Spazi per un’economia liberata

L’”economia sociale solidale” è basata innanzitutto sulla valorizzazione delle relazioni tra i soggetti, un’equa ripartizione delle risorse, il rispetto e la tutela dell’ambiente, il perseguimento di finalità sociali
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di Riccardo Troisi e Monica Di Sisto 

Il contesto

Nel circuito della “economia sociale e solidale” sono comprese quelle attività economiche e culturali che permettono il conseguimento di obiettivi d’interesse collettivo. L’economia sociale solidale (Ess) è basata innanzitutto sulla valorizzazione delle relazioni tra i soggetti, un’equa ripartizione delle risorse, il rispetto e la tutela dell’ambiente, il perseguimento di finalità sociali. In tal senso, essa ha a che fare con la creazione e l’accrescimento di iniziative volte alla produzione e allo scambio di beni e servizi e operanti secondo principi di cooperazione, reciprocità, sussidiarietà responsabile, sostenibilità e compatibilità energetico-ambientale. A più di venti anni dalla nascita del primo Gruppo d’acquisto solidale (nato nel 1994 a Fidenza) e dopo oltre dieci anni dal lancio della proposta di una Rete italiana di economia solidale (nel 2002), si può dire che l’economia sociale e solidale abbia contribuito a migliorare la vita di molte persone.

Nel tempo si sono sviluppati diversi settori di attività riconducibili a innumerevoli pratiche: tra quelle legate al territorio ricordiamo l’agricoltura contadina di prossimità, la produzione agricola e agroalimentare biologica e biodinamica, la filiera corta e garanzia della qualità alimentare ma anche, estensivamente, la tutela del paesaggio, del patrimonio naturale e della biodiversità. Ma vi sono anche altre pratiche, come le banche del tempo, il commercio equo e solidale, il consumo critico e responsabile, i servizi comunitari e di prossimità, l’edilizia sostenibile e la bioedilizia, il risparmio energetico e le energie rinnovabili e sostenibili, la finanza etica, mutualistica e solidale, il trasporto collettivo e la mobilità sostenibile, il riuso e riciclo di materiali e beni, i sistemi di scambio locale, il software libero, il turismo responsabile e sostenibile.

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In molti di questi campi di attività le cooperative “sane” e le associazioni promotrici hanno assunto dimensioni di mercato rilevanti. Come documentano i Rapporti del Ciriec International, il 6,5 per cento dell’occupazione nei paesi dell’Unione Europea (che sale al 40 per cento se si considera il solo settore privato), pari a 14 milioni di lavoratori, e il 10 per cento delle imprese sono attribuibili all’economia sociale e solidale. Volontari esclusi. Inoltre, otto Stati hanno già legiferato in materia (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Romania, Lussemburgo), insieme ad alcune regioni come la Catalogna e, in Italia – in attesa che il senato sblocchi la Legge delega per la riforma del Terzo settore – l’Emilia-Romagna, il Trentino, la Puglia e il Lazio.

Inoltre, l’Unione Europea ha elaborato un Libro bianco e le Nazioni Unite hanno costituito una task force che ha prodotto un Position Paper intitolato Social and Solidarity Economy and the Challenge of Sustainable Development. E negli ultimi anni, su iniziativa di alcuni Enti pubblici, sono state intraprese azioni specifiche per la promozione dell’economia solidale anche in Italia. Friuli-Venezia Giulia, Comune di Venezia e Provincia di Trento, Regione Emilia-Romagna e Val Venosta sono alcune delle autonomie locali dove sono state avviate recentemente iniziative specifiche, ma esperienze storiche come quelle nella Regione Liguria e nella Regione Marche sono state parzialmente sospese per ristrettezze finanziarie, e nei fatti cancellate quelle proposte con normative organiche dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma.

<> on September 11, 2011 in Berlin, Germany.

Il problema principale è di tipo politico: spesso l’adozione di interventi di economia sociale e solidale dipende dalla “buona volontà” di politici che, non più rieletti o spostatisi ad altri incarichi, non trovano sostituti in grado di difendere le iniziative adottate. Il crescente interesse da parte delle istituzioni sull’argomento, la sua complessità e la necessità di condividere le esperienze, ha portato all’interno della Rete nazionale di Economia Solidale alla nascita del “Gruppo di Lavoro Normazione”, che sta elaborando una proposta condivisa per una legge nazionale che dia una definizione unitaria per il settore e uno status univoco a tre delle declinazioni territoriali-base dell’economia solidale.

Le sfide

Di fronte alla crisi finanziaria, economica, sociale, ecologica e di democrazia che stiamo vivendo la green economy non basta, né le sostenibilità economica e ambientale possono rappresentare, da sole, fattori e veicoli di trasformazione. L’economia sociale solidale è un’economia diversa, capace di creare posti di lavoro, garantire diritti, accrescere la consapevolezza individuale e collettiva sui processi economici e sociali in atto, pensare a una comunità fatta di cittadini e persone e non di consumatori, clienti e produttori. Se vuole sostenere queste esperienze senza ripetere errori e incertezze del passato, la politica – soprattutto a livello territoriale e comunale – deve cambiare il proprio approccio e muoversi dal punto di vista programmatico lungo tre direttrici.

iStock_000009114801Small-300x449La prima consiste nell’impostare azioni stabili, superando l’elargizione una tantum: basta con fondi non mirati, incerti, a pioggia. Le istituzioni pubbliche statali, regionali e comunali devono concordare e impostare piani pluriennali che possano contare su fondi programmati, spazi, servizi, sostegno, competenze, professionalità.

La seconda direttrice ha a che vedere con il rifiuto del “green washing”: la relazione tra economia sociale e solidale e istituzioni pubbliche deve nutrirsi di autonomia e sussidiarietà. In tal senso, il primo ambito in cui i Comuni sono chiamati a misurarsi con un cambiamento di modello è un diverso svolgimento del proprio ruolo di operatore economico: convertire in direzione dell’economia sociale e solidale tutte le spese e i consumi dell’amministrazione, delle sue agenzie e servizi verso una piena sostenibilità – democratica, sociale, ecologica ed economica – sarà la prova evidente di un’autentica volontà di cambiare.

La terza direttrice, infine, riguarda la garanzia della partecipazione e della trasparenza: esse devono rappresentare la vera cifra del cambiamento del metodo di governo e di deliberazione delle Giunte comunali. In tal senso non bastano consultazioni cui poi non seguono mai pratiche, ma è necessaria la costruzione di spazi di deliberazione e partecipazione trasversali e duraturi, per dare continuità e coerenza a politiche che trasformino l’economia solidale in un laboratorio permanente di nuova cittadinanza consapevole.

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Per promuovere l’economia social solidale a livello comunale si devono inoltre rafforzare le esperienze già esistenti e stimolare sperimentazioni diffuse e interconnesse, destinando risorse dedicate agli Enti locali. In particolare occorre:

  • sostenere le attività di studio, formazione e ricerca, a partire da quelle avviate dai gruppi e laboratori impegnati ad approfondire i temi della futura economia.
  • Avviare e rafforzare pratiche di governo attente alla questione di genere, riconoscendo l’importanza del ruolo delle donne nell’economia sociale  solidale, basato sulla loro capacità di liberare una creatività, una “fattualità” e una visione che sono modalità di approccio, analisi e azione fondanti di un paradigma economico “altro”.
  • Coniugare l’economia sociale e solidale con nuove forme di responsabilità sociale, valorizzando innanzitutto la diffusione delle esperienze di cooperazione sociale per l’affermazione di un nuovo welfare non assistenziale.
  • Sostenere le attività che promuovono una cultura dell’economia sociale e solidale, puntando sul contributo delle arti e della conoscenza nella costruzione di un diverso modo di pensare, a partire dagli spazi teatrali recuperati e liberati.
  • Rifondare il contratto sociale sul riconoscimento di una gestione pubblica dei beni comuni che si concretizzi nel contrasto alle privatizzazioni dei servizi pubblici, nella ripubblicizzazione dei servizi privatizzati, nel ripensamento in chiave partecipativa delle forme pubbliche di gestione, nella declinazione di tutti i beni comuni, naturali e sociali da sottrarre alle logiche di mercato.
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  • Avviare, attraverso la restituzione dei beni comuni alla gestione pubblica, il processo di progressiva riduzione della finanziarizzazione dell’economia a partire dalle multinazionali dei servizi pubblici che, oltre a gestire in chiave privatistica (cioè con l’unico obiettivo di massimizzazione del profitto) servizi essenziali del vivere, sono ormai protagonisti di vere e proprie speculazioni finanziarie in tutto il mondo.
  • Riconoscere il ruolo centrale delle politiche agricole. L’agricoltura biologica è un modello che salvaguarda e valorizza le risorse del territorio nel rispetto dell’ambiente, del benessere animale e della salute di chi consuma: un modello, quindi, capace di indirizzare in senso ecologico i comportamenti di operatori e cittadini. In tal senso la filiera corta, anche attraverso il sostegno ai gruppi di acquisto legati al consumo di prodotti biologici, è il modello verso cui le politiche locali dovrebbero indirizzarsi per sviluppare un confronto ampio tra mondo della produzione e del consumo.
  • Costruire reti di mobilità alternativa orientate alla transizione dall’uso di mezzi privati all’uso di mezzi pubblici, biciclette e car sharing.
  • Riconoscere e valorizzare la microimpresa popolare e comunitaria, accompagnando i processi di emersione e ristrutturando le filiere laddove necessario.

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Proposte concrete

Se dobbiamo concretizzare le pratiche possibili da promuovere a livello territoriale, lungo direttrici coerenti e prioritarie, potremmo individuare tre ambiti d’applicazione: quello relativo alla terra, cibo e spazi comuni, quello dei servizi e quello del lavoro.

Nel primo ambito ci sembra importante elencare l’esperienza internazionale dei Food Policy Council: organismi che mettono assieme i diversi attori che si occupano di terra/cibo in aree urbane (contadini, gas, piccola distribuzione, mercati locali, orti, enti locali) con l’obbiettivo di avviare processi di re-territorializzazione del sistema del cibo su scala metropolitana. Il suo compito è di lavorare perché l’agricoltura urbana diventi parte integrante della pianificazione della città, e sia più facile ottenere terra e acqua. Ma il consiglio si occupa anche di sicurezza e sovranità alimentare e più in generale di politiche inerenti al cibo. I food council si possono trovare in diverse città del Nord America e del Regno Unito, in Germania e in Olanda. Ad Amsterdam il cibo è stato all’ordine del giorno negli ultimi anni, oggi la città è brulicante di iniziative legate all’alimentazione e il comune sta scrivendo una nuova Food Vision. La città di Toronto è una delle prime città che ha lavorato alla costruzione di una sua strategia del cibo, partendo dall’integrazione di esperienze precedenti con scelte pubbliche ed attivismo locale legato all’accesso al cibo sano come elemento di equità ed impulso dell’economia locale. Il Toronto Food Policy Council (TFPC) è stato istituito nel 1991 come un sottocomitato dell’Health Council (il consiglio di sanità locale) per supportare la città di Toronto rispetto alle questioni associate alle tematiche alimentari.  In Italia un esempio simile sta provando a seguirlo Milano.

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Una gestione del territorio solidale con una nuova politica per le aree dismesse

Occorre che siano messe a disposizione  spazi o aree dismesse di proprietà pubblica o abbandonate dal privato, per realtà, reti e servizi legati all’economia solidale, oltre che per imprese che svolgono un attività a tutela dei beni comuni o affrontano una transizione verso un modello ecologico e sociale qualitativo nelle proprie attività. Occorre garantire il monitoraggio civico, dal basso, sulla distribuzione di risorse in città utilizzando al meglio le potenzialità derivanti dagli open-data, garantendo la pubblicazione e l’accessibilità dei dati in possesso all’amministrazione delle città. A Napoli è stata avviata una sperimentazione che attraverso una delibera sull’uso civico garantisce per la prima volta non solo poteri di accesso, ma soprattutto di autogoverno e autorganizzazione alle persone che si prendono cura del territorio. Con la delibera approvata il 29 dicembre 2015, che recepisce la Dichiarazione d’uso civico e collettivo urbano dell’Ex Asilo Filangieri, il Comune di Napoli riconosce la sperimentazione di una nuova forma di democrazia diretta che dal 2012 è in atto tra le mura dell’immobile, ad opera di una comunità mutevole di lavoratori e lavoratrici della cultura e dello spettacolo.

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Promuovere la piccola distribuzione e i mercati locali

Rispetto ai Servizi, ci sembra importante elencare la promozione della piccola distribuzione. Molti Gruppi d’acquisto e reti di economia solidale locale privilegiano l’autorganizzazione nella distribuzione dei prodotti preferibilmente locali, anche sfusi, strutturando concrete esperienze di piccola e media distribuzione pure informali. Alcune di queste esperienze, oltre a ridurre sprechi e rifiuti, creano occupazione attraverso la realizzazione di servizi di trasporti di magazzino, di piccola trasformazione territoriale, i cui costi sono internalizzati nel prezzo finale e rimangono a livelli molto bassi rispetto a quelli del mercato . In questo filone FuoriMercato  è un progetto avviato in collaborazione con la rete Genuino clandestino presso la Fabbrica recuperata Rimaflow a Trezzano sul Naviglio (MI) , partito quasi come una scommessa nel gennaio del 2013, oggi compie un passo decisivo verso un maggior radicamento e una partecipazione più ampia di tutti i soggetti interessati (produttori, GAS, spazi sociali, ecc.) Lo spazio Fuori Mercato, è una piattaforma logistica per mettere direttamente in collegamento i piccoli produttori agricoli e i consumatori, tramite il ruolo dei Gruppi di acquisto solidale. Una piattaforma per i produttori del Parco agricolo Sud Milano e per i produttori che rispettano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, come l’Associazione S.o.S. Rosarno (“Spremi gli agrumi, non i braccianti!”). Fuorimercato è uno strumento di iniziativa sul territorio per la difesa dell’ecosistema e per la sovranità alimentare, contro la cementificazione selvaggia e le grandi opere inutili come Expo a Milano e Tav in Val di Susa.

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È fondamentale la rigenerazione e promozione  dei mercati comunitari solidali. L’abitudine ad usare i mercati e gli ambulanti itineranti come canale d’acquisto per molti generi, alimentari e non, ha origine lontane nel tempo e resta diffuso in molte zone e città. Le informazioni disponibili sono limitate ad alcuni comuni, grazie ai dati raccolti per le elaborazioni dei piani del commercio, ma sono significative: il mercato per il settore della frutta e verdura ha quote di acquisti intorno al 20-25 per cento, con punte, in alcuni comuni, di oltre il 30 per cento. Anche per il vestiario la quota di acquisti che si dirige ai mercati risulta importante posizionandosi intorno al 10 per cento, con valori superiori in alcune realtà e se si tiene conto della maglieria intima e dei tessuti. Questi spazi, a rischio desertificazione a seguito della capillarizzazione dei grandi Centri commerciali, rappresentano tuttora l’unico mercato di sbocco per quasi 151mila aziende locali. Il Mercato della Terra e delle Arti, Sammichele di Bari è un mercato di prodotti locali biologici o a garanzia partecipata che si tiene nel centro storico ogni secondo e quarto sabato del mese, realizzato con materiali di riuso (vecchie porte, pedane e ruote di bicicletta rinate in colorati carretti e nel “pub contadino“). Vi si tiene anche il workshop della terra e del riuso, artigianato di qualità, performance artistiche, buona musica e sana cucina. La Garanzia Partecipata attivata è un meccanismo di mutue dichiarazioni di produttori e consumatori su colture e prodotti agric oli, e selezionato come principale meccanismo di accesso (oltre a certificazioni bio).

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A Genova è stato rigenerato un mercato rionale a chilometri zero, all’insegna della sostenibilità inaugurato nel 2013 Mercato del Carmine. Il  Mercato  fonda i suoi principi sulla filosofia del “Buono Pulito e Giusto”, ogni consorziato ha sposato questa filosofia e di conseguenza il rispetto dei suoi concetti fondamentali, tra cui:  la merce deve provenire direttamente dai produttori riconoscendo loro il giusto prezzo e garantendo così la totale tracciabilità.  La merce deve provenire dalla regione Liguria e suoi diretti confini (basso Piemonte)

  • – Si deve rispettare la stagionalità delle merci.
  • – Selezionare merce di alta qualità e sulla base del gusto e del buono.
  • – Impegno a ridurre il più possibile gli sprechi
  • – Mantenere i prezzi congrui a quelli di mercato.
  • – Coinvolgere ed informare il pubblico sulla storia dei prodotti e la loro lavorazione.
Istituire il Fondo per la riconversione produttiva

Rispetto all’ambito strategico del lavoro, Lavoro,  occorre favorire una ricoversione ecologica e solidale delle filiere produttive , questo processo potrebbe esser avviato attraverso l’istituzione di un fondo per la riconversione produttiva e altro-economica, percorsi formativi per lavoratori e cittadini in grado di fornire strumenti professionalizzanti per lo sviluppo di competenze trasversali nell’ambito delle produzioni ecologicamente e socialmente sostenibili. Si possono attivare processi di riconversione produttiva ed energetica del tessuto locale e di recupero di aziende in crisi, attraverso l’utilizzo e l’implementazione di strumenti tra cui il CFI, Cooperazione Finanza Impresa, e il SEAP, Piano di Azione per l’Energia Sostenibile, promosso dalla Commissione Europea e attuabile a livello locale. Vedi la proposta di legge regionale “Interventi per la Riconversione Ecologica e Sociale” nella Regione Lazio.

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Includere le economie popolari nella gestione dei rifiuti

Una proposta ancor più visionaria e alternativa è quella che vuole l’inclusione delle economie popolari nella gestione dei rifiuti. La crisi economica e sociale che sta attanagliando il Paese spinge sempre più persone a forme di ricerca del reddito spesso legate ad una gestione informale dei rifiuti. La raccolta informale di questi beni presso i cassonetti stradali porta con sé però problemi igienico sanitari per i raccoglitori che potrebbero trovare soluzione grazie all’adozione di nuove forme d’approvvigionamento del settore dell’usato locale che abbiano come fulcro le isole ecologiche cittadine, dove organizzare la raccolta dei beni in buono stato, e il loro invio presso i Centri per la preparazione al riutilizzo per le operazioni di selezione, igienizzazione, stoccaggio ed eventuale riparazione. In questi nuovi Centri previsti dalla normativa italiana ed europea in materia di gestione dei rifiuti (D.lgs 205/2010 Art. 180-bis) i raccoglitori informali potrebbero veder riconosciute le loro competenze nella selezione di beni in buono stato, il mondo della cooperazione sociale sviluppare nuove linee d’intervento nella gestione dei rifiuti, il settore dell’usato locale nuovi canali per l’approvvigionamento con l’acquisto in stock di beni da rivendere attraverso le sue diversificate attività di vendita e la sua capillare presenza sul territorio.

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Tra le esperienze più interessanti che stanno sperimentando modelli alternativi nella gestione dei rifiuti  c’è il Comune di Capannori con il  Centro per il riuso di  Lammari, gestito in collaborazione con l’Associazione “La bisaccia”. La struttura, aperta nell’autunno del 2011 dal Comune di Capannori  e dalla Caritas in collaborazione con Ascit, in poco tempo è diventata un punto di riferimento per il riutilizzo, rappresentando un elemento chiave per il successo della strategia “Rifiuti Zero” di cui il comune toscano è tra i maggiori promotori a livello nazionale. All’interno della struttura, si recuperano materiale tra vestiario, elettrodomestici e coperte che, invece di essere destinati alla discarica, sono stati raccolti da circa 700 famiglie della città di Capannori e delle frazioni limitrofe. Recentemente è partito un nuovo progetto denominato “Daccapo” è un sistema di riuso solidale che mira a sensibilizzare i cittadini al non-spreco e alla riduzione dei rifiuti, attraverso il riuso a fini solidali degli oggetti, dei vestiti e dei mobili altrimenti destinati alla discarica. Ad oggi sono già oltre quindici le tonnellate di oggetti risparmiati a discariche e inceneritori e rimesse in circolo per persone e soggetti svantaggiati.

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Pubblicato anche sul Dossier “Sbilanciamo le città” a cura di Sbilanciamoci.

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2 Risposte a “Spazi per un’economia liberata”

  1. Osservatore
    27 maggio 2016 at 22:05 #

    A proposito del centro di ricerca “Rifiuti Zero” è un vero peccato che non rispondono alle email!

    Eppure sul loro sito ( http://www.rifiutizerocapannori.it ) invitano ad essere contattati (c’è un’apposita pagina “Contattaci”): centrorifiutizero@gmail.com

    Peccato però che non risponde nessuno!

    Esiste e funziona davvero o sono soltanto chiacchiere?

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  1. Spazi per un'economia liberata > La Gabbianella Onlus - 26 maggio 2016

    […] Spazi per un’economia liberata […]

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