La scuola, il mondo e il bisogno di lentezza”

  1. Fiorella Palombua
    22 maggio 2016 at 15:58 #

    Ho un motto: FESTINA LENTE (grande antico ossimoro) che spesso, non sempre, ahi me, mi guida.

    Che cosa intendo?

    Affrettarsi verso la meta senza indugio, ma con ponderatezza.

    Essere determinati, ma senza ansia. Senza correre.

    Insomma, come dici Emilia, camminare *_*

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