Il boom del fracking è finito

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a cura di Alberto Castagnola

 

Il boom del petrolio da sabbie bituminose sta finendo, portandosi via i posti di lavoro

di Ian Austen

Forte McMurray, Alberta, Canada. In un campo che accoglieva lavoratori del settore petrolifero, un complesso di sedici costruzioni di tre piani che un tempo accoglievano 2.000 lavoratori, sono ormai vuoti. Con i prezzi del petrolio in precipitosa diminuzione, i progetti ad alta intensità di capitale basati sul greggio pesante estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, stanno perdendo denaro, e contribuiscono alla perdita di 35.000 posti di lavoro industriali in tutta la provincia. E ora l’Autostrada dell’Alberta numero 63, la più importante arteria che collega le sabbie dell’Alberta del nord con il resto del paese ancora risuona per il traffico. Malgrado la severa crisi economica in una regione la cui crescita un tempo sembrava non avere limiti, molte imprese energetiche che avevano troppo investito nelle sabbie bituminose ora rallentano o smontano le trivelle.

Le attività edilizie continuano nei progetti che erano stati avviati prima della caduta del prezzo, in larga misura perché miliardi di dollari sono già stati spesi per realizzarli. I progetti per l’estrazione dalle sabbie bituminose sono basati su investimenti calcolati in un quadro previsionale di quarant’anni, quindi i loro proprietari sono stati costretti ad aspettare per evitare il fallimento.

Dopo un periodo di boom straordinario che ha attirato molte delle maggiori imprese mondiali dell’energia e circa 200 miliardi dollari spesi per investire nello sviluppo delle sabbie bituminose durante gli ultimi quindici anni, l’industria è ora in uno stato di stasi finanziaria, e sta navigando verso un declino che ha provato a sfidare.

I piani relativi agli oleodotti e ai gasdotti che avrebbero dovuto creare nuovi mercati di esportazione, incluso l’oleodotto Keystone XL, che è progettato per attraversare gli Stati Uniti dal nord al sud, sonio stati ostacolati per problemi ambientali e per una opposizione politica. Il Canada si trova ora ad affrontare le conseguenze economiche, essendo caduto in una moderata recessione all’inizio di quest’anno. E l’Alberta, che confidava molto sulle entrate per le royalties del petrolio, oggi prevede di dichiarare in bilancio un deficit di 6 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 4,5 miliardi di dollari americani.

“Il pendolo ha smesso di oscillare”, ha detto Stephen Ross, il presidente di Devonian Properties, una impresa di sviluppo dell’Alberta. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il petrolio ha arricchito l’Alberta. L’aumento dello sviluppo dovuto allo sfruttamento delle sabbie bituminose a partire dai primi anni 2000 aveva soltanto intensificato il periodo fortunato della provincia. Quando il signor Ross acquistò per la prima volta nel 2000 dei terreni edificabili nella zona, pagò un ettaro circa 10.800 dollari canadesi. Egli smise di comprare terreni molto prima che il prezzo per ettaro raggiungesse i 400.000 dollari canadesi. “La città aveva già cominciato a sperimentare crescenti difficoltà”, ha detto il signor Ross.

Gli impianti che trattavano le sabbie petrolifere hanno rapidamente ridotto i loro bilanci e hanno tagliato i servizi, ad esempio il lavaggio delle tute da lavoro, che evidentemente sembravano scelte facoltative. E man mano che parti dei progetti erano terminate, i lavoratori dovevano fare i bagagli. Da quanto il prezzo del petrolio è crollato, la Teck Resources ha posposto i suoi progetti per le sabbie petrolifere di cinque anni, fino al 2026. Cenevus Energy ha tagliato in misura notevole i bilanci relativi ai suoi sviluppi. E la Osum Oil Sands ha accantonato l’espansione prevista per un progetto che aveva acquistato dalla Shell. L’impresa Nexen, di proprietà cinese, ha spostato in avanti, fino al 2020, i suoi piani per la creazione di un impianto dove il bitume liquefatto doveva essere convertito in petrolio grezzo sintetico.

Questi progetti, e altri negli ultimi quindici anni, sono stati in larga misura realizzati e resi operativi da gruppi di lavoratori itineranti. Questi operai arrivavano in aereo a Fort McMurray ed erano trasportati da autobus ai loro campi di lavoro a due ore di distanza. Le loro vite erano organizzate con turni di lavoro di tre settimane ininterrotte, e con ritorni a casa per dieci giorni di riposo. Avevano quindi pochi o nessun contatto con la città. Dopo essere stati licenziati, entrano a far parte delle statistiche della disoccupazione, non nell’Alberta, ma nelle province delle loro città di residenza. È sempre in queste regioni che la perdita di retribuzioni un tempo piuttosto elevate è più risentita, e quindi si verifica un effetto di diffusione attraverso tutto il paese.

Un dirigente esecutivo e investitore, che non ha voluto che il suo nome fosse citato, ha detto che sta crescendo la sensazione che le industrie non paghino abbastanza l’Alberta con le royalties, mentre le carenze di protezione dell’ambiente impediranno nuovi investimenti anche se il prezzo del petrolio dovesse cominciare a crescere. “Non c’è mai stato un momento in cui io sia stato così poco ottimista – ha detto – La gente non sa quanto la situazione sia cattiva. È solo che non si è ancora manifestata completamente. Egli sapeva, evidentemente, che gli ambientalisti hanno vinto nel dibattito sull’Oleodotto Keystone XL e su numerosi altri progetti di oleodotti.

E i lavoratori che hanno tratto benefici dal periodo di boom ora si stanno accorgendo che la loro fase di buona fortuna è finita e senza possibilità di verificarsi nuovamente. Rèjean Godin, autista di camion e operatore di mezzi pesanti, ha iniziato a fare avanti e indietro il percorso dalla provincia Atlantica di New Brunswick tredici anni fa. Da quel momento ha guadagnato salari quattro o cinque volte il livello di quelli che percepiva nel suo luogo di origine, una zona di levata disoccupazione. Il signor Godin, che vive in uno dei campi di lavoro, ha elencato tutti i diversi progetti nei quali centinaia di lavoratori sono stati licenziati, licenziamenti di cui ha avuto notizia negli ultimi giorni.

Egli teme che i giorni di paghe elevate per trasportare acqua per i campi di lavoro e per prelevare i loro rifiuti possano essere ormai terminati sia per se stesso che per suo figlio trentenne, che lo aveva raggiunto all’Alberta. “Non sono sicuro che noi verremo di nuovo qui l’anno prossimo – ha detto il signor Godin – Ciò che sento dire ovunque è che il prezzo del petrolio è troppo basso e che quindi abbiamo dovuto tagliare questo o quello, abbiamo dovuto abbassare quest’altro un po’. Noi ci muoviamo giorno per giorno, ma non sappiamo cosa ci aspetta”.

 

Tratto da: The New York Times International, settimanale, allegato a La Repubblica del 9 novembre 2015

 

Obama chiude l’oleodotto

L’oleodotto Keystone XL, una delle infrastrutture più contestate dagli attivisti e dagli ambientalisti statunitensi e canadesi, non sarà costruito. Il 7 novembre il presidente Barak Obama ha respinto la richiesta presentata nel 2008 dalla compagnia energetica TransCanada per costruire un oleodotto lungo circa 1.900 chilometri che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino al Nebraska, dove si sarebbe collegato a un oleodotto già esistente, che arriva fino al golfo del Messico. Il progetto era stato approvato dal congresso statunitense ma serviva l’approvazione del presidente.

È la decisione più importante presa da Obama sulle questioni ambientali, e serve a lanciare un segnale importante in vista della Conferenza internazionale sul clima che comincerà a Parigi il 30 novembre”, scrive The Atlantic. Ma la scelta del presidente è stata dettata anche da motivazioni economiche. In primo luogo, il progetto non avrebbe inciso granché sull’economia in termini di nuovi posti di lavoro. Inoltre non avrebbe abbassato il prezzo del petrolio e del gas, che in questo momento è già ai minimi storici. Infine, gli Stati Uniti stanno già andando verso l’indipendenza energetica, quindi non hanno bisogno di nuove infrastrutture.

Tratto da: Internazionale n. 1128 del 13 novembre 2015, pag.23

 

 

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