Brutto clima per la finanza

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di Ugo biggeri e Andrea baranes*
La ventunesima conferenza delle parti di Parigi aveva l’obiettivo di arrivare a un accordo universale e legalmente vincolante per mantenere il riscaldamento globale entro i due gradi. La concentrazione di gas climalteranti, e di CO2 in particolare, è già ben oltre i limiti che il pianeta può sopportare senza subire effetti irreversibili. Anche se un accordo ambizioso fosse raggiunto, bisognerebbe comunque considerare l’inerzia del processo e i tempi per arrivare a una effettiva diminuzione di tali gas in atmosfera.

Per questo sempre più scienziati e osservatori insistono sul fatto che l’unica strada possibile sia quella non estrarre, ma tenere all’interno della crosta terrestre buona parte delle riserve di combustibili fossili già scoperte. Semplicemente, la Terra non può sostenere la combustione di tutto il gas, il petrolio e il carbone esistenti. Secondo alcune ricerche, tra il 60 e l’80 per cento delle riserve note e teoricamente disponibili non vanno bruciate se vogliamo avere una possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro il limite dei 2°C.

C’è però un problema: la finanza. La finanza governa sempre più l’economia ma non pare proprio in grado di gestire positivamente temi che hanno effetti sul medio lungo periodo. Non può farlo strutturalmente, continuando a ragionare su quotazioni di brevissimo periodo, e perché prospera anticipando ricavi futuri. La quotazione in Borsa delle aziende attive nel settore dei combustibili fossili è legata al livello di scorte che queste hanno a disposizione. L’impresa segnala al mercato che controlla una data scorta di barili di petrolio, quindi che potrà assicurare l’estrazione e la commercializzazione per un determinato periodo. Le scorte hanno un valore economico che si riflette direttamente su quello dell’impresa e sulla sua quotazione in Borsa.

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Nel momento in cui si dovesse decidere che buona parte di tali scorte non saranno estratte ma dovranno rimanere nel terreno, rischierebbe di crollare il valore delle imprese del settore, ovvero la loro quotazione in Borsa. In inglese si parla di stranded assets, traducibile come “attivi non recuperabili”. A cascata gli impatti ricadrebbero su fondi pensione, fondi di investimento e altri risparmiatori che hanno investito in tali società.

Il settore petrolifero in media capitalizza il 10 per cento circa delle borse, senza considerare i settori strettamente correlati, dai trasporti all’energia. Nel complesso, parliamo di una porzione più che rilevante delle borse mondiali. Uno studio segnala che le perdite potenziali – per mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C – sono stimabili in 20.000 miliardi di dollari. Una cifra pari alla capitalizzazione della più grande Borsa del mondo, quella di New York o, volendo rimanere da noi, circa 40 volte la capitalizzazione di tutte le imprese quotate alla Borsa di Milano. Sul clima, nel silenzio dei media, si sta giocando una partita delle dimensioni di Wall Street. Ci possiamo permettere un’altra crisi finanziaria? Si per il futuro del pianeta ma forse no per l’immediato…

Non a caso alcune delle più grandi compagnie petrolifere del pianeta, tra cui l’italiana Eni, hanno proposto una loro soluzione per Parigi. Quale? “To introduce carbon pricing systems” ovvero fissare un sistema di prezzi per il carbonio. Un certo quantitativo di emissioni corrisponderebbe così a un determinato costo, il che costituirebbe un incentivo a emettere meno e a cercare soluzioni pulite.

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Senza entrare nel merito delle enormi critiche agli attuali meccanismi di compravendita di emissioni e di quanto siano stati inefficaci nel porre un qualsivoglia limite, la presunta soluzione delle big del petrolio non può essere considerata tale. Non solo non si rimettono in discussione le riserve, ma si passa dal principio secondo il quale chi inquina paga a quello per cui chi paga può inquinare. Ci vuole davvero uno sforzo di fantasia per sostenere che l’attuale sistema finanziario, uno dei principali problemi anche nel raggiungimento di un accordo vincolante sul clima, possa al contrario rappresentare una soluzione.

Come è possibile pensare che il mercato possa sostituirsi alle responsabilità politiche e istituzionali nella gestione di un bene pubblico globale quale il clima? Spingendo al parossismo l’ideologia secondo la quale qualsiasi attività, bene o servizio deve essere valutato unicamente in termini di prezzo, ci sarà una domanda e un’offerta di CO2, e la mano invisibile del mercato farà il resto. In una lettera ai media, le imprese petrolifere segnalano che “saranno le forze del mercato a operare” per una riduzione del carbonio. È semplicemente inammissibile pensare che un compito essenziale delle istituzioni, della politica e dell’insieme della società, ovvero la necessità di un accordo ambizioso e vincolante, venga svenduto al mercato; pensare che gli Stati si ritirino per lasciare mano libera alla finanza persino parlando di ambiente e clima.

Per ora il mercato finanziario ha fatto di tutto per ignorare il cambiamento climatico, per negarlo, per sottovalutarlo. Salvo ammettere repentinamente che esiste e che … è troppo tardi. Siamo alla 21esima conferenza sul clima! Come possiamo credere che il mercato ci possa riuscire in futuro? La strada da seguire deve essere diametralmente opposta. Non solo abbandonare meccanismi finanziari tanto iniqui quanto pericolosi, ma ridimensionare il ruolo complessivo della finanza e non lasciare che questa minacci il nostro futuro e i nostri diritti. Come singoli possiamo fare qualcosa. Prima di tutto assicurarci che i nostri risparmi non siano investiti in titoli finanziari il cui valore dipende da quanti combustibili fossili verranno bruciati nei prossimi anni. Campagne per disinvestire da tali imprese sono già attive in molti Paesi, come la campagna Divest Italy.

È poi necessario fare sentire la nostra voce (molte organizzazioni della società civile italiana si sono unite in vista di Parigi nella Coalizione Clima). Una finanza che ha già previsto e prezzato tutte le scorte esistenti sul pianeta e le ha già quotate e vendute in Borsa pretende di imporre la propria “soluzione” ai governi e ai cittadini di tutto il mondo. Una finanza che in pratica ha già messo un prezzo e venduto il nostro futuro. O meglio un nostro futuro. Che non solo non vogliamo, ma prima ancora non possiamo permetterci. Per questo, se non vogliamo che Parigi si risolva in un fallimento, dobbiamo fare una scelta. La questione è se siano più importanti le quotazioni di Borsa o la nostra stessa sulla Terra. O la borsa o la vita.

 

* Ugo Biggeri è presidente di Banca Etica (Be). Andrea Baranes è presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (del gruppo Be)

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1 risposta a “Brutto clima per la finanza”

  1. 3 novembre 2016 at 23:28 #

    Ritengo che l’unica riforma delle pensioni che si possa fare è quella dei burocrati, dei maneger ,dei parlamentari ,insomma la casta.Noi operai ci siamo propio stufati delle solite versioni:un continuo travaso di risorse e soprattutto di danaro che va dal povero al ricco, una sorta di robin hood all’incontrario. E’ ora di dire BASTA.Che inizino le danze.AVANTI CON LA CAMPAGNA NAZIONALE.

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