Periferie romane

È possibile ragionare di Roma senza mettere al centro le spese dei viaggi del sindaco, le sue relazioni complicate con la Chiesa e con il Pd? Accantoniamo anche le occupazioni abitative sgomberate e l’attacco nei confronti dei lavoratori (vedi assemblea Colosseo e scioperi trasporti) e perfino le discutibili (eufemismo) scelte di assessori come Stefano Esposito (noto per il suo disprezzo verso i No Tav) o Alfonso Sabella (noto per il suo incarico ai tempi dei fatti di Bolzaneto). Parliamo di periferie. E, grazie a un contributo di Carlo Cellamare – docente di urbanistica alla Sapienza – raccontiamo Roma per quello che realmente è. Il centro storico che si svuota di residenti. Il territorio di Roma Città metropolitana che arriva a registrare 40 grandi centri commerciali (con quello di Bufalotta che raccoglie 16,5 milioni di consumatori l’anno, più dei visitatori del Colosseo). Il consumo di suolo che resta tra i più alti in Italia. L’abusivismo, storicamente consolidato, che non scompare. In questo contesto, spiega Cellamare, le politiche “del rammendo”, tentate per le periferie, appaiono inadeguate. Qualche motivo di speranza, ma ancora fragile, arriva dal basso, dalla presenza di forze sociali che esprimono uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita

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di Carlo Cellamare*

La questione delle periferie rimane una questione centrale per le città, e in particolare per una città come Roma. Le amministrazioni, ad ogni nuovo mandato e a ogni nuova elezione, proclamano di volta in volta il loro impegno per la riqualificazione o il recupero o la rigenerazione (i termini cambiano col tempo) delle periferie romane, ma nonostante tali proclami la situazione pare non cambiare minimamente, le politiche appaiono insufficienti, inadeguate o addirittura inesistenti. Manca in alcuni casi addirittura la conoscenza diretta da parte delle amministrazioni dei contesti concreti in cui le persone vivono, la situazione reale delle periferie romane. Colpisce che il sindaco Ignazio Marino abbia conosciuto il quartiere di Tor Sapienza (leggi Perché Tor Sapienza) e ci sia andato di persona soltanto dopo gli avvenimenti dell’autunno 2014. Né è sicuro che vi sia più tornato.

Manca una conoscenza reale e profonda della periferia, e della periferia romana in particolare.

Manca un rapporto diretto con gli abitanti di questi luoghi

È questo un fatto emblematico di un processo più ampio, ovvero di quanto le istituzioni siano distanti dalle periferie, di quanto si siano progressivamente allontanate; e oggi si misura una distanza difficilmente colmabile. Qui si misura anche il fallimento della politica (di un certo tipo di politica) di svolgere quel ruolo di mediazione, che ha caratterizzato tutto il ‘900, tra i territori e le esigenze degli abitanti (o, in termini, più categoriali, dei cittadini) da una parte e le scelte di governo dall’altra. Non solo sono scomparse le sezioni di partito sui territori, e quindi una presenza concreta e attiva, ma è venuta meno proprio l’elaborazione politica e culturale che, a partire dai contesti urbani, dalle esigenze espresse e dai processi in corso, costruisce politiche, iniziative e percorsi di attuazione. Si registra, in alcuni partiti, un lavorio che è piuttosto un’intermediazione di interessi sui territori.

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La stessa definizione dell’“interesse pubblico” appare sempre più ambigua e incerta, tanto si avvicina ad una combinazione di interessi privati (di cui l’“urbanistica negoziata” è una espressione emblematica), che poco ha a che vedere con un ragionamento sui problemi complessivi di una collettività e sul modello di sviluppo urbano.

La periferia di Roma costituisce una parte sostanziale della città. Tale è stato il suo sviluppo negli ultimi quindici-venti anni che oggi costituisce la parte preponderante della città. Se si considera che il centro storico si sta progressivamente svuotando di abitanti residenti e si sta trasformando in un distretto del turismo e del commercio, e se si considerano i processi di gentrification che caratterizzano la città consolidata, anche nelle sue parti storicamente considerate degradate (pensiamo al Pigneto), la periferia diventa veramente la parte più consistente della città. Roma è la sua periferia.

Periferie in trasformazione

Si tratta peraltro di una periferia in rapida trasformazione. Il 23 per cento della popolazione del Comune di Roma vive oggi al di fuori del Grande Raccordo Anulare e in queste aree l’incremento degli abitanti negli ultimi dieci anni è stato del 26 per cento, a fronte del fatto che dentro il Gra (Grande raccordo anulare) la popolazione invece diminuisce. Non si tratta soltanto di un grande fenomeno di sprawl urbano, a tutto danno di ciò che resta dell’agro romano – il consumo di suolo a Roma è tra i più alti in Italia -, ma di un cambiamento complessivo nei modi di vita degli abitanti e nell’organizzazione della vita quotidiana. Uno dei fenomeni più importanti caratterizzanti lo sviluppo insediativo del Comune di Roma negli ultimi quindici-venti anni è, ad esempio, lo sviluppo delle grandi polarità commerciali e dell’entertainment.

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Oggi sono presenti più di 28 grandi centri commerciali nel territorio del Comune di Roma (e altri sono in costruzione). Si tratta di un fenomeno che è stato esportato nel territorio metropolitano: nella Provincia di Roma – ora Città metropolitana – si registrano complessivamente 40 grandi centri commerciali. Questo fenomeno si lega strettamente alla politica delle grandi “centralità” prevista dal nuovo Piano Regolatore Generale approvato nel 2008. Pensate come capisaldi di un nuovo policentrismo, con un importante obiettivo di riqualificazione della periferia circostante, soprattutto attraverso la realizzazione di funzioni pregiate, come il direzionale o i servizi, nel tempo hanno visto progressivamente aumentare (nella maggior parte dei casi) le funzioni residenziale e commerciale (per la precisione, un incremento del 49,5 per cento del residenziale rispetto ai valori assoluti iniziali previsti per questa funzione, e un incremento del 68 per cento del commerciale).

Le funzioni pregiate e il direzionale sono rimaste in poche centralità di iniziativa pubblica, come Pietralata, o come Ostiense e Tor Vergata, che concentrano le funzioni dell’università e della ricerca. Insieme a tali “centralità” sono stati costruiti nuovi agglomerati residenziali per lo più collocati a ridosso delle grandi infrastrutture stradali (Gra e autostrade), sebbene dovevano essere raggiunte dal “ferro”. Si tratta di strutture e complessi che ragionano ad un livello sovralocale. Il centro commerciale di Bufalotta – Porta di Roma registra 16 milioni e mezzo di visitatori l’anno (più dei visitatori del Colosseo).

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Anche lo sviluppo demografico e insediativo assume caratteri sovralocali. La popolazione si sposta a vivere fino a Orte (a 50 chilometri di distanza) e pendola quotidianamente su Roma. Alcuni Comuni a nord di Roma (ma anche Ardea) sono tra i 30 Comuni con il maggior incremento di popolazione in tutta Italia negli ultimi dieci anni. La periferia ha assunto una dimensione metropolitana.

Gli altri due grandi processi insediativi che caratterizzano la periferia romana, l’edilizia residenziale pubblica e l’abusivismo, sono storicamente consolidati, ma non per questo meno importanti. Roma è la città con la maggior quantità di edilizia economica e popolare realizzata in Italia; un patrimonio grande e importante che però si trova in una condizione di degrado veramente preoccupante. Sono di fatto territori abbandonati.

Non meno problematica la situazione della città abusiva. Il fenomeno è andato calando nel tempo, ma tuttora è consistente, anche se ha profondamente cambiato natura. La sua rilevanza è testimoniata dalle quantità: il 37 per cento del tessuto urbano residenziale è di origine abusiva e il 40 per cento della popolazione vive in aree nate come abusive. Si tratta di pezzi di città che, per le condizioni in cui si sono formati, sono difficilmente recuperabili.

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Quali politiche

In questo contesto, le politiche “del rammendo” appaiono inadeguate. Un senatore della Repubblica e noto architetto di valore internazionale (e sicuramente persona di grande valore e competenza) ha investito il suo stipendio di parlamentare a sostegno dell’elaborazione di politiche e progetti per il recupero delle periferie. Si tratta di microprogetti che riqualificano alcuni angoli degradati e dismessi, e che dovrebbero ricucire i pezzi delle periferie. Gli esiti sono ben lontani dagli obiettivi e dalle eventuali aspettative. Le politiche “del rammendo” appaiono del tutto inadeguate e insufficienti. Ma si può anche dire di più. Tale è la situazione delle periferie, non solo per i problemi urbanistici ed edilizi, ma anche e soprattutto per quelli sociali, che si può affermare come siano “non rammendabili”.

Le periferie, e quelle romane in particolare, sono esiti di processi complessivi, e ora globali, che le producono e le riproducono. Le periferie sono funzionali ad un certo modello di sviluppo, insediativo ma anche socio-economico. In questo senso le “ricuciture” ed i “rammendi” sono micro-palliativi. Il problema è piuttosto impegnarsi in politiche che intercettino ed esprimano un’alternativa al modello di sviluppo mainstream. Un obiettivo su cui, aldilà delle volontà politiche, le stesse amministrazioni pubbliche locali avrebbero difficoltà ad impegnarsi, private come sono di una capacità di azione al confronto delle forze economiche che attraversano i territori, tanto che si può dire che stanno perdendo anche (parte della) la sovranità sui propri contesti governati.

Allo stesso tempo, le periferie sono anche luoghi vitali, dove una presenza di forze sociali esprime uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita. Questo protagonismo sociale è molto forte ed esprime una grande azione sui territori. Ha difficoltà però a costituire un movimento comune di mobilitazione e di costruzione di politiche alternative. Ma è su questi terreni e su queste sfide che si gioca un possibile futuro delle periferie romane.

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Carlo Cellamare è docente di urbanistica alla facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza. Svolge attività di ricerca sui processi di progettazione urbana e territoriale e sulla partecipazione (con particolare attenzioni alle trasformazioni dei quartieri e alle politiche urbane per le periferie). Tra le sue pubblicazioni: Culture e progetto del territorio (Franco Angeli, 1999), Labirinti della città contemporanea (a cura di, Meltemi, 2001), Fare città. Pratiche urbane e storie di luoghi (Elèuthera, 2008). Altri articoli scritti per Comune-info sono qui.

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DA LEGGERE

Pigneto, mon amour. Un territorio resiste Fucina 62

Ripartiamo dalle città Giovanni Caudo

 

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4 Risposte a “Periferie romane”

  1. 6 ottobre 2015 at 12:11 #

    Condivido pienamente l’articolo e aggiungo alcune riflessioni. Una su tutte: le politiche strutturali per le periferie dovrebbero iniziare dal sistema delle aree naturali protette che la Regione Lazio approvo’ nel 1997 su indicazioni del Comune di Roma dell’anno precedente, quel Comune che aveva l’ultima giunta ( Rutelli-De Petris- Cecchini) che ha previsto politiche del territorio a Roma. Perche’ quelle aree naturali protette urbane e semi urbane erano state pensate proprio come uno dei punti per la riqualificazione delle periferie romane, non un intervento di rammendo, appunto, ma come un sistema di aree che generavano benessere per la popolazione e servizi ( e lavoro ) per la citta’ soprattutto quella delle periferie appunto. Perche’ non dobbiamo dimenticare che la perifieria romana e’ straordinaria: e’ si degrado, ma e’ anche l’Agro Romano, terra dalle molte contraddizioni sociali ma cantata da poeti e scrittori, crogiuolo di elevata biodiversita’ animale e vegetale, luogo di paesaggi di colline e valli boscate. Le aree protette regionali avrebbero dovuto rivalutare tutto questo patrimonio storico-archeologico-naturale e sociale, fornendo servizi ai quartieri che si incuneano tra i perimetri delle 14 aree protette ( tramite le cosiddette zone D dei parchi per chi di urbanistica ne mastica un poco ); fu istituto un Ente ( RomaNatura a presidenza di Ivan Novelli ) dal 1998 che avrebbe dovuto gestire democraticamente e con certezze urbanistiche questi luoghi: a distanza di 17 anni non ci sono ne’ le certezze urbanistiche ne’ quelle democratiche e non ci sono piu’ nemmeno le risorse politiche ed economiche che erano necessarie ( e i programmi di Zingaretti sono svaniti finora in pochissimi e frazionati provvedimenti ).

    Aggiungo che quella giunta del 1997 che ho citato fu fortemente contestata (dal sottoscritto e ) da un forte movimento popolare sulla questione di Tormarancia, ma anche sugli articoli 11 ( riqulificazione delle periferie, appunto ) che infatti a distanza di anni sono ancora inattuati: ma quella giunta fortemente contestata era comunque un organismo che faceva politica del territorio, decideva e mirava ad obiettivi di respiro per il futuro e non di rammendo delle periferie.

    Infine una considerazione sui poteri pubblici: ormai svuotati di ogni contenuto economico e politico. La politica del “sindaco forte” ha portato un consiglio comunale inutile che unito ai “soldi zero” ha comportato che l’urbanistica contrattata e’ diventata una esigenza per sopravvivere in questi decenni successivi agli anni 90 in attesa di una politica diversa per le periferie e la citta’.

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