Mamma uovo e Mamma pancia

A volte sarà anche un po’ faticoso ma non dovremmo stancarci davvero mai di aprire i concetti e guardare cosa si nasconde sotto la semplificazione del linguaggio imposto dai media mainstream. Un esempio? Prendete un’espressione come “utero in affitto”, la definizione commerciale e offensiva che ha dominato la scena politica e il dibattito parlamentare per mesi, e confrontatela con la magnifica storia raccontata da Prima di tutto. Il documentario di Marco Simon Puccioni è uscito qualche anno fa ma avrà un seguito, cui si comincia a lavorare in questi giorni, e diventerà una trilogia. Nelle scorse settimane, nel vivo di una discussione che ha attraversato – in forme non semplificate né banali – anche le nostre pagine, ha ottenuto una menzione speciale ai Nastri d’Argento. Prima di tutto è  il racconto della relazione che due compagni di vita stabiliscono con mamma uovo e mamma pancia, i nomi che Marco e Giampietro hanno scelto per la donatrice e la portatrice dei figli. Alla domanda su “come avrebbero potuto due uomini crescere due bambini?”, Amanda, la donatrice, madre di altri due figli, risponde sorridendo: “Io non sono nata sapendo come si crescono i bambini, sto ancora imparando a farlo”. La vita dei quattro protagonisti di questa storia è cambiata anche dando vita a una piccola comunità segnata da relazioni affettive libere da ogni sentimento di dominio o possesso 

Marco e Giampietro

di Anna Bruno

“Un viaggio in un territorio inesplorato”, dice il regista Marco Simon Puccioni del suo documentario “Prima di tutto”, prodotto dalla Inthelfim e premiato di recente dai Nastri d’argento. Quel viaggio attraversa l’avvio dell’esperienza omogenitoriale di Marco e di Giampietro Preziosa, suo compagno e co-produttore, con i loro adorabili gemelli, David e Denis, ma è anche il racconto della relazione che i due compagni di vita stabiliscono con mamma uovo e mamma pancia, i nomi che hanno scelto per la donatrice e la portatrice dei loro bambini. Due espressioni belle, semplici quanto importanti, quelle adottate, che riportano le due donne alla loro umanità e sensibilità di persone, in aperta antitesi con la definizione (commerciale e offensiva) di “utero in affitto”. Una definizione del tutto incapace di entrare nei sentimenti che girano intorno a questo tipo di nascita, ci spiega il regista.

Puccioni, che in questi giorni comincia a lavorare al seguito di un progetto destinato a diventare una trilogia, aveva preso a girare il documentario a partire da un forte desiderio di genitorialità, che prescinde dalla sessualità e dalla capacità o meno di dare alla luce. Poi vengono un’agenzia negli Stati Uniti e gli incontri, quello decisivo è tra i futuri papà, Amanda e Chyntia. I quattro si frequentano, acquisiscono familiarità, si scelgono: Amanda sarà la donatrice, Chyntia la portatrice. Sei mesi per riflettere e un’ora per decidere, racconterà Chyntia, spiegando che non sarebbe potuta andare incontro a un’esperienza simile se non fosse scoppiata la scintilla che avrebbe condotto a una sintonia, decisamente speciale tra loro. Lei, già madre di tre figli, ci confida persino il suo più grande timore iniziale: che questa esperienza avrebbe potuto segnare e per sempre la sua vita coniugale, cambiandola senza possibilità di ritorno. In effetti, la vita è cambiata e per sempre, insegnando a tutti i protagonisti di questa storia, che l’amore familiare entra in dinamiche positive quando non si chiude in sé, che vale sempre la pena di aprirsi perché la famiglia diventi famiglia di famiglie: una comunità in crescita di relazioni affettive libere da ogni sentimento di dominio o possesso.

Di scena in scena, lo spettatore è coinvolto con empatia in quegli sguardi di intensa dolcezza, a tratti increduli e melanconici, e nella delicatezza di gesti che a volte sembrano seguire le mosse di una danza ancestrale. Il regista riesce a trasmettere tutto e questo e ci mostra come la paura di Cynthia si trasformi man mano in forza. Un crescendo di emozioni nel ripetersi degli incontri, durante la gestazione, con la nascita e, per finire, nel lento distacco tra lei e i bambini e nel rispetto dei due neopapà che lo accompagna. Amare può essere saper donare, donarsi, mettersi nella prospettiva dell’altro, ma può anche essere esercitare la capacità del distacco, perché tutto fluisca secondo le misteriose ragioni dell’essere di quel dato percorso. Alla domanda “come avrebbero potuto due uomini crescere due bambini?”, Amanda, pure lei mamma di due figli, risponde sorridendo: “Io non sono nata sapendo come si crescono i bambini, sto ancora imparando a farlo”.

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Alle due donne è stato sufficiente avvertire la profondità del desiderio di genitorialità nei due papà di David e Denis per decidere di farsi mezzo d’amore, qualcosa di profondamente diverso dal farsi merce. Questa è una storia di pienezza, di consapevolezza nella scelta della donazione. A volerli cercare, potremmo anche trovare riferimenti autorevoli: “(…) Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16,24-28) dice il Vangelo. Quel che ci interessa sottolineare qui, tuttavia, è che la perdita non è sempre mancanza, assenza, ma può fare le cose più belle, i sentimenti più vivi e insegnare a guardare in una stessa direzione. Come nel caso di Chyntia e Giampietro che, pur non parlando la stessa lingua, cercano e trovano un loro linguaggio, si aprono con una passione comune: la cucina. Ed è proprio attraverso quell’arte che tra loro avviene uno scambio di idee che diventa condivisione sul come crescere un figlio. Oggi, per i piccoli David e Denis, Chyntia e Amanda sono le zie, i loro mariti sono zii, i loro figli i cuginetti. Per Cyntia e Amanda, i due papà Marco e Giampietro sono i fratelli italiani…

Il documentario è uscito in un momento delicato, proprio quando si era tutti col fiato sospeso. Il parlamento doveva prendere una decisione riguardo la legge che poteva riconoscere anche a Giampietro la “potestà” sui suoi figli, non essendo lui un padre biologico. Non è andata così. Pur essendo riconosciuta l’unione tra omosessuali, Giampietro e altre tremila persone come lui non possono essere genitori dei propri figli in Italia. E’ un paradosso che pagano soprattutto i bambini. Gran parte dell’opinione pubblica italiana è rimasta nel dubbio. Il dubbio è sempre legittimo, naturalmente, ma in questo caso è stato largamente e consapevolmente ispirato da una pessima informazione, che ha usato sempre e solo termini commerciali per definire questo tipo di nascita. Solo in rarissimi casi, come quello espresso il 4 marzo da Laura Fano nel suo articolo intitolato “Ho tante domande e nessuna riposta” e uscito su queste stesse pagine web, il dubbio avrebbe potuto aprire una discussione feconda. “Sono convinta che un bambino possa crescere benissimo con due genitori non biologici, siano essi un padre e una madre, due padri o due madri. È il prima che mi preoccupa”, scrive Laura, “Il processo contrattuale con cui si è deciso di far nascere questo bambino e il momento in cui a quel bambino ciò verrà spiegato. Ho amici e parenti adottati e so che ognuno di loro in qualche modo si è sempre portato dentro il trauma dell’abbandonoCome facciamo a pensare che un figlio nato con la gestazione per altri accetti tranquillamente il fatto che la madre biologica lo abbia ceduto senza alcun sentimento e ripensamento? (…)”.  Quel che racconta il documentario di Marco e Giampietro, Prima di tutto, può servire a fornire qualche risposta, ma anche la condizione in cui è rimasto Giampietro la impone, qualche risposta.

locandina filmSiamo di fronte alla consapevolezza di una trasformazione profonda del concetto di famiglia, dove sia quella patriarcale di matrice feudale che quella nucleare di origine industriale, trovano il loro sfaldamento per farsi altro: una famiglia di tante famiglie, forse una comunità, di certo – almeno così ci pare – l’addio alla struttura di un “clan familiare” omologante dove la diversità è vissuta come elemento di disturbo. Quell’addio è documentato anche dai tredici lunghi anni dell’unione tra Marco e Giampietro, dai sei della loro esperienza familiare, dai loro bambini battezzati nella Chiesa Valdese dal teologo Paolo Ricca. I bambini crescono sereni, vivaci come dovrebbe essere ogni bambino della loro età ma forse perfino con un elemento in più: quello dell’esperienza della comunità, dove i confini si fanno labili per lasciar posto a relazioni forti e fragili allo stesso tempo perché plurali. Relazioni intense, però, perché modellate nella dinamica e nella fatica di rispettare la persona in quanto tale. Le domande e i dubbi di un buon genitore sul futuro sono e resteranno tanti ma per fortuna nessuno potrà sapere tutto del futuro dei suoi figli perché il futuro appartiene a loro.

 

Il trailer di Prima di tutto, documentario on demand 

 

 

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3 Risposte a “Mamma uovo e Mamma pancia”

  1. 22 marzo 2016 at 09:50 #

    La cosiddetta GENITORIALITA’ OMOSESSUALE impedisce alle giovani creature il PROCESSO DI IDENTIFICAZIONE . La bambina non impara a divenire DONNA e MADRE, e il bambino non impara a divenire UOMO e PADRE : si determina la situazione della famosa NOTTE SCHELLINGIANA, IN CUI TUTTE LE VACCHE SONO NERE. La scomparsa di ogni DISTINZIONE genera una situazione caotica.

  2. 23 marzo 2016 at 20:12 #

    càos (ant. cao; pop. càosse e ant. caòsse) s. m. [dal lat. chaos, gr. χάος (che contiene la stessa base χα- dei verbi χαίνω, χάσκω «essere aperto, spalancato»; cfr. χάσμα «voragine» più propriamente sbadiglio. Che bella parola hai usato Francesco! Pensa l’autorevole Bibbia ci racconta che Jawhé creò proprio dal caos, dall’apertura, dalla fessura che si era creata… Una nascita è sempre sacra, non è morte, non è genocidio, non è guerra. C’è un mercato orrendo sui bambini, sui loro organi, bambini dilaniati dal dolore di aver visto i propri genitori trucidati, fratelli massacrati, sorelle morire sotto le bombe. Entrai un giorno in un orfanotrofio in Guatemala e…ne uscii distrutta. Pensi che loro abbiano un padre e una madre con cui identificarsi? Eppure di bambini così ce ne sono milioni al mondo e anche in Italia e sono più degli adulti adottanti. Per non parlare delle miriadi di case famiglia in Italia che per non perdere 280,00 euro alla settimana a bambino, non permettono l’adozione ai genitori affidatari. E quelli che vengono strappati ai loro genitori perché perdenti lavoro? Vengono strappati loro solo per far guadagnare le case famiglia: un affare di milioni di euro. laddove se dessero anche sole 200 euro a famiglia a settimana, questa ce la farebbe a campare anche con due o tre figli. Dimmi che identità avranno questi bambini domani? Le famiglie omogenitoriali in Italia sono 3000 e uno dei genitori non ha potestà sui propri figli, il che rende i BAMBINI SENZA DIRITTI. Dunque è lo stato italiano che si ostina a non dare loro un’identità, prima di tutto! Forse per umanità dovrebbe preoccuparti più questo! Inoltre, nessuna di queste famiglie omogenitoriali è nucleare cioè chiusa in sé, azienda, più che famiglia, dove i genitori sembrano più manager del tempo organizzatissimo di questi bambini che genitori. Dimmi che identità avranno questi bambini di genitori etero- manager, modello macho? Al posto tuo mi chiederei semmai se non sia proprio la famiglia nucleare e la sua mentalità del distinguo tra machi e femminelle, a non essere in crisi visto che sforna troppi “bulli”. Le famiglie omo non sono famiglie così, perché hanno dovuto soffrire per avere dei bambini. Dunque non sono famiglie chiuse che pretendono di “essere” genitori piuttosto che porsi nell’umilità di divenire genitori ogni giorno. Si frequentano tra loro ma anche con famiglie etero e sono ben accetti a scuola. Sono famiglie aperte, comunità, dove vive il femminile e il maschile…Cosa ti fa paura dimmi, che questi bambini possano solo diventare omosessuali? Beh se questo ti fa paura, ti racconto una storia che spero possa rassicurarti: lavorai 20 anni fa per due papà americani. Vennero a Roma con la loro bambina di 5 anni. Ed era una famiglia felice. Tornarono un seconda volta e una terza a distanza di anni e i bambini nel frattempo erano diventati cinque, quattro dei quali strappati alla solitudine dell’orfanotrofio. Ed erano una famiglia felice. Son tornati l’anno scorso tutti e c’era un componente in più: il fidanzato della figlia più grande che ormai ha 25 anni! Dunque come vedi non ci sarà estinzione della femminilità o della mascolinità, ma neanche dell’omosessualità, esistente in Natura. Pensa anche l’orchidea è omosessuale e una miriade d’altre piante, e animali! Perché a volte la Natura ha bisogno di pause, ma non per questo estingue il desiderio di genitorialità anche negli omosessuali, donne e uomini come tutti, con gli stessi desideri di tutti…Soprattutto quello che riscontro in queste famiglie omo è che non c’è il senso del possesso, del dominio sul figlio, che viene rispettato per come è e che normalmente è libero di relazionarsi con chiunque…senza paura che la mamma o il papà possano ingelosirsi….Sai prima di scrivere in maniera così wagneriana e additare, dovresti costruirti un’opinione attraverso l’esperienza per sentire poi tutte quelle tue parole in capital letters sgretolarsi una dopo l’altra, e te lo auguro davvero… Non so se hai visto il documentario intanto, ma senza pregiudizi, prova a prendere un pò di tempo e a vederlo! Spero tu lo faccia…

  3. Marco Mantovani
    20 luglio 2016 at 18:33 #

    Cara Bruno,
    certo che Lei è brava a parlare. Usa parole dolci e quasi convincenti, edulcorando la realtà.
    Ma se la guardo dal punto di vista di un bambino allora mi sento di dirle che “ho diritto ad una mamma ed un papà”.
    Si ho diritto!, perché i diritti dei piccoli non li ascolta nessuno, mentre i grandi vogliono soddisfare a tutti i costi la loro genitorialità.
    E grazie al cielo per ora non hanno ancora fatto l’utero artificiale, altrimenti ciao! saremo alla razza ariana. tutti fatti su misura.
    Per ora ci vuole un utero, ci vuole un papà ed una mamma per dare un poco di se. Per donare un poco di se. E la vita arriva per grazia.
    Non si tratta di essere alti, belli e ricchi: pura “fortuna” come direbbero molti, io dico “benedizione”.
    Allora piantiamola di condirci su con questi discorso che suonano più o meno: quei bambini poco fortunati negli orfanotrofi, ci sono migliaia in attesa, e gli omosessuali sono una fonte.
    Balle! in Italia come in Europa vi sono migliaia di famiglie disposte ad adottare! Non tiro in ballo gli affidi, che meriterebbero pagine di elogi!
    E arando dico famiglia parlo di un papà ed una mamma. non due mamme e due papà… e perché no anche tre. Facciamo un bel minestrone di sentimenti.
    Ma questi a 16 anni come lo spiegheremo? Questi futuri ragazzi hanno bisogno di identificarsi. chi erano in nonni, cosa facevano, … Altra cosa ma non meno importante! Parliamo sempre di casi limite. I casi speciali la legge li regola già ora: Zie, zii, nonni possono adottare in caso di mancata di genitori. Anche un single!
    Aui la storia è diversa; e sì dai la metto in politica! la Storia è che i gay, e anche questo termine mi fa stortare in naso: gay vuole dire i felici! Perché gli eteri sono tristi? Gli omosessuali vogliono avere tutto, avere anche i giochini veri: bambini. Voglio, posso, dispongo. é risaputo che generalmente un rapporto omosessuale è mediamente meno stabile. Non lo dico io. Prenda pure l’Istat: ora con le unioni verrà confermato, ma già le convivenze lo dicevano, sia per eterno che per omosessuali. Gli omosessuali hanno le unioni civili, paragonabili ad un matrimonio oppure convivenza. Gli eteri sessuali no! Hanno più opportunità se ci pensi. Più diritti e meno doveri. Ma gli Etero cosa sono figli di un Dio minore!?
    Omosessuali: Una bella lobby forte e capace di comunicare che se va in piazza in 100.000 ne fanno una standing ovation, se va in piazza 1 milione di persone dette “famiglie” non li guarda nessuno! I bambini da adottare sono adottabili da famiglie, snelliamo la burocrazia per le adozioni nazionali, diminuiamo le gabelle per le adozioni internazionali e piantiamola di giustificare questi egoismi degli adulti!

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